domenica 3 marzo 2013

La dialettica e la pittura.

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 La dialettica e la pittura

L’ arte va concepita in maniera dialettica.
Ma cos’ è dialettica?

Dialettica è pensare le cose nelle loro relazioni con ciò che le eccede, con ciò che sta al di fuori di loro ed in qualche modo le delimita ma ne rompe il limite al tempo stesso.
La definizione dialettica di una cosa è la definizione che si dà della cosa stagliandola dallo sfondo sulla quale emerge.
“Definire” dialetticamente significa proprio mettere in relazione la cosa col suo altro.

La dialettica dunque si distingue e si contrappone a quel pensiero che tende ad isolare le cose, ad astrarle ed a concepirle isolatamente.
Questo pensiero che procede per astrazioni, è alla base del procedere scientifico ed analitico.
E’ un pensare dunque di gran valore e non va assolutamente svalutato.
La dialettica non deve pretendere di essere un superamento del pensiero analitico, ma proporsi come modo di pensare, modo di procedere e di passare ad un idea all’ altra, diverso ed egualmente legittimo.
Non deve nemmeno entrare in concorrenza col pensiero scientifico, perché il pensare dialettico si occupa di aspetti del reale diversi da quelli del pensiero analitico.
L’ idea che una forma logica, un modo di pensare, ne esclude il contrario, è un idea che presuppone una unità ed una coerenza del reale. Ma visto che oggi crediamo di non vivere più in un universo, ma in un pluriverso, cioè che il reale si esperisce in maniere irriducibilmente diverse, ecco che è possibile ammettere anche diverse maniere, non solo di pensare, ma anche di procedere nel pensiero.
Se pensare è infatti essenzialmente organizzare l’ esperienza, la molteplicità dell’ esperienza comporta una molteplicità e a volte un intreccio dei modi di organizzarla.

Errore storico della dialettica hegeliana , così come di quella engelsiana, è stato quello di volersi quasi sostituire al pensiero analitico e scientifico, evidenziandone solo i caratteri di astrattezza ( e non anche l’ incredibile potenza sintetica e conoscitiva che deriva proprio da quest’ astrattezza) e proponendosi come un suo superamento.
Errore storico dei nemici della dialettica, è pensare che essa sia un pensiero del tutto sballato e poetico, perché non presenta quei caratteri di rigore logico e di matematizzabilità, che sono propri, invece, della logica formale.

Ma il pregio della dialettica è proprio questo suo carattere non formale, che le permette di stare dietro alle cose nel loro svolgimento concreto, senza ipostatizzarsi in un metodo adatto poi ad ogni cosa.

La dialettica, cioè, è sempre fenomenologia, cioè è sempre attenta al dato concreto, e non è mai metodologica.

Il grave errore di Hegel, il riscopritore moderno del pensiero dialettico, è stato proprio il suo passaggio dalla fenomenologia alla logica.

La dialettica, se ben si pondera, è il procedimento tipico delle scienze storiche.
Queste infatti, per dare una comprensione piena dei fenomeni di cui si occupano, hanno il dovere di non astrarle dal contesto concreto in cui si presentano.

La filosofia è poi l’ esercizio della dialettica per eccellenza, perché essa ha il dovere di non fare astrazione da nulla e di dar conto di tutto, anche del soggetto che pensa nel momento in cui pensa.

E così le scienze della natura e le scienze dello spirito non sono diverse solo per l’ oggetto di cui si occupano, ma anche per il modo di affrontarlo. Le prime richiedono di isolare il fenomeno, e di mettere da parte tutto ciò che non è rilevante per esso, in particolar modo le esperienze soggettive e non matematizzabili del fenomeno, la filosofia invece ha il dovere di non astrarne, pena il lasciare incomprese alcune esperienza ed essere dunque astratta rispetto ad esse.




Torniamo ora un attimo alle relazioni tra dialettica ed arte, ripromettendoci, ovviamente, di ritornare ad approfondire il problema della dialettica da un punto di vista prettamente filosofico-speculativo in seguito.

Pensata dialetticamente la rappresentazione, non è un indicare, o un rispecchiare i fenomeni, ma un reagire ad essi.
Oggi si commette il terribile errore di considerare l’ opera d’ arte come un documento.
Un luogo cioè dove si depositano e sono evidenti i caratteri più lampanti e caratterizzanti di un epoca.
Come una specie di rispecchiamento meccanico.
Dimenticando che nella rappresentazione si depositano anzitutto i sogni ed i bisogni di un epoca.
Cioè quegli aspetti di un epoca che ne rompono l’ unità presente, e la aprono al futuro. Il desiderio di un epoca di andare al di là di sé.
L’ arte tende a rompere con la logica del presente e della rappresentazione, come ci ricorda Ernst Bloch nel suo principio Speranza.


