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Caos e cosmos
ven 18 gennaio 2008
Caos e Cosmos hanno forse una parentela etimologica.
Sicuramente nella mitologia greca si accompagnano sempre come una indisgiungibile coppia dialettica. Il cosmos, cioè l' ordine bello, buono e razionale del mondo, nasce sempre da uno sfondo caotico.
Tutti i miti greci sulla creazione cominciano " in principio era il caos...".
Anche i filosofi pensano la creazione del mondo, non come una creazione dal nulla, come ci ha abituati a pensare il pensiero cristiano, ma come la nascita dell' ordine dal caos.
Per Platone in principio esisteva una materia informe, la kora, che un giorno il Demiurgo decide di plasmare a modello delle idee iperuranie. La creazione per Platone era proprio come l' atto di un artista, che prende una materia preesistenti, e gli imprime una forma. Mentre il dio cristiano crea dal nulla, dato che nulla gli preesiste , sia la materia che la forma.
Quindi il dio cristiano, che è verbo, logos, non ha un caos che lo precede.
Il Logos cristiano si presenta assoluto, già fatto, non ha una storia, non nasce da una materia caotica, non si conquista faticosamente come il cosmos greco.
Di fatti nella filosofia e nella mentalità cristiana il caos non ha quel gran posto che ha nella greca. Li il caos è sempre all' origine della creazione, qui ha un ruolo marginale, teoricamente non esisterebbe nemmeno, perché nulla sfugge alla provvidenza. Se abbiano una nozione di caos e di contingenza, è solo perché i nostri intelletti sono limitati e non riescono a trovare le connessioni causali in tutto, ed allora chiamiamo caos, ciò che a noi non sembra ordine.
Secondo il pensiero greco, il caos non fu poi definitivamente superato con la costruzione del cosmos, ma esso continua a esistere come fondo su cui si regge il cosmos stesso.
La costruzione di un mondo ordinato, essendo il frutto di una fatica, di un lavoro "umano", va rinnovata di giorno in giorno altrimenti si ritorna al caos. Questo pericolo secondo il pensiero cristiano non lo corriamo, perché l' ordine non è il frutto di una conquista che si staglia su di uno sfondo oscuro, ma ci è stato dato da sempre; a noi non spetta di costruirlo ma solamente di scoprirlo e di conoscerlo , visto che già c' è, è già scritto nel grande libro della creazione.
Ed è significativo che il creato venga concepito come un grande libro da leggere, mentre i greci lo concepivano come una materia informa da domare e da rendere abitabile.
La coppia nietzschiana di apollineo e dionisiaco, ci conferma che il caos non è mai superato del tutto, ma che va tenuto a freno di giorno in giorno attraverso un lavoro ed un dispendio di energie, e che comunque di tanto in tanto erutta ed esplode. Ed, inoltre, il caos primordiale è il fondo stesso della vita, su cui si costruisce un cosmos, che non può' mai superarlo, perché vi si regge.
Che c' entra tutto questo con la pittura?
Possono queste diverse visioni cosmologiche avere un peso ed un influenza sulle arti figurative?
Una visione del mondo può influenzare il gusto estetico?
Il problema è enorme. Per il momento dico solo che probabilmente l' influenza è circolare.
Ossia non solo la visione del mondo influisce sul gusto, ma anche il gusto, che ha una sua autonomia, ci fa propendere per una visione piuttosto che per un altra.
Del resto, una questione cosmologica cosí ampia come quella del rapporto caos-cosmos, non ha mai ragioni prettamente teoretiche e non può mai essere risolta col solo uso dell' intelletto, come fosse un teorema di geometria. Nelle grandi questioni filosofiche , l' intelletto non è mai solo, non fa mai astrazione dal sentire particolare di ciascun pensatore.
Alla fine si propende per una visione o per un altra, non perché si è ragionato in maniera spassionata su quale sia l' ipotesi migliore e piú ferrata, ma perché ci si sente emotivamente ed esistenzialmente piú coinvolti in una piuttosto che in un' altra.
Quindi, non solo una visione del mondo può influenzare il gusto estetico, ma anche il gusto estetico, che ha a che fare con l' aspetto sensibile, e dunque irriducibile al razionale di ognuno di noi, può influenzare una visione del mondo.
Ora tra il modo di concepire il rapporto caos-cosmos greco e quello cristiano, sento piú vicino alla mia sensibilità, e, suppongo, alla nostra sensibilità contemporanea, quello greco.
Ecco che amo quelle opere dove la forma sembra nascere da un caos informe.
I famosi incompiuti di Michelangelo, sono fantastici proprio perché danno questa sensazione, che una forma voglia faticosamente liberarsi della materia in cui è costretta senza mai riuscirvi compiutamente.
Molto meno coinvolgenti invece trovo quelle forme già perfette e compiute, che non mostrano nulla della fatica e dello sforzo fatto dalla forma per uscire dalla materia. Nell' arte "Classica", infatti, si voleva che lo sforzo dell' esecuzione fosse celato, affinché l' opera non paresse fatta da mano umana, ma divina.
Una bella sintesi tra caos e cosmos la ritrovo nella pittura degli impressionisti, degli espressionisti, dei futuristi. Qui le figure sembrano stagliarsi su di uno sfondo informe.
Da un caos di fondo, da una nube vaporosa, fatta spesso di pennellate vigorose, istintive e volutamente casuali, ecco emergere e venire in primo piano un accenno di forma.
Un rapporto dialettico tra forma e non forma, che ricorda le coeve riflessioni di Nietzsche sull' apollineo ed il dionisiaco. E quindi, poiché Renoir e Monet probabilmente non avevano letto Nietzsche, né il giovane Nietzsche si sarebbe lasciato influenzare dalle loro opere, è probabile che a fondo di entrambe vi sia un sentire comune, che era il nuovo sentire europeo dell' epoca.
Nel Novecento, che è una grande analisi ed una grande vivisezione dell' arte in tutti i suoi aspetti e componenti, il caos ed il cosmos tendono a scindersi. Da una parte ci sono artisti che dipingono il solo caos, separato ed isolato dal cosmos che sempre lo foggia, dall' altro artisti che dipingono il solo cosmos, ossia la pura forma, anche qui separata e scissa dal caos da quale sempre emerge.
In questa scissione dei poli che prima erano congiunti, va, purtroppo, perso l' energia ed il carattere dialettico dell' opera.
Cosa' è il caos senza il cosmos? Secondo me un astrattezza, e lo stesso è una astrattezza il cosmos senza il caos da cui emerge.
