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la pittura e la differenza
dom 11 novembre 2007
L' opera famosa di Derridà, la scrittura e la differenza, ci ispira questa riflessione.
Nella scrittura lo scrittore non è presente direttamente al lettore, ma tra i due v' è un vuoto, uno spazio, una differenza, che garantisce la libertà del lettore, e quindi il carattere non violento, non invasivo della scrittura.
La presenza, infatti, ha un che di violento, di autoritario, un carattere di pienezza ontologica che non lascia spazio all' altro.
Condizione per l' etica è che l' essere non sia pieno, totalitario, ma che sia in qualche modo discreto, che presenti delle fratture, delle differenze; cioè presuppone che ci sia il medesimo, ma anche, irriducibile al medesimo, l' altro.
Ora negli stessi anni in cui Derridà proponeva le sue riflessioni sulla scrittura, si andava affermando in arte una tendenza contraria. L' arte che rinunciava, cioè , sempre più al suo carattere di scrittura, di linguaggio, di rappresentazione, per avvicinarsi invece sempre più al reale, per farsi sempre più presente.
Ma sempre più presente significa più invadente, meno rispettosa dello spettatore, perché mirante proprio a scuoterlo, cioè a non rispettare la differenza del fruitore.
Ricordo che una volta all' università venne la figlia di Levinas, che è una musicista, e ci raccontò che il padre non amava Beethoven, perché riteneva che la sua musica troppo coinvolgente fosse una specie di violenza all' ascoltatore.
E ricordo anche le riflessioni che Kant faceva sulla musica e sulla pittura, ritenendo quest' ultima più rispettosa della prima perché lasciava lo spettatore libero di guardare o non guardare, mentre la musica ha una presenza più invasiva e non lascia liberi di sottrarvicisi.
Ora il rapporto che pone Derridà tra scrittura e presenza, o quello kantiano tra arte figurativa e musica, è simile al rapporto che c' è tra pittura e quell' arte che ne pretenderebbe di essere il superamento, e cioè le istallazioni, le performances, etc.
Queste mirano proprio a rompere la differenza e ad invadere, con il loro confondersi col reale, lo spettatore. lo circondano, non lo lasciano libero di sottrarsi alla loro presenza.
Sono forme d' arte violente, secondo questo punto di vista.
Nella scrittura lo scrittore non è presente direttamente al lettore, ma tra i due v' è un vuoto, uno spazio, una differenza, che garantisce la libertà del lettore, e quindi il carattere non violento, non invasivo della scrittura.
La presenza, infatti, ha un che di violento, di autoritario, un carattere di pienezza ontologica che non lascia spazio all' altro.
Condizione per l' etica è che l' essere non sia pieno, totalitario, ma che sia in qualche modo discreto, che presenti delle fratture, delle differenze; cioè presuppone che ci sia il medesimo, ma anche, irriducibile al medesimo, l' altro.
Ora negli stessi anni in cui Derridà proponeva le sue riflessioni sulla scrittura, si andava affermando in arte una tendenza contraria. L' arte che rinunciava, cioè , sempre più al suo carattere di scrittura, di linguaggio, di rappresentazione, per avvicinarsi invece sempre più al reale, per farsi sempre più presente.
Ma sempre più presente significa più invadente, meno rispettosa dello spettatore, perché mirante proprio a scuoterlo, cioè a non rispettare la differenza del fruitore.
Ricordo che una volta all' università venne la figlia di Levinas, che è una musicista, e ci raccontò che il padre non amava Beethoven, perché riteneva che la sua musica troppo coinvolgente fosse una specie di violenza all' ascoltatore.
E ricordo anche le riflessioni che Kant faceva sulla musica e sulla pittura, ritenendo quest' ultima più rispettosa della prima perché lasciava lo spettatore libero di guardare o non guardare, mentre la musica ha una presenza più invasiva e non lascia liberi di sottrarvicisi.
Ora il rapporto che pone Derridà tra scrittura e presenza, o quello kantiano tra arte figurativa e musica, è simile al rapporto che c' è tra pittura e quell' arte che ne pretenderebbe di essere il superamento, e cioè le istallazioni, le performances, etc.
Queste mirano proprio a rompere la differenza e ad invadere, con il loro confondersi col reale, lo spettatore. lo circondano, non lo lasciano libero di sottrarsi alla loro presenza.
Sono forme d' arte violente, secondo questo punto di vista.
Ciro D'Alessio.
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