Quindi sono di massimo interesse, non solo quelle opere dove si rispecchia il presente in maniera quasi banale, ma quelle che tendono a staccarsi dal presente. Queste infatti nascondono una spinta dialettica, una spinta cioè ad andare oltre il presente.
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arte, fantasia, utopia.

http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/ancora-qualche-riflessione-sulla-funzione-emancipativa-dell-immaginazione-della-fantasia-e-dell-utopia.


Ancora qualche riflessione sulla funzione emancipativa dell' immaginazione, della fantasia, e dell' utopia.

Nel periodo natalizio spesso mi piace abbandonarmi alle fiabe.
Mi immergo in un mondo fantastico che può essere un libro, la musica, un film, un dipinto, un videogioco e dimentico, per un po', il mondo reale.

La nostra immaginazione, infatti, non è condannata al presente ed alla realtà fisica; ma ha la possibilità di trascendere la storia e la natura, per immaginare altri mondi, altre storie al di là di quelle che conosciamo.

Questa capacità di trascendere il dato, è la grandezza dell' uomo. Questa creatività dell' immaginazione è alla base di tutte le grandi invenzioni umane; il lavoro ( che non si accontenta della natura com' è, ma la immagina diversa e cerca di adeguare la realtà all' immagine) il linguaggio ( che è creatività, associazione creativa di concetti, segni, e cose), etc

Ora, nella pura favola, questa creatività umana si esprime in maniera pura.
Si inventa un mondo altro, nella consapevolezza di farlo, punto.


La tradizione marxista, piú o meno ortodossa, ci ha insegnato a disprezzare la favola a favore dell' analisi critica della realtà. Le favole sono state accomunate alla religione, oppio del popolo; industria culturale per la distrazione delle masse da quelli che sono i propri interessi e la propria battaglia per l' emancipazione.

Il fatto è che l' analisi critica della realtà è incapace di dirci alcunché sul da farsi. La conoscenza non implica la volontà. Posso avere una visione lucidissima dei problemi che affliggono la nostra società, e continuare tranquillamente ad infischiarmene, come fa piú o meno la maggioranza di noi.
La volontà, per agire, ha bisogno di moventi piú profondi che non la conoscenza.

E questi moventi profondi dell' agire spesso non li si trova nella realtà presente, ma nel desiderio, alimentato da immagini di un futuro diverso, piú bello, piú dignitoso, piú umano, o semplicemente, meno penoso.

In ultima analisi cosa' è l' uomo? L' uomo è una animale che reagisce creativamente al suo dolore.
Ciò che caratterizza la reazione dell' uomo al dolore è il suo carattere non automatico.
Tra il dolore, e la sua soluzione, ci stanno di mezzo l' immaginazione, la conoscenza, il lavoro.
Cioè l' uomo è passivo nel soffrire, ma attivo nel trovare la soluzione al dolore, che non è data.
Ecco perché per me il dolore è il piú filosofico dei sentimenti, perché dalla dialettica del dolore si è sviluppata la storia umana, ed è per ed attraverso il dolore che si è forgiata la sua natura, che è si finita, ma anche capace di trascendere i suoi limiti e le sue condizioni.
Ed il dolore è anche il discrimen tra realtà e sogno, tra realtà ed immaginazione, tra realtà ed affabulazione.
Le religioni nascono per dare un senso al dolore, ma falliscono proprio perché si limitano solo a questo, cozzano contro la realtà del dolore che non si risolve solo in una questione di senso, avendo una realtà materiale che è al di la del senso.
Il dolore, dunque, ha anche una funzione, per cosí dire, epistemologica, ci permette di riconoscere il reale al di là del pensiero, e dell' immaginazione.

Ecco che la favola, nasce in situazioni storicamente doloranti, sembrerebbe solo avere la funzione di distogliere la nostra attenzione dal dolore per rendercelo in qualche modo piú sopportabile. Ma in realtà, col suo creare mondi al di là di questo, getta le premesse affinché si possa superare realmente, e non solo immaginificamente, il dolore. Il favoleggiare mentre si distare da questo mondo, ne immagina uno diverso e questa è la condizione necessaria per un cambiamento. Il marxismo scientifico, secondo il quale il progresso sarebbe inscritto nei nostri bisogni materaiali, e dunque non avrebbe bisogno dell' immaginazione e della creatività, mi pare solo una decadenza dei motivi del giovane marx che invece denunciava i mali del capitalismo ed immaginava una società migliore, avendo dinanzi agli occhi l' immagine schilleriana, kantiana, goethiana, feuerbachiana, di uomo come essere che sviluppa in maniera onnilaterale le sue facoltà.
Oggi il marxismo può tornare a dire qualcosa se si riappropria di questa sua istanza creativa e filosofica. Cosa alquanto difficile dopo che per un secolo e mezzo non ha fatto altro che prendere le distanze dalla filosofia, dall' utopia, dall' etica, per pretendersi scientifico.