Di fatto il carattere dominate dell' arte contemporanea, cosí come della società e della vita contemporanea, è appunto l' astrattezza.
condividi Sicuramente nella mitologia greca si accompagnano sempre come una indisgiungibile coppia dialettica. Il cosmos, cioè l' ordine bello, buono e razionale del mondo, nasce sempre da uno sfondo caotico.
Tutti i miti greci sulla creazione cominciano " in principio era il caos...".
Anche i filosofi pensano la creazione del mondo, non come una creazione dal nulla, come ci ha abituati a pensare il pensiero cristiano, ma come la nascita dell' ordine dal caos.
Per Platone in principio esisteva una materia informe, la kora, che un giorno il Demiurgo decide di plasmare a modello delle idee iperuranie. La creazione per Platone era proprio come l' atto di un artista, che prende una materia preesistenti, e gli imprime una forma. Mentre il dio cristiano crea dal nulla, dato che nulla gli preesiste , sia la materia che la forma.
Quindi il dio cristiano, che è verbo, logos, non ha un caos che lo precede.
Il Logos cristiano si presenta assoluto, già fatto, non ha una storia, non nasce da una materia caotica, non si conquista faticosamente come il cosmos greco.
Di fatti nella filosofia e nella mentalità cristiana il caos non ha quel gran posto che ha nella greca. Li il caos è sempre all' origine della creazione, qui ha un ruolo marginale, teoricamente non esisterebbe nemmeno, perché nulla sfugge alla provvidenza. Se abbiano una nozione di caos e di contingenza, è solo perché i nostri intelletti sono limitati e non riescono a trovare le connessioni causali in tutto, ed allora chiamiamo caos, ciò che a noi non sembra ordine.
Secondo il pensiero greco, il caos non fu poi definitivamente superato con la costruzione del cosmos, ma esso continua a esistere come fondo su cui si regge il cosmos stesso.
La costruzione di un mondo ordinato, essendo il frutto di una fatica, di un lavoro "umano", va rinnovata di giorno in giorno altrimenti si ritorna al caos. Questo pericolo secondo il pensiero cristiano non lo corriamo, perché l' ordine non è il frutto di una conquista che si staglia su di uno sfondo oscuro, ma ci è stato dato da sempre; a noi non spetta di costruirlo ma solamente di scoprirlo e di conoscerlo , visto che già c' è, è già scritto nel grande libro della creazione.
Ed è significativo che il creato venga concepito come un grande libro da leggere, mentre i greci lo concepivano come una materia informa da domare e da rendere abitabile.
La coppia nietzschiana di apollineo e dionisiaco, ci conferma che il caos non è mai superato del tutto, ma che va tenuto a freno di giorno in giorno attraverso un lavoro ed un dispendio di energie, e che comunque di tanto in tanto erutta ed esplode. Ed, inoltre, il caos primordiale è il fondo stesso della vita, su cui si costruisce un cosmos, che non può' mai superarlo, perché vi si regge.
Che c' entra tutto questo con la pittura?
Possono queste diverse visioni cosmologiche avere un peso ed un influenza sulle arti figurative?
Una visione del mondo può influenzare il gusto estetico?
Il problema è enorme. Per il momento dico solo che probabilmente l' influenza è circolare.
Ossia non solo la visione del mondo influisce sul gusto, ma anche il gusto, che ha una sua autonomia, ci fa propendere per una visione piuttosto che per un altra.
Del resto, una questione cosmologica cosí ampia come quella del rapporto caos-cosmos, non ha mai ragioni prettamente teoretiche e non può mai essere risolta col solo uso dell' intelletto, come fosse un teorema di geometria. Nelle grandi questioni filosofiche , l' intelletto non è mai solo, non fa mai astrazione dal sentire particolare di ciascun pensatore.
Alla fine si propende per una visione o per un altra, non perché si è ragionato in maniera spassionata su quale sia l' ipotesi migliore e piú ferrata, ma perché ci si sente emotivamente ed esistenzialmente piú coinvolti in una piuttosto che in un' altra.
Quindi, non solo una visione del mondo può influenzare il gusto estetico, ma anche il gusto estetico, che ha a che fare con l' aspetto sensibile, e dunque irriducibile al razionale di ognuno di noi, può influenzare una visione del mondo.
Ora tra il modo di concepire il rapporto caos-cosmos greco e quello cristiano, sento piú vicino alla mia sensibilità, e, suppongo, alla nostra sensibilità contemporanea, quello greco.
Ecco che amo quelle opere dove la forma sembra nascere da un caos informe.
I famosi incompiuti di Michelangelo, sono fantastici proprio perché danno questa sensazione, che una forma voglia faticosamente liberarsi della materia in cui è costretta senza mai riuscirvi compiutamente.
Molto meno coinvolgenti invece trovo quelle forme già perfette e compiute, che non mostrano nulla della fatica e dello sforzo fatto dalla forma per uscire dalla materia. Nell' arte "Classica", infatti, si voleva che lo sforzo dell' esecuzione fosse celato, affinché l' opera non paresse fatta da mano umana, ma divina.
Una bella sintesi tra caos e cosmos la ritrovo nella pittura degli impressionisti, degli espressionisti, dei futuristi. Qui le figure sembrano stagliarsi su di uno sfondo informe.
Da un caos di fondo, da una nube vaporosa, fatta spesso di pennellate vigorose, istintive e volutamente casuali, ecco emergere e venire in primo piano un accenno di forma.
Un rapporto dialettico tra forma e non forma, che ricorda le coeve riflessioni di Nietzsche sull' apollineo ed il dionisiaco. E quindi, poiché Renoir e Monet probabilmente non avevano letto Nietzsche, né il giovane Nietzsche si sarebbe lasciato influenzare dalle loro opere, è probabile che a fondo di entrambe vi sia un sentire comune, che era il nuovo sentire europeo dell' epoca.
Nel Novecento, che è una grande analisi ed una grande vivisezione dell' arte in tutti i suoi aspetti e componenti, il caos ed il cosmos tendono a scindersi. Da una parte ci sono artisti che dipingono il solo caos, separato ed isolato dal cosmos che sempre lo foggia, dall' altro artisti che dipingono il solo cosmos, ossia la pura forma, anche qui separata e scissa dal caos da quale sempre emerge.
In questa scissione dei poli che prima erano congiunti, va, purtroppo, perso l' energia ed il carattere dialettico dell' opera.
Cosa' è il caos senza il cosmos? Secondo me un astrattezza, e lo stesso è una astrattezza il cosmos senza il caos da cui emerge.
Di fatto il carattere dominate dell' arte contemporanea, cosí come della società e della vita contemporanea, è appunto l' astrattezza.