Le favole dunque, così come la religione, è vero che distraggono dal presente, perché la loro essenza è creare altri mondi al di là di questo.
Ma questa distrazione dal presente ha una funzione essa stessa enormemente rivoluzionaria.
Innanzittutto la favola non prretende di essere il sostituto della realtà, o una realtà di tipo più profondo ( coem la religione), ma sa ed accetta pienamente il suo ruolo di finzione.
Quindi non compete con l' analisi scientifica, né la danneggia, visto che fin da subito, si pone in una piano consapevolmente diverso da quello della realtà.
Essa agisce sul sentimento, lo nutre di sé, delle sue immagine di un mondo migliore.
Ed un sentimento sì fatto agisce sulla volontà più che il sapere scientifico, che per definizione è asettico e avalutativo.
Ora una arte che rinuncia alla sua dimensione utopica, per atteggiarsi a conoscenza, rinuncia anche alla sua funzione di educare il sentimento al futuro.

La conoscenza non ha molta presa sul futuro, è condannata al presente ed al passato.
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commenti

Monica Lume utente autodisattivato
2 gennaio 2008 09:26
Mi piace molto, ma molto quello che hai scritto.
Sono riflessioni che elaboro già da diversi anni.
Ci sarebbe da dire ancora.....

In quanto all'immagine che hai postato sopra, la trovo così autentica, così dentro il momento, dentro il fatto, che pare quasi che quel bambino si muova da un momento all'altro. Si sente il profumo dei fiori e del borotalco

Ciro D' Alessio
2 gennaio 2008 09:28
grazie mille monica!

Ciro D' Alessio
2 gennaio 2008 09:38
ovviamente non fermiamoci ai complimenti, ma discutiamo anche criticamente e costruttivamente come abbiamo sempre fatto! ;)
Ti pare?

Monica Lume utente autodisattivato
2 gennaio 2008 10:27
Certo, complimenti di solito non ne faccio. Poi, con te, ha senso la discussione, quindi...

La pittura e la rottura del Medesimo.

 http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/la-pittura-e-la-rottura-della-medesimo.

La pittura e la rottura della Medesimo.

Mi piacciono quei dipinti dove le figure non sembrano imprigionate nei limiti del loro disegno, ma, al contrario, sembrano uscire da se stesse.
Sembrano ribellarsi alla loro identità, alla loro "medesimezza".
Questi dipinti mi piacciono molto perché queste figure, in rapporto problematico e dialettico con se stesse, le trovo convergenti col mio, e credo nostro, modo post-moderno di intendere la realtà.
Realtà cioè che non si caratterizza più per il suo riposare su se stessa, per la sua eternità e sostanzialità, ma che si caratterizza, invece, per il suo carattere aperto, non-definito, temporaneo, storico, parziale, relazionale e, se vogliamo, accidentale.

In età moderna Leibniz introduce il concetto di monade "senza porte e senza finestre", che è una sintesi potente ed icasticamente efficace della concezione del reale comune a tutta la modernità ( in quest' aspetto, dobbiamo dire, prosecutrice del Medioevo e dell' età classica).
Reale è ciò che è identico a se stesso. Sostanza è ciò che è causa di se stesso, e solo ciò che è sostanza o manifestazione ( come modo o attributo) della sostanza è reale.
Quindi un movimento circolare del sé che ritorna su di sé per ritrovarsi e confermarsi pienamente.
Nessuno scarto tra sé e sé.
Piena trasparenza dell' identità.
In pittura, quindi, forme definite, pulizia e precisione del disegno e della stesura del colore, predominio della forma.
Cioè predominio dell' identià sulla rottura, della staticità ( le pose scultoree e teatrali della pittura del settecento) sul movimento, del bello ( inteso come armonia di forme per il godimento, quasi spassionato. dell' intelletto) al sublime (inteso come rottura della misura e del limite con forte coinvolgimento emotivo).



Con Hegel, ma già in parte con Kant, comincia a cambiare il concetto della realtà.
Si tende a considerare il movimento, il mutamento, non più indice di irrealtà, di non-essere, o di essere a statuto ontologico inferiore ( come nella classicità, nel medioevo e nella prima modernità) ma come carattere essenziale del reale.
Anzi il modo di pensare si rovescia! Ciò che presenta il carattere di stabilità, immutabilità, chiusura in se stesso, sostanzialità, tende ad essere considerato come irreale, come un astrazione dell' intelletto.
Mentre si comincia a considerare reale solo ciò che si muove, che si tramuta nel suo altro, che si definisce solo in relazione dialettica con ciò che non è.
A fine novecento, pensatori come Emmanul Levinas ci hanno invitato a ripensare il concetto di identità; identità non come riposo in se stesso o esclusione dell' altro, ma come apertura costitutiva all' altro.

Di quì la grande pittura di fine ottocento e del primo novecento, che pure nella loro diversità presentano un tratto saliente in comune. Il fatto che in tutta questa pittura, le cose dipinte non stanno isolate, ripiegate ed in pace con se stesse, ma mostrano sempre una qualche rottura della loro identità, una qualche rottura della loro medesimezza, e dunque una possibilità di rapportarsi a ciò che le eccede.



Gli impressionisti usano una pennellata a volte grassa e corposa , a volte leggera e sgranata, ma in ogni caso l' effetto che raggiungono è quello di una frantumazione dell' unità, della coerenza interna della figura che si rompe in tante più piccole unità, ed al tempo stesso si rapporta con l' esterno. Come se, rotta l' unità del medesimo, ciò che lo eccede entrasse dentro di lui; come se la monade avesse aperto le sue porte e le sue finestre!

Loro usano questa pennellata rivoluzionaria per rappresentare la natura e la realtà esterna, ma quel che mi colpisce è che, dopo di loro, quasi tutti grandi della pittura, pur passando ad altro genere che non il naturalismo e la pittura all' aria aperta, manterranno la loro pennellata.

Pensiamo ad esempio a quanto c' è di più lontano dall' impressionismo; Kandinski. Le sue figure geometriche semplici sono dipinte in maniera impressionistica, cioè con sgranature, con irregolarità, quasi a voler rompere l' unità di quelle stesse figure; le superfici non sono uniformi, ma vibrano di luce, e non stanno in pace con se stesse.
In tutti gli altri pittori la stessa vibrazione, data o per corposità ( come negli espressionisti) o per sgranature, la stessa frantumazione dell' unità della figura è ancora più evidente.
In Picasso è lampante; ogni suo piccolo settore di dipinto, è dipinto a sua volta in maniera vibrante, illuminato in maniera impressionistica.
Anche i monocromi e le campiture di Rothko affascinano per la vibrazione interna che hanno; per il fatto che quelle che sembrerebbero semplici superfici colorate, in realtà non riescono ad esserlo, non riescono a stare in pace con se stesse, ma hanno l' altro, il diverso, il movimento in se stesse. E' come se queste tele dicessero A non è¹A.

Solo con l' irrompere della pop art le cose cominciano a cambiare e ritroviamo linee precise, stesure uniformi del colore ( che mi ricordano la terribile uniformità degli oggetti di plastica), pulizia, e molti di quelli che erano i caratteri della pittura "statica" preottocentesca, pur nella grande diversità delle tematiche affrontate. (Ma comunque lo stile la dice sempre più lunga del soggetto!). E ci sarebbe da chiedersi perché, e come mai.
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sabato 2 marzo 2013

estetica e poetica

http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/estetica-e-poetica

estetica e poetica

Estetica e poetica.

Sono due modi diversi di considerare l' arte e rapportarsi ad essa.
La loro distinzione dipende dalla nostra condizione; noi non siamo solo semplici intelletti che si rapportano in maniera cognitiva, referenziale ed imparziale ad un oggetto altro da loro, ma siamo anche esseri carnali, passionali, finiti, avvilupati nella vita come parte attiva, e dunque necessariamente e, direi, felicemente, parziali.

Nelle discussioni sull' arte che si fanno sui forum e sui blog, spesso non si tiene presente questa distinzione, e questo genera tutta una serie di scontri e fraintendimenti.

La poetica è la propria particolare idea di cosa è, o meglio ancora, di cosa debba essere arte. Propria nel senso che è dell' artista e lo anima nel momento del suo operare. La poetica non è l' idea che sta dietro alla singola opera, ma la concezione particolare che il singolo artista ha della propria arte, dell' arte in generale, e che sorregge e sottende, quindi, un po' tutto il suo lavoro.
La poetica può essere piú o meno esplicitamente formulata, ma può anche rimanere implicita all' artista stesso, e ciò nonostante continuare ad operare sul suo operato.

L? estetica è invece uno sguardo sull' arte piú filosofico. In genere sono i filosofi, o coloro che si occupano di arte in maniera teorica, come gli storici ed alcuni critici, che si occupano di estetica. L' estetica infatti cerca di comprendere e definire il fenomeno arte nella sua interezza e complessità. Chi si occupa di estetica deve prendere in considerazione anche i fenomeni artistici che non gli piacciono. Cioè lo studioso di estetica deve prescindere dalla propria personale poetica, dalla propria personale concezione dell' arte, per cercare un concetto ed una definizione di arte abbastanza ampi da sussumere sotto di sé anche quelle manifestazioni che vanno al di là della sua poetica, ma che comunque sono da considerarsi arte.

In genere in estetica si danno definizioni di arte di ampio respiro, anche un po' formali ed astratte, mentre la poetica dell' artista particolare tende ad essere molto piú severa e restrittiva, ma anche piú ricca e concreta.