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forse la pittura dovrebbe nascere sul crinale fra caos e cosmos
del resto l'astrattezza , dopo una iniziale curiosità intellettuale , diventa stucchevole ripetizione dello stesso schema mentale , quindi noiosa.
Questo succede sia sul versante enrgetico-gestuale-espressionista che sul versante concettuale-idraulico (leggi :installazioni varie).
Quel crinale io lo chiamo "intensa pittura".
del resto l'astrattezza , dopo una iniziale curiosità intellettuale , diventa stucchevole ripetizione dello stesso schema mentale , quindi noiosa.
Questo succede sia sul versante enrgetico-gestuale-espressionista che sul versante concettuale-idraulico (leggi :installazioni varie).
Quel crinale io lo chiamo "intensa pittura".
C'è poi da
considerare tutto un filone di una operatività pseudo-pittorica
bamboleggiante, che denuncia un debito (triste...) verso la fotografia e
verso una mal digerita e mal conosciuta pittura di genere (XIX sec.),
con un dissennato culto per il particolare descrittivo, che evidenzia un
deteriore sentimentalismo subculturale ... in questo portale se ne
trova una estesa esemplificazione.
Concordo perfettamente Vittorio.
Il crinale tra caos e cosmos è quel "concreto" vitale, cui l' arte, secondo la mia opinione, dovrebbe ispirarsi per essere vitale.
L' astratto è interessante in quanto analisi di uno dei tanti aspetti dell' arte.
Ma in queste tante analisi si va perdendo proprio il "tutto vivente" ( detto senza ombra di misticismi) che costituisce l' opera d' arte, che le dà vita propria, e che le permette dunque di non stancare mai.
Il crinale tra caos e cosmos è quel "concreto" vitale, cui l' arte, secondo la mia opinione, dovrebbe ispirarsi per essere vitale.
L' astratto è interessante in quanto analisi di uno dei tanti aspetti dell' arte.
Ma in queste tante analisi si va perdendo proprio il "tutto vivente" ( detto senza ombra di misticismi) che costituisce l' opera d' arte, che le dà vita propria, e che le permette dunque di non stancare mai.
Il fatto è che nella
pittura ciascuno di noi esprime il suo particolare rapporto con la
realtà, che è vario e diverso in ciascuno.
Oggi ci si rapporta alla realtà in molti modi ed attraverso molti mezzi, l' eperienza diretta è ormai un isola molto limitata circondata da un oceano di esperienze già mediate, foto, cinema, televisione, tg, giornali, radio etc.
Sarebbe veramente strano se il pittore volesse mettere da parte questa parte preponderante della sua esperienza per accontentarsi di quelle poche, spesso banali cose che vede direttamente o che può costruire con la sola forza della sua immaginazione.
Non vedo nulla di strano dunque se anche il pittore, come fanno tutti gli altri artisti ormai da tempo, prende atto dell' esistenza degli altri media e li usa per i suoi fini espressivi.
Riguardo a chi fa pittura che si attarda sulla descrizione del particolare....
Beh personalmente è un tipo di pittura che nemmeno a me piace... però....c' è evidentemente chi l' apprezza.
C' è chi nei quadri cerca una descrizione, spesso una descrizione appagante, rassicurante...
io non condivido ma rispetto.
Ed è giusto che ci siano anche artisti che rispondono a questo bisogno.
Lo stesso vale con l' arte astratta, gestuale, con le istallazioni e tutto quanto si fa sul versante cosidetto più "contemporaneo".
Evidentemente c' è chi ha bisogno di tali opere ed altrettanti artisti che crercano di rispondere a questo bisogno.
Se è vero che ormai non si crede più alla storia come progresso lineare, e non si crede più nemmeno ad un universo con un centro, ma a più storie che si intrecciano ed a più centri ed a più universi, allora veramente non ha senso dire quale è il modo giusto e quale quello sbagliato di fare arte. Se hanno torto gli artisti che pensano che le istallazioni siano il superamento della pittura, altrettanto torto ha chi pensa che le istallazioni vadano in qualche modo al di fuori dell' arte.
Oggi non ha più senso parlare di superamento, di avanguardia ( sono concetti che racchiudono una filosofia della sotoria come progresso) ma nemmeno ha senso escludere ciò che non ci piace dal regno dell' arte, coem se potessimo essere noi a stabilirne i confini.
Certo ogn' uno di noi ha diritto di fare quello che sente e prender anche posizione contro chi la pensa diversamente.
Ma la complessità del mondo e della realtà in cui viviamo ci invita a essere moderati nei giudizi, nella consapevolezza che nessuno può essere certo di stare lavorando nella direzione giusta e di poter scagliare la prima pietra....
Oggi ci si rapporta alla realtà in molti modi ed attraverso molti mezzi, l' eperienza diretta è ormai un isola molto limitata circondata da un oceano di esperienze già mediate, foto, cinema, televisione, tg, giornali, radio etc.
Sarebbe veramente strano se il pittore volesse mettere da parte questa parte preponderante della sua esperienza per accontentarsi di quelle poche, spesso banali cose che vede direttamente o che può costruire con la sola forza della sua immaginazione.
Non vedo nulla di strano dunque se anche il pittore, come fanno tutti gli altri artisti ormai da tempo, prende atto dell' esistenza degli altri media e li usa per i suoi fini espressivi.
Riguardo a chi fa pittura che si attarda sulla descrizione del particolare....
Beh personalmente è un tipo di pittura che nemmeno a me piace... però....c' è evidentemente chi l' apprezza.
C' è chi nei quadri cerca una descrizione, spesso una descrizione appagante, rassicurante...
io non condivido ma rispetto.
Ed è giusto che ci siano anche artisti che rispondono a questo bisogno.
Lo stesso vale con l' arte astratta, gestuale, con le istallazioni e tutto quanto si fa sul versante cosidetto più "contemporaneo".
Evidentemente c' è chi ha bisogno di tali opere ed altrettanti artisti che crercano di rispondere a questo bisogno.
Se è vero che ormai non si crede più alla storia come progresso lineare, e non si crede più nemmeno ad un universo con un centro, ma a più storie che si intrecciano ed a più centri ed a più universi, allora veramente non ha senso dire quale è il modo giusto e quale quello sbagliato di fare arte. Se hanno torto gli artisti che pensano che le istallazioni siano il superamento della pittura, altrettanto torto ha chi pensa che le istallazioni vadano in qualche modo al di fuori dell' arte.
Oggi non ha più senso parlare di superamento, di avanguardia ( sono concetti che racchiudono una filosofia della sotoria come progresso) ma nemmeno ha senso escludere ciò che non ci piace dal regno dell' arte, coem se potessimo essere noi a stabilirne i confini.
Certo ogn' uno di noi ha diritto di fare quello che sente e prender anche posizione contro chi la pensa diversamente.
Ma la complessità del mondo e della realtà in cui viviamo ci invita a essere moderati nei giudizi, nella consapevolezza che nessuno può essere certo di stare lavorando nella direzione giusta e di poter scagliare la prima pietra....
caro Ciro non posso
che assentire quando dici che bisogna essere moderati nei
giudizi.Tuttavia non vorrei che si finisse col mettere tutto sullo
stesso piano...eliminando così in qualche modo ,ogni discorso valutativo
e critico.E' ben vero che ogni valutazione critica in fondo si possa
ridurre al gusto personale o di gruppi di persone: ma io credo che il
nostro (per ora tuo e mio )impegno sia quello di cercare di fondare
logicamente e filosoficamente l'operare
pittorico e l'arte. Chi non pensa o pensa poco e male (cioè superficialmente e non curandosi di un minimo di rigore nell'uso dei concetti che adopera) inevitabilmente dipinge male.
La pittura non è riducibile a ispirazione e/o slanci emotivo-sentimentali che si <> sul supporto : in
troppi sono ancora e inconsapevolmente fermi a concetti estetici che
riguardano tempi , cultura e modi di vita lontani e desueti. I conti
critici con tutta l'arte del 900 vanno fatti con l'aiuto dei testi
...per me Brandi soprattutto. Dopo di che non si può più pensare di
dipingere in certi modi...la pittura è un percorso di autoconoscenza
attualizzato e collegato con il reale contemporaneo da mille tentacoli.
Quando vedo certe opere vi leggo evidenti lacune di conoscenza della storia dell'arte e tanto superficiale orecchiamento delle (supposte) tendenze di moda.
Mi spiace molto di non poter discuterne con te con calma e con il necessario tempo.
pittorico e l'arte. Chi non pensa o pensa poco e male (cioè superficialmente e non curandosi di un minimo di rigore nell'uso dei concetti che adopera) inevitabilmente dipinge male.
La pittura non è riducibile a ispirazione e/o slanci emotivo-sentimentali che si <
Quando vedo certe opere vi leggo evidenti lacune di conoscenza della storia dell'arte e tanto superficiale orecchiamento delle (supposte) tendenze di moda.
Mi spiace molto di non poter discuterne con te con calma e con il necessario tempo.
la parola saltata fra virgolette era : ESPRIMONO
(l'ESPRESSIONE è molto in voga!)
non posso escludere in ogni caso che il gusto personale non valga anche in negativo, visto il vero e proprio fastidio che ho alla visione di certe opere...e così tutto il resto non sarebbe che una spiegazione razionale di questo...
(l'ESPRESSIONE è molto in voga!)
non posso escludere in ogni caso che il gusto personale non valga anche in negativo, visto il vero e proprio fastidio che ho alla visione di certe opere...e così tutto il resto non sarebbe che una spiegazione razionale di questo...
beh certamente la
pittura è collegata al presente da mille tentacoli, tuttavia il presente
è così complesso che è davvero difficile stabilire cosa è attuale e
cosa è superato.
Considera poi che l' artista può scegliere liberamente e consapevolemente di essere inattuale.
Noi non siamo condannati al presente, lo possiamo trascendere col desiderio e con l' immaginazione, presupposti questi, per poi poterlo trasformare attraverso la conoscenza e l' azione.
Non concordo del tutto che l' arte sia una forma di autocoscienza.
Autocoscienza di chi e di cosa? Se puoi chiariscimelo.
Altrimenti penso inevitabilemente alla concezione Hegeliana, che ha avuto ed ha tutt' ora grandi meriti, ma anche, a mio avviso, grandi limiti.
A Hegel preferisco Kant che lega l' arte alla facoltà del gusto, che è autonoma dalla facoltà teoretica e da quella etica.
Del resto concepire l' arte come una forma di conoscenza rende problematico stabilirne l' autonomia. Alla fine un arte così concepita riesce con difficoltà ad emanciparsi da un rapporto di ancillarità rispetto alla conoscenza pura e propriamente detta. E di fatti in hegel finisce coll' essere unan forma di autocoscienza dello spirito assoluto (perché solo ammettendo anche lo spirito assoluto, e tutto il resto della "metafisica" hegeliana, ha seso parlare di arte come autocoscienza di un epoca, altrimenti no)destinata poi ad inverarsi ed ad essere superata dalla filosofia, intesa come piena autocoscienza che lo spirito assoluto ha di se stesso.
Si può poi dipingere bene anche se si hanno idee confuse, proprio perché l' arte non è solo attività teoretica, ma poggia su altre facoltà umane. E di grandi artisti che non necessriamente avevano idee chiare e rigorose ne abbiamo avuti a tantissimi, probabilmente la maggioranza.
Quanto al gusto personale che può valere anche in negativo...sono daccordo con te.
Le nostre riflessioni spesso non sono che delle razionalizzazioni di scelte di gusto fatte a monte ed in maniera non chiaramente razionale.
Considera poi che l' artista può scegliere liberamente e consapevolemente di essere inattuale.
Noi non siamo condannati al presente, lo possiamo trascendere col desiderio e con l' immaginazione, presupposti questi, per poi poterlo trasformare attraverso la conoscenza e l' azione.
Non concordo del tutto che l' arte sia una forma di autocoscienza.
Autocoscienza di chi e di cosa? Se puoi chiariscimelo.
Altrimenti penso inevitabilemente alla concezione Hegeliana, che ha avuto ed ha tutt' ora grandi meriti, ma anche, a mio avviso, grandi limiti.
A Hegel preferisco Kant che lega l' arte alla facoltà del gusto, che è autonoma dalla facoltà teoretica e da quella etica.
Del resto concepire l' arte come una forma di conoscenza rende problematico stabilirne l' autonomia. Alla fine un arte così concepita riesce con difficoltà ad emanciparsi da un rapporto di ancillarità rispetto alla conoscenza pura e propriamente detta. E di fatti in hegel finisce coll' essere unan forma di autocoscienza dello spirito assoluto (perché solo ammettendo anche lo spirito assoluto, e tutto il resto della "metafisica" hegeliana, ha seso parlare di arte come autocoscienza di un epoca, altrimenti no)destinata poi ad inverarsi ed ad essere superata dalla filosofia, intesa come piena autocoscienza che lo spirito assoluto ha di se stesso.
Si può poi dipingere bene anche se si hanno idee confuse, proprio perché l' arte non è solo attività teoretica, ma poggia su altre facoltà umane. E di grandi artisti che non necessriamente avevano idee chiare e rigorose ne abbiamo avuti a tantissimi, probabilmente la maggioranza.