Chì è alla ricerca di una definizione estetica dell' arte deve procedere per inclusione e dunque deve allargare il proprio concetto fino a farvi rientrare tutte le diverse manifestazioni artistiche di cui si ha esperienza.

Chi invece ricerca una propria poetica, ed in genere questa è un esigenza soprattutto dell' artista, di chi l' arte la vive in prima persona perché la fa direttamente, procede non per inclusione, ma per esclusione. Egli tenderà ad avere un concetto di arte molto meno ampio di quello del filosofi estetici, ma molto piú ricco e concreto, piú capace di spingere a scelte audaci.
Egli tenderà ad affermare la propria idea e la propria concezione dell'arte, per contrapposizione a quella altrui.

Un esempio di poetica è il manifesto dei futuristi.
Un idea molto chiara e concreta dell' arte, ma anche molto esclusiva.
Del resto la stessa poetica futurista nasce per contrapporsi ad una pratica anteriore dell'arte che viene rifiutata. E come i futuristi ogni avanguardia ed ogni movimento ha avuto la sua poetica.

Un esempi di estetica è, invece, la definizione dell' arte che dà Pareyson; come fare performativo, cioè come quel creare che crea al tempo stesso le regole del suo creare. Una definizione veramante molto ampia, tale da non lasciare fuori nessun fenomeno artistico, ma non tanto ampia da non lasciar cogliere la distinzione dell' arte dagli altri aspetti della realtà. Se infatti l' arte coincidesse con la totalità delle manifestazioni umane e della realtà, e non si specificasse in un fare determinato, non si potrebbe parlare nemmeno di una sua definizione o di una sua distinzione e quindi nemmeno si potrebbe parlare di arte.


Ora in ogn' uno di noi, aldilà della sua professione e della sua passione predominante, coabitano un artista che ha una sua poetica, cioè una sua idea particolare ma concreta e vivida di arte, che lo spinge a contrapporsi a chi pensa ed agisce diversamente, ed un filosofo che lo spinge, invece, a comprendere chi fa diversamente ed a d elevare il concetto di arte, anche a costo di sbiadirlo un po', cioè di renderlo un po' più formale ed astratto.
E questa distinzione dipende in ultima analisi dal fatto che conoscere ed agire, contemplare e vivere, sono due atteggiamenti distinti, anche se entrambi umani e propri di ogni uomo.

Ora i fraintendimenti e gli scontri cui accennavo sopra, dipendono dal fatto che spesso non si distingue estetica e poetica e dunque si vuole dare un valore universale alla propria poetica.
Il che comporta che si tenda a squalificare chi manifesta la propria creatività in maniera diversa dalla propria ( cioè ha una poetica diversa), escludendolo dal dominio dell' arte.
Ogn' uno erge la propria poetica, cioè i motivi che ispirano e animano la propria creatività, a regola universale dell'arte.
Mentre non ci sarebbe nulla di strano ad ammettere che anche quella degli altri è arte, ispirandosi ad un concetto estetico, ma che però la nostra ricerca, sorretta dalla nostra poetica, va in altre direzioni.
Non ci sarebbe nulla di strano e sarebbe un bell' esercizio di civiltà democratica, perché la democrazia funziona allo stesso modo, lascia ad ogn' uno la libertà di avere idee su come debba essere e funzionare lo stato, la società, l' economia, ma richiede che l' altro, chi ha altre idee di stato, società ed economia, non venga squalificato, in virtù di un concetto molto ampio, anche se formale e forse astratto di stato democratico, come garante della libertà e della diversità di tutti i suoi cittadini.
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commenti

Monica Lume utente autodisattivato
19 dicembre 2007 17:48
è così preciso e condivisibile questo tuo intervento che non mi sento di aggiungere o togliere qualcosa.

Ciro D' Alessio
19 dicembre 2007 20:13
ah grazie monica, in effetti è più che altro un chiarimento che ho fatto con me stesso.
Penso che sia una distinzione da tener presente quando discutiamo nei nostri blog.
Perché garantisce il rispetto recisproco nella diversità delle posizioni.

Arte ed Etica

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Arte ed etica

Le ultime riflessioni sul carattere etico e non violento del disegno e della pittura,
nonché i recenti interrogativi morali sull' opera del cane fatto morire per arte,
mi spingono a riconsiderare il problema etica-arte.
La storia dell' arte moderna dal rinascimento alla seconda guerra mondiale è la storia di un progressivo emanciparsi dell' arte dall' etica.
A fine ottocento i poeti maledetti e gli artisti decadenti reclamano con forza l' autonomia dell' arte dalla morale.
Allo scrittore ed al poeta deve essere consentito scrivere e dipingere anche soggetti che la morale comune ritiene disdicevoli. Perché l' arte non è etica e non è suo compito dare ammaestramenti diretti o esempi morali.
L' affrancamento dell' arte dalla morale è uno degli ultimi aspetti della storia del suo affrancamento dalla religione.

Ora, l' arte può rivendicare l' autonomia dalla morale finché è rappresentazione.
Finché l' artista si limita a scrivere, o a disegnare e dipingere, veramente non possono essere posti limiti di sorta alla sua azione, nemmeno limiti morali, perché l' atto dello scrivere e del dipingere non nuocciono veramente a nessuno ( se si esclude il danno, veramente piccolo rispetto a quello di altre più futili attività, che si fa all' ambiente per l' uso di inchiostri o colori ).

Negli ultimi cinquanta anni la tendenza dell' arte è stata, però, quella di rompere il piano della rappresentazione, cioè di farla finita col dipingere, ma cercare di operare direttamente sulla realtà e con la realtà.
Ma l' azione reale ha dei limiti etici.
L' arte classica era liberi da questi limiti perché non era azione reale ma rappresentazione.

Un discorso simile avviene nel campo delle scienze.
In quanto conoscenza del reale la scienza non deve avere limiti che non siano i suoi stessi.
Deve essere autonoma e libera di indagare e ricercare in ogni campo e senza restrizioni o prescrizioni esterne, impostagli dalla morale, dalla religione etc.

Solo che la scienza moderna non è solo conoscenza, ma anche azione sul reale ed, in quanto tale, sottoposta all' etica.

La scienza moderna è fatta così; per poter conoscere il reale, deve intervenire attivamente su di esso. Deve fare esperimenti.
In questo si distingue nettamente dalla scienza antica, che aveva un carattere prettamente contemplativo ed, in quanto mera contemplazione, non agiva sul reale e non era sottoposta ai limiti dell' etica.

Spesso si dice che la scienza va lasciata libera di ricercare mentre solo la tecnica, cioè l'applicazione al reale del risultato scientifico, andrebbe sottoposta a limiti etici.

Questo principio è sacrosanto, in quanto garantisce la libertà del pensiero e della ricerca, ma non sempre si attaglia alla scienza moderna che non è solo conoscenza, ma già dal principio, azione sul reale.

Noi tutti vorremmo fare a meno degli esperimenti su animali da laboratorio, ma tutti allo stesso tempo sappiamo che i progressi della medicina moderna si debbono proprio a tali esperimenti.
Quindi una crudeltà che ha però portato dei benefici indubitabili.

Ma che benefici daranno le attuali opere d' arte costruite sullo scempio e sulla morte di animali ?
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commenti

Gianni Iannitto
17 novembre 2007 11:45
interessante, buon lavoro...

Monica Lume utente autodisattivato
17 novembre 2007 12:53
Bravo Ciro!
Bello questo blog sulla interrelazione fra arte e filosofia.
In un certo senso lo aspettavo ;-)

Ciro D' Alessio
17 novembre 2007 13:00
Grzie gianni e grazie monica per l' incoraggiamento.
Cercherò di fare del mio meglio!

Antonio De Rose
17 novembre 2007 14:58
Aspettiamo la prossima puntata! :)

Monica Lume utente autodisattivato
17 novembre 2007 21:38
ma no, già qui ci sarebbe molto da dire

Monica Lume utente autodisattivato
17 novembre 2007 21:42
Sai Ciro, rivedevo i tuoi lavori a olio.
Tu certamente li hai fatti senza pensare a quello che potevano significare. Eppure parlano di tante cose.
E' espresso un senso etico, cosa pensi della vita, come ti poni nei confronti degli altri, il tuo senso delle cose.....

Ciro D' Alessio
17 novembre 2007 22:11
Certo monica, è così. Nel lavoro di un artista ( nel mio caso non di un artista ma di un apprendista pittore) si trasmette sempre tutto il mondo spirituale dell' artista; non potrebbe essere diversamente.
Nell' opera d' arte non c' è solo il sentimento, ma sempre tutta una visione del mondo e della vita, e soprattutto l' atteggiamento che ha l' artista nei confronti del mondo e della vita.

Tendo spesso a sottolineare l' aspetto del sentimento perché vedo che è significativamente assente ( ad eccezzione del sentimento dell' angoscia ) nelle creazioni di certi artisti contemporanei. quindi in queste opere non vi vedo trasmesso un artista con tutta la sua umanità, ma degli intelletti quasi separati dalla loro parte emozionale.