Quanto al gusto personale che può valere anche in negativo...sono daccordo con te.
Le nostre riflessioni spesso non sono che delle razionalizzazioni di scelte di gusto fatte a monte ed in maniera non chiaramente razionale.
Autocoscienza come reificazione , realizzazione di sé:
un fare per guardarsi poi dall'esterno come spettatore critico. Non ti
capita di guardare a lungo una tua opera finita per scoprire quei nessi
e quelle illuminazioni che si sono attraversate durante il lavoro, come
si sono tradotte in materia e segni e forme?
Il fatto è che oggi non è più possibile ipotizzare una moderna giottesca ingenuità dell'artista, artista e critico tendono a coincidere ... altrimenti gli "ingenui" artisti
a caccia di successo divengono il gregge di qualche intraprendente "critico" che pensa per loro , fino a dir loro cosa fare e non fare.
La pittura ingenua/incolta dopo il XX secolo è
utopica e forse è solo una ipotesi antica per recuperare un ruolo alla figura del critico.
Non sto sostenendo che per dipingere bisogna avere le idee chiare, ma che bisogna essere coscienti che dipingere riguarda anche le idee, il pensiero , e non è una attività umorale ...in attesa dell'ispirazione. Insomma postulo quell'equilibrio fra apollineo e dionisiaco di cui sopra. I veri limiti della pittura sono nella maggiore o minore consapevolezza della materia e della tecnica che si sceglie di utilizzare. Se avessi la pazienza di dare un'occhiata ad uno dei primi post del mio blog
troveresti esplicitato meglio questo concetto.
Il fatto è che oggi non è più possibile ipotizzare una moderna giottesca ingenuità dell'artista, artista e critico tendono a coincidere ... altrimenti gli "ingenui" artisti
a caccia di successo divengono il gregge di qualche intraprendente "critico" che pensa per loro , fino a dir loro cosa fare e non fare.
La pittura ingenua/incolta dopo il XX secolo è
utopica e forse è solo una ipotesi antica per recuperare un ruolo alla figura del critico.
Non sto sostenendo che per dipingere bisogna avere le idee chiare, ma che bisogna essere coscienti che dipingere riguarda anche le idee, il pensiero , e non è una attività umorale ...in attesa dell'ispirazione. Insomma postulo quell'equilibrio fra apollineo e dionisiaco di cui sopra. I veri limiti della pittura sono nella maggiore o minore consapevolezza della materia e della tecnica che si sceglie di utilizzare. Se avessi la pazienza di dare un'occhiata ad uno dei primi post del mio blog
troveresti esplicitato meglio questo concetto.
Ok andrò a visitare i primi post.
Cmq condivido questa tua concezione dell' autocoscienza come oggettivazione del soggetto nell' opera, non mi piace però il nome autocoscienza perché mi ricorda la filosofia idealistica.
Quello che scrivi sull' artista ingenuo e sul critico che costruisce la sua fortuna è molto, ma molto interessante.
Io non intendo difendere l' ingenuità dell' artista, ma solo ribadire l' autonomia dell' operare dell' artista da quello del teorico, proprio per garantirgli la stessa autonomia dal critico che auspichi pure tu.
Cmq leggero il tuo blog e poi continueremo questo interessante confronto.
Cmq condivido questa tua concezione dell' autocoscienza come oggettivazione del soggetto nell' opera, non mi piace però il nome autocoscienza perché mi ricorda la filosofia idealistica.
Quello che scrivi sull' artista ingenuo e sul critico che costruisce la sua fortuna è molto, ma molto interessante.
Io non intendo difendere l' ingenuità dell' artista, ma solo ribadire l' autonomia dell' operare dell' artista da quello del teorico, proprio per garantirgli la stessa autonomia dal critico che auspichi pure tu.
Cmq leggero il tuo blog e poi continueremo questo interessante confronto.
E' davvero molto interessante il tuo blog, grazie per avermelo segnalato!
mi trovi
assolutamente daccordo quando affermi: "Se è vero che ormai non si crede
più alla storia come progresso lineare, e non si crede più nemmeno ad
un universo con un centro, ma a più storie che si intrecciano ed a più
centri ed a più universi, allora veramente non ha senso dire quale è il
modo giusto e quale quello sbagliato di fare arte. Se hanno torto gli
artisti che pensano che le istallazioni siano il superamento della
pittura, altrettanto torto ha chi pensa che le istallazioni vadano in
qualche modo al di fuori dell' arte.
Oggi non ha più senso parlare di superamento, di avanguardia ( sono concetti che racchiudono una filosofia della storia come progresso) ma nemmeno ha senso escludere ciò che non ci piace dal regno dell' arte, come se potessimo essere noi a stabilirne i confini."
Anche se, ne sono convinto, l'unica e vera facoltà della poesia e l'arte in generale, sia quella di provocare nell'animo un particolare tipo di elevato eccitamento per il quale possiamo intuire la percezione "Numinosa" della nostra propria natura...in sostanza un opera d'arte più che far ragionare...la ragione è appena sfiorata da determinati contenuti che in sostanza sono proprio questi a renderci migliori...insomma la poesia deve commuovere rivolgendosi alla parte più segreta dell'essere e che in nessun altro modo potrebbe essere raggiunta o rivelata.
un saluto e grazie per la preferenza
Oggi non ha più senso parlare di superamento, di avanguardia ( sono concetti che racchiudono una filosofia della storia come progresso) ma nemmeno ha senso escludere ciò che non ci piace dal regno dell' arte, come se potessimo essere noi a stabilirne i confini."
Anche se, ne sono convinto, l'unica e vera facoltà della poesia e l'arte in generale, sia quella di provocare nell'animo un particolare tipo di elevato eccitamento per il quale possiamo intuire la percezione "Numinosa" della nostra propria natura...in sostanza un opera d'arte più che far ragionare...la ragione è appena sfiorata da determinati contenuti che in sostanza sono proprio questi a renderci migliori...insomma la poesia deve commuovere rivolgendosi alla parte più segreta dell'essere e che in nessun altro modo potrebbe essere raggiunta o rivelata.
un saluto e grazie per la preferenza
Giovanni ha appena
esplicitato il suo personale criterio di valutazione di un'opera:si può
solo dire che è rivolto agli "effetti" che l'opera dovrebbe produrre
piuttosto che ad una analisi dell'opera stessa.