C' è anche un altra ragione per la quale insisto sul sentimento; per me è molto importante stabilire l' autonomia dell' arte dalle altre attività umane, ed in particolare dall' attività teoretica e conoscitiva.
E così, rifacendomi un po' all' estetica Kantiana, cerco di far riposare l' autonomia dell' arte sull' autonomia della facoltà del sentire, la facoltà del giudizio estetico, da quella del conoscere.
Kant diceva che noi abbiamo tre facoltà, che non si lasciano ulteriromente ridurre l' una all' altra; la facoltà di conoscere, quella di desiderare ( che è a fondamnto dell' etica), e la facoltà del piacere e del dispiacere.
Cioè la facoltà del godimento ( che è a fondamento del giudizio estetico).
E' vero che in un opera d' arte si trasemttono anche gli altri due aspetti dell' uomo, perché sempre tutto l' autore vi si trasmette, ma ciò che ne fa un opera d' arte e non un opera di conoscenza o un azione morale è proprio il riposare sulla facoltà del godimento.
In tedesco sapere si dice wissen e godere gewissen. Quindi le due parole sono in stretta relazione, ma sono anche chiaramente distinte.
L' arte non è solo wissen, ma anche gewissen.
Ed è proprio in quanto gewissen che può rivendicare la sua autonomia rispetto al sapere teoretico.

Ciro D' Alessio
17 novembre 2007 22:30
Autonomia dell' arte dall' etica non vuol dire che nell' opera non si trasmetta l' ethos dell' artsta. Così come autonomia dell' arte dall conoscenza non vuol dire che non vi si trasmetta la sua Weltanschaung.
Ma significa essenzialmente che l' artista è libero nel suo creare e non è soggetto al al clero che in epoca medioevale monopolizzava conoscenza etica ed arte.
La scenza moderna, l' etica moderna, e l' arte moderna nascono tutte dal seno e dal dissovimento della teologia medioevale di cui erano tutte ancelle.
Si sono costruite la loro autonomia nel corso dei secoli e con grande fatica. Ed hanno raggiunto il culmine della loro autonomia a fine ottocento inizio nevecento.
Dopodiché mi pare di assistere ad un ritorno dell' arte ad una posizione ancillare o nei confronti dell' una o dell' altra facoltà, o della teoria o dell' ethos, o del filosofo o del politico.

Monica Lume utente autodisattivato
18 novembre 2007 10:50
Allora dici che l'arte oggi è autoreferenziale per necessità?

Se non è cofluenza di energie e sbocco estetico di qualcosa, cos'è allora?

Che significato dai tu, personalmente, all'arte etica?

Ciro D' Alessio
18 novembre 2007 12:56
Cosa intendi per autoreferenziale?
Per me autonomia ed autoreferenzialità non sono sinonimi ma contrari.
Posto, infatti, che concepisco l' arte come un modo di rapportarsi al mondo.
Autonoma è quell' arte che vi si rapporta indipendentemente da altri modi di rapportarvisi quali la conoscenza, l' etica, etc.
Autoreferenziale è invece quall' arte che non riesce proprio a rapportarvisi e che invece di essere apertura sul mondo, su ciò che la eccede, si richiude su stessa, si riferisce solo a se stessa e parla solo di se stessa, oppure del mondo esso stesso autoreferenziale dal quale non riesce a prendere le distanze.

Monica Lume utente autodisattivato
19 novembre 2007 02:38
Per me l'arte è sempre etica, qualsiasi espressione è espressione di qualcosa, di un'idea, di un gusto, di una scelta.
Ogni espressione artistica individua un luogo, fisico o mentale che sia.
Arte autonoma. Non comprendo appieno questa accezione. Autonoma da imposizioni esterne, mi par di capire.
Ma sul concetto di imposizione ci sarebbe da discutere per ore.
Oggi secondo te l'artista è autonomo?
Secondo me no: è talmente ucciso dal mondo in cui vive che è difficile poter dire che oggi l'artista sia più libero di quanto non lo fosse l'artista del medioevo o del rinascimento.
Per me, caro Ciro, l'artista è soggiogato. Vuoi dalla Chiesa nell'antichità, o dalla Scienza ieri, o dal nulla nichilista oggi, comunque è perennemente in guerra col mondo e con se stesso.
E il suo contenuto è quello che riesce a strappare a questa morte del senso.

Ciro D' Alessio
19 novembre 2007 13:02
Autonoma significa che è un attività distinta dalle altre.
Cioè che fare arte non è la stessa cosa che fare scienza e viceversa, hce fare arte non è la stessa cosa che fare etica e viceversa, anche se poi l' arte si può occupare di scienza e di etica e etica e scienza si possono occupare di arte.
Ma si tratta di atteggiamenti cmq irriducibili, che per quanto si possano contaminare, coem è di moda oggi, riposano su facoltà e modi di rapportarsi al reale che sono distinti, anche se compresenti nell' uomo.
Se l' arte non si distinguesse realmente dalle altre sfere ne verrebbe riassorbita e non avrebbe una sua reale consistenza, ma sarebbe ora etica, ora sapere, ora economia, etc.
Si è vero, nell' arte si esprime la temperie etica nonché la weltanschaung dell' autore,
ma questo è vero per ogni azione, per ogni operare di ciascuno di noi.
In tutti gli atti che facciamo ogni giorno esprimiamo il nostro essere.
Solo che l' arte è un operare ed un produrre che si deve pur distinguere da ogni altra operazione o produzione, altrimanti di nuovo si dissolverebbe nel tutto e non sarebbe.
Perché una cosa è intanto che si distingue dal resto, da ciò che non è.
L' esser-passivo e condizionato fa parte della condizione umana ma questo c' entra poco con l' autonomia dell' arte. Per autonomia non deve intendersi infatti qualcosa di decontestualizzato, di fuori della storia e del mondo.