Non sono tentato da apprezzamenti ecumenici e credo che si possa "leggere" strutturalmente e criticamente un'opera , giungendo a conclusioni che pur prive di pretese universali fondano una scelta estetica e di poetica rispetto ad altre,
delle quali si vede abbastanza bene il percorso
mentale e l'approdo (non condiviso).
In ogni caso le discussioni critiche ci sono sempre state in ambito per così dire "artistico" proprio perché si sfugge ad ogni oggettività.
Infine io credo che occorra fare un credibile sforzo volto ad un uso il più rigoroso possibile del linguaggio e dei concetti che si adoperano.
Non sono tentato da apprezzamenti ecumenici e credo che si possa "leggere" strutturalmente e criticamente un'opera , giungendo a conclusioni che pur prive di pretese universali fondano una scelta estetica e di poetica rispetto ad altre,
delle quali si vede abbastanza bene il percorso
mentale e l'approdo (non condiviso).
In ogni caso le discussioni critiche ci sono sempre state in ambito per così dire "artistico" proprio perché si sfugge ad ogni oggettività.
Infine io credo che occorra fare un credibile sforzo volto ad un uso il più rigoroso possibile del linguaggio e dei concetti che si adoperano.
Ciao Vittorio, ho
letto buona parte del tuo blog ed ti rinnovo i complimenti per la
qualità delle riflessioni, delle discussioni e per i preziosi
riferimenti alla letteratura sull' arte e l' esteticha.
Su alcune questioni di fondo credo di poter dire di concordare pienamente con le tue posizioni.
Su altre mi permetto di dissentire.
Sostanzialmente condivido la tua esigenza di dare, in qualche modo, fondamento all' autonomia della pittura. La pittura non è riproduzione analogica del reale, non è nemmeno un illustrazione di un pensiero slegato ed imposto ad essa, e nemmeno espressione immediata della soggettività, una specie di sfogo.
Su cosa sia la pittura in positivo, c' è invece una piccola divergenza.
Tu ami molto Cezanne perché è stato un po' il Kant della pittura, cioè colui che ha chiarito in maniera definitiva che le forme della pittura sono costruzioni del soggetto, e non riproduzioni analogiche, quasi meccaniche, della forme esteriori. E tuttavia Cezanne dipingeva la realtà esterna al soggetto, anche se ricostruendola, cogliendone i tratti che riteneva essenziali, e non riproducendola passivamente, e non si metteva a costruire forme in libertà.
Senonché la sua idea che la pittura è costruzione del soggetto ha fatto sì che dopo di lui ci si allontanasse definitivamente dal reale e si facesse una pittura del tutto slegata dalla realtà esterna, cioè una pittura astratta. Proprio come dopo Kant il pensiero idealistico mise voltuumanete da parte la realtà irriducibile al soggetto del mondo reale e cominciò a fantasticare che fosse una sua costruzione.
Ora vedo con piacere che tu citi spesso Heidegger nel tuo blog.
Se l' uomo è dasein, cioè costitutivamente essere nel mondo, e non un soggetto che ha la sua realtà altrove e si trova poi, accidentalmente, in questo mondo, allora capirai come l' arte , ma anche la filosofia, che prescinda dal mondo esterno, sia inevitabilmente astratta.
Ma astratta non nel senso che a questa parola danno i pittori, ma astratta nel senso che a questa parola danno i filosofi.
Un soggetto separato dal mondo è un astrazione e allo stesso mondo un soggetto che si esprime senza esprimere il suo legame al mondo esterno che lo eccede, esprime qualcosa di astratto.
Noi non siamo altro che apertura al mondo,
esprimere noi stessi, la nostra soggettività, non significa altro che esprimere la nostra particolare apertura e relazione sul mondo.
Al fondo del soggetto, dell' interiorità, v' è l' esteriorità, come ci ha insegnato Levìnas, portando avanti, anche criticamente, il cuore della riflessione heideggeriana.
Quindi la pittura non è solo costruzione di forme da parte del soggetto, ma anche tentativo di "esprimere" ( mi spiace dover usare questa parola che ti è tanto antipatica!) il rapporto che il soggetto ha col mondo che lo eccede. Se si dimentica questo secondo aspetto allora non si capisce perché non si debba accettare il progressivo impoverimento della pittura cui si è assistito nel corso del novecento e che ha alla base l' idea che l' arte sia solo pura e libera costruzione di un soggetto.
Ora un artista che voglia esprimere il suo rapporto col reale lo può fare creando forme che colgano e ricostruiscono le sottili armonie del reale, come ha fatto Cezanne e come mi pare sostenga tu, ma anche rompendo volutamente le forme per rendere non solo l' armonia, ma il moto, l' impatto, l' irruzione, che il reale ha su di lui.
Anche la rottura della forma la possiamo considerare una costruzione formale, ed in tal caso saremmo daccordo.
Cioè oltre a Cezanne io considero straordinariamente contemporanei anche quegli artisti, come Monet o Renoir, o come lo stesso Carrà, che volutamente nella loro pittura rompono le forme, quasi a voler attingere ad una sensazione di realtà che preceda la forma e la percezione.
Mi sembra che tu leghi la pittura alla costruzione dell' immagine, quindi in qualche modo alla percezione, che è appunto costruzione di forme.
Ma prima di percepire il mondo, noi siamo esposti ai suoi stimoli, in maniera quasi passiva; e' la sensazione ( la "certezza sensibile" della fenomenologia di Hegel).
Ora nella sensazione la realtà non ha ancora forma definita, non è ancora percepita.
Le forme indefinite, e disintegrate quasi, di Monet e Renoir mi ricordano appunto la sensazione.
E credo che la sensazione, la certezza sensibile, meriti in pittura lo stesso posto che ha la percezione, e non uno inferiore.
Ammesso poi che la pittura è espressione di un rapporto particolare del soggetto col mondo, io ne fonderei l' autonomia non solo sulla costruzione della visione, ma anche su di un particolare ed irriducibile modo di rapportarsi del dasein al mondo che con la pittura, e non con altri mezzi, può essere espresso; l' impatto preteoretico e pre-percettivo che la realtà esterna ha sul soggetto; non si tratta dell' immagine della realtà esterna, ma di quella sensazione di stare immersi nel reale che spesso si ottiene proprio rompendo o dissolvendo le forme.
Quindi, ritornando al caso ed al cosmos, l' arte sta in un punto nevralgico ed oscillante tra i due e può propendere sia in direzione del cosmos, della forma costruita in cui si ogggettiva il soggetto, sia anche in direzione del caos, della rottura delle forme soggettive che l' impatto del reale che non si lascia ridurre a forme produce sul soggetto e che questi cerca, in qualche modo, di esprimere pittoricamente.
Scusa la lunghezza dell' intervento.