Ciro D' Alessio
19 novembre 2007 13:05
Riguardo a cosa significa per me personalmente arte etica, ci sto pensando e cercherò di postare una risposta appena mi sarò schiarito le idee.
A presto

Monica Lume utente autodisattivato
19 novembre 2007 13:57
In un certo senso si, ma io la vedo in modo più ampio. In realtà l'arte è risposta all'insistere degli stimoli della cultura, della conoscenza e dell'esperienza sull'artista.
In questo senso, per me l'artista non è mai autonomo, ma continuamente, coinvolto correlato ai fatti che vive e alle cose che apprende.
E' un momentaneo soggettivizzarsi in percezioni e rimandi, dei fatti della vita che in lui (l'artista) si metabolizzano e si ricreano (o muoiono definitivamente).
Ecco, intendevo che l'arte è sempre atto etico, in quanto luogo di elaborazioni, indagini e catarsi delle forze, delle idee e dei vissuti sia interni che esterni.

Monica Lume utente autodisattivato
19 novembre 2007 14:56
Il tragico oggi è che pare che le azioni artistiche possano essere solo negative. Non si riesce a trovare la strada per dare corpo, visione e forma, sbocco estetico a energie vitali pure.
Prendi in esame, ad esempio, il fatto di quel povero cagnolino lasciato morire, ma anche di qualunque altra azione definita artistica, contro la compassione umana e la difesa della vita, ma a favore di una visione cinica e indifferente alle energie e al senso che sottendono la vita.
Un'azione che provoca la morte di un essere vivente viene fatta assurgere a azione artistica.
Si sta cercando di desacralizzare la vita, e questa azione di dissacrazione, di rimozione dei tabù da sempre irrelati al permanere del suo significato e rispetto, viene fatta passare per arte. Prende il posto (la negazione, la morte) della propositività e dell'apertura alle energie della vita.
Di fatto un ribaltamento. UNA USURPAZIONE.
La morte prende il posto della vita, ne chiede la leggittimazione, il diritto, il posto al sole, ne sbaraglia le giustificazioni, i moventi, cerca di screditarne persino la logicità del suo permanere.

Dove vuole protare tutto questo? Forsea equiparare il valore della vita a quello della morte?
A privare la vita, il suo senso, di connotazione etica?

Monica Lume utente autodisattivato
19 novembre 2007 15:06
E adesso osserva l'eco, la reattività scatenata da questo fatto, nel mondo dell'arte.
Una parte del mondo dell'arte ha ravvisato in quell'azione un alto grado di artisticità (e, ammettendo che fosse un'azione indotta non speculativamente, sperando in un effetto sensazionale e relativa notorietà, ma mirante a fare emergere delle evidenze dal sostrato inconscio dell'umanità) e un popolo di artisti che invece, inorridendo ha promosso iniziative (non artistiche, ma sociali, politiche) affinché quell'artista fosse bannato e l'artisticità dell'azione annullata.
Ma in questo secondo caso si è dovuta produrre un'azione politica contro un'azione artistica.
E' inaudito! Artisti che non hanno mezzi per esprimere un dissenso usando un linguaggio artistico!!
Questa è una resa, un fallimento: come dire, OGGI L'ARTE è CONNESSA ALLA MORTE! Come ammettere: non ci sono sbocchi creativi possibili nell'arte, ma sono distruttivi!
L'arte usa le forze della vita per negare la vita!

Ciro D' Alessio
19 novembre 2007 17:27
Si Monica, quanto scrivi è sconcertate ma purtroppo vero.
Io credo che sia un sintomo della crisi pofonda dell' arte contemporanea e della società di cui è parte.
Però, perdonami, era prevedibile che si arrivasse a questi esiti.
Negli ultimi 50 anni non si è fatto altro che voler rompere il piano illusorio della rappresentazione.
Ma la separazione tra piano della rappresentazione e realtà poneva all' arte dei limiti, ma prprio questi limiti davano all' artista la massima libertà di esprimersi.Perché qualsiasi cosa rappresentasse non v' era pericolo di nuocere a nessuno.
Da quando fontana cominciò a rompere le tele, però, gli artisti d' "avanguardia" non hanno fatto altro che gareggiare a chi era più bravo non a rappresentare il reale, ma a portarlo direttamente in scena, ad operare e lavorare direttamente col reale. A cosa mirano quasi tutte le istallazioni e tutte le performances, se non