Su alcune questioni di fondo credo di poter dire di concordare pienamente con le tue posizioni.
Su altre mi permetto di dissentire.
Sostanzialmente condivido la tua esigenza di dare, in qualche modo, fondamento all' autonomia della pittura. La pittura non è riproduzione analogica del reale, non è nemmeno un illustrazione di un pensiero slegato ed imposto ad essa, e nemmeno espressione immediata della soggettività, una specie di sfogo.
Su cosa sia la pittura in positivo, c' è invece una piccola divergenza.
Tu ami molto Cezanne perché è stato un po' il Kant della pittura, cioè colui che ha chiarito in maniera definitiva che le forme della pittura sono costruzioni del soggetto, e non riproduzioni analogiche, quasi meccaniche, della forme esteriori. E tuttavia Cezanne dipingeva la realtà esterna al soggetto, anche se ricostruendola, cogliendone i tratti che riteneva essenziali, e non riproducendola passivamente, e non si metteva a costruire forme in libertà.
Senonché la sua idea che la pittura è costruzione del soggetto ha fatto sì che dopo di lui ci si allontanasse definitivamente dal reale e si facesse una pittura del tutto slegata dalla realtà esterna, cioè una pittura astratta. Proprio come dopo Kant il pensiero idealistico mise voltuumanete da parte la realtà irriducibile al soggetto del mondo reale e cominciò a fantasticare che fosse una sua costruzione.
Ora vedo con piacere che tu citi spesso Heidegger nel tuo blog.
Se l' uomo è dasein, cioè costitutivamente essere nel mondo, e non un soggetto che ha la sua realtà altrove e si trova poi, accidentalmente, in questo mondo, allora capirai come l' arte , ma anche la filosofia, che prescinda dal mondo esterno, sia inevitabilmente astratta.
Ma astratta non nel senso che a questa parola danno i pittori, ma astratta nel senso che a questa parola danno i filosofi.
Un soggetto separato dal mondo è un astrazione e allo stesso mondo un soggetto che si esprime senza esprimere il suo legame al mondo esterno che lo eccede, esprime qualcosa di astratto.
Noi non siamo altro che apertura al mondo,
esprimere noi stessi, la nostra soggettività, non significa altro che esprimere la nostra particolare apertura e relazione sul mondo.
Al fondo del soggetto, dell' interiorità, v' è l' esteriorità, come ci ha insegnato Levìnas, portando avanti, anche criticamente, il cuore della riflessione heideggeriana.
Quindi la pittura non è solo costruzione di forme da parte del soggetto, ma anche tentativo di "esprimere" ( mi spiace dover usare questa parola che ti è tanto antipatica!) il rapporto che il soggetto ha col mondo che lo eccede. Se si dimentica questo secondo aspetto allora non si capisce perché non si debba accettare il progressivo impoverimento della pittura cui si è assistito nel corso del novecento e che ha alla base l' idea che l' arte sia solo pura e libera costruzione di un soggetto.
Ora un artista che voglia esprimere il suo rapporto col reale lo può fare creando forme che colgano e ricostruiscono le sottili armonie del reale, come ha fatto Cezanne e come mi pare sostenga tu, ma anche rompendo volutamente le forme per rendere non solo l' armonia, ma il moto, l' impatto, l' irruzione, che il reale ha su di lui.
Anche la rottura della forma la possiamo considerare una costruzione formale, ed in tal caso saremmo daccordo.
Cioè oltre a Cezanne io considero straordinariamente contemporanei anche quegli artisti, come Monet o Renoir, o come lo stesso Carrà, che volutamente nella loro pittura rompono le forme, quasi a voler attingere ad una sensazione di realtà che preceda la forma e la percezione.
Mi sembra che tu leghi la pittura alla costruzione dell' immagine, quindi in qualche modo alla percezione, che è appunto costruzione di forme.
Ma prima di percepire il mondo, noi siamo esposti ai suoi stimoli, in maniera quasi passiva; e' la sensazione ( la "certezza sensibile" della fenomenologia di Hegel).
Ora nella sensazione la realtà non ha ancora forma definita, non è ancora percepita.
Le forme indefinite, e disintegrate quasi, di Monet e Renoir mi ricordano appunto la sensazione.
E credo che la sensazione, la certezza sensibile, meriti in pittura lo stesso posto che ha la percezione, e non uno inferiore.
Ammesso poi che la pittura è espressione di un rapporto particolare del soggetto col mondo, io ne fonderei l' autonomia non solo sulla costruzione della visione, ma anche su di un particolare ed irriducibile modo di rapportarsi del dasein al mondo che con la pittura, e non con altri mezzi, può essere espresso; l' impatto preteoretico e pre-percettivo che la realtà esterna ha sul soggetto; non si tratta dell' immagine della realtà esterna, ma di quella sensazione di stare immersi nel reale che spesso si ottiene proprio rompendo o dissolvendo le forme.
Quindi, ritornando al caso ed al cosmos, l' arte sta in un punto nevralgico ed oscillante tra i due e può propendere sia in direzione del cosmos, della forma costruita in cui si ogggettiva il soggetto, sia anche in direzione del caos, della rottura delle forme soggettive che l' impatto del reale che non si lascia ridurre a forme produce sul soggetto e che questi cerca, in qualche modo, di esprimere pittoricamente.
Scusa la lunghezza dell' intervento.
Grazie a te giovanni per aver prestato attenzione alle mie riflessioni!
Mi trovo daccordo con te!
Mi trovo daccordo con te!
Si vittorio, nel leggere l' arte vi sono dei criteri che non sono solamente soggettivi.
Però il loro statuto intersoggettivo è molto problematico.
Dietro ogni sistema di criteri per leggere e giuducare le opere si celano visioni del mondo e dell' arte che possono anche essere non condivise.
Però il loro statuto intersoggettivo è molto problematico.
Dietro ogni sistema di criteri per leggere e giuducare le opere si celano visioni del mondo e dell' arte che possono anche essere non condivise.
diciamo vittorio che
in genere quando un pittore non ha un' adeguata cultura pittorica poi
si vede nelle sue opere, questo è vero.
Dopo tutto il gusto estetico si esercita e si foggia sull' osservazione delle opere del passato.
Però, a volte, mi imbatto in dei pittori che mostrano un gusto incolto, ma che tuttavia riescono a produrre cose lo stesso cose interessanti.
Dopo tutto il gusto estetico si esercita e si foggia sull' osservazione delle opere del passato.
Però, a volte, mi imbatto in dei pittori che mostrano un gusto incolto, ma che tuttavia riescono a produrre cose lo stesso cose interessanti.
vittorio purtroppo
non ho letto quel libro che citi nel blog relativo alla lettura di un
opera ( mi pare Marangoni) ma mi interesserebbe molto, credi che lo
posso trovare ancora in commercio o devo farmelo prestare dalla
biblioteca?
"Anche la rottura della forma la possiamo considerare una costruzione formale, ed in tal caso saremmo daccordo"
Il punto è proprio questo!
-Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu-
Il dipingere è, in qualsiasi modo, costruzione di forme...
Non sono molto curioso di ciò che accade prima
-in interiore homine- : quel che resta è la forma ...e si tratta di verificare se riesce o no ad attingere all'"astanza", alla realtà pura che ,sola, garantisce che trattasi di opera d'arte.
La costruzione della forma anche se è mentale è
inevitabilmente legata alla percezione...dipinge chi pensa per immagini, siano esse anloghe o "astratte": Afro dipingeva
forme e immagini facendo pittura cosiddetta
"informale".
"Ora nella sensazione la realtà non ha ancora forma definita, non è ancora percepita": questo è smentito dalle ricerche neurobiologiche più recenti; vedi
-Arte e cervello- di Semir Zeki (B.Boringhieri)
Vedere è percepire e comprendere
"è possibile distinguere una forma solo attraverso un confronto,e quindi una verifica, con qualche modello preesistente.Ma che altro può essere questo modello se non una registrazione visiva immagazzinata nel cervello in seguito ad una ripetuta esposizione a molte forme?"pag.117
"un artista cerca di rappresentare gli elementi essenziali della forma come sono costituiti nella sua percezione visiva , che io interpreto come il suo cervello" pag.134
poi tutto il capitolo XX -Neurologia dell'arte astratta e dell'arte figurativa-
Peccato che tempo e spazio siano troppo ridotti...
Il punto è proprio questo!
-Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu-
Il dipingere è, in qualsiasi modo, costruzione di forme...
Non sono molto curioso di ciò che accade prima
-in interiore homine- : quel che resta è la forma ...e si tratta di verificare se riesce o no ad attingere all'"astanza", alla realtà pura che ,sola, garantisce che trattasi di opera d'arte.
La costruzione della forma anche se è mentale è
inevitabilmente legata alla percezione...dipinge chi pensa per immagini, siano esse anloghe o "astratte": Afro dipingeva
forme e immagini facendo pittura cosiddetta
"informale".
"Ora nella sensazione la realtà non ha ancora forma definita, non è ancora percepita": questo è smentito dalle ricerche neurobiologiche più recenti; vedi
-Arte e cervello- di Semir Zeki (B.Boringhieri)
Vedere è percepire e comprendere
"è possibile distinguere una forma solo attraverso un confronto,e quindi una verifica, con qualche modello preesistente.Ma che altro può essere questo modello se non una registrazione visiva immagazzinata nel cervello in seguito ad una ripetuta esposizione a molte forme?"pag.117
"un artista cerca di rappresentare gli elementi essenziali della forma come sono costituiti nella sua percezione visiva , che io interpreto come il suo cervello" pag.134
poi tutto il capitolo XX -Neurologia dell'arte astratta e dell'arte figurativa-
Peccato che tempo e spazio siano troppo ridotti...
vorrei suggerirti di dare un'occhiata al sito di questo pittore abbastanza giovane :
http://www.fernandodistefano.it/
potremmo poi discuterne...
http://www.fernandodistefano.it/
potremmo poi discuterne...
per quanto riguarda il libro di Marangoni , credo che non sia stato ripubblicato di recente
ti consiglio una ricerca in rete e poi su ebay-libri...spesso vi ho trovato testi introvabili come "Fenomenologia della tecnica artistica" di Dino Formaggio (introvabilissimo!)
ti consiglio una ricerca in rete e poi su ebay-libri...spesso vi ho trovato testi introvabili come "Fenomenologia della tecnica artistica" di Dino Formaggio (introvabilissimo!)
a questo indirizzo il libro è disponibile...anche se il prezzo è d'affezione:
www.nopress.it/libribooks/
www.nopress.it/libribooks/
Ho visitato il sito di fernando di stefano.
Mi piacciono molto i suoi dipinti ed il suo stile.
Ha una bella pennellata grassa e morbida al tempo stesso, e la cosa è abbastanza rara.
Le sue tonalità mi ricordano Morandi, ma anche Carlo Levi: sono delicate ed armoniose.
Conferiscono al dipinto una malinconica poesia.
Mi piacciono molto i suoi dipinti ed il suo stile.
Ha una bella pennellata grassa e morbida al tempo stesso, e la cosa è abbastanza rara.
Le sue tonalità mi ricordano Morandi, ma anche Carlo Levi: sono delicate ed armoniose.
Conferiscono al dipinto una malinconica poesia.
infatti ha colpito anche me...è anche un eccellente incisore, se hai notato
forse il limite sta nella tentazione della "maniera" sempre in agguato
infatti penso che le opere migliori siano quelle più vecchie , rispetto alle ultime presentate
forse il limite sta nella tentazione della "maniera" sempre in agguato
infatti penso che le opere migliori siano quelle più vecchie , rispetto alle ultime presentate
Si è vero, la sensazione è distinguibile dalla percezione solo a livello teorico ed astratto.
La sensazione non ha un immagine e quando l' assume è già percezione.
Tuttavia il compito difficile della pittura è anche, secondo me, di alludere a questa fattore che precede la percezione e che la rende possibile, e che è la nostra apertura, la nostra esposizione al reale.
In effetti anche la lingua ha il compito di dire a parole ciò che va al di là delle parole, e così il pittore può mettere in immagini, delle sensazioni che vanno al di là dell' immagine e della percezione.
La sensazione non ha un immagine e quando l' assume è già percezione.
Tuttavia il compito difficile della pittura è anche, secondo me, di alludere a questa fattore che precede la percezione e che la rende possibile, e che è la nostra apertura, la nostra esposizione al reale.
In effetti anche la lingua ha il compito di dire a parole ciò che va al di là delle parole, e così il pittore può mettere in immagini, delle sensazioni che vanno al di là dell' immagine e della percezione.
Quanto alla maniera è il rischio che corre ogni pittore che voglia anche vendere qualcosa.
Purtroppo per raggiungere buoni risultati in pittura si deve dipingere sempre, è difficile farlo solo per hobby ( a meno che non ci si accontenti di risulati modesti come nel mio caso), quindi in qualche modo ci deve badare anche alle esigenze del mercato, e distefano mi pare lo faccia in maniera molto discreta e senza rinunciare al suo stile e nemmeno all' originalità di ogni singolo pezzo.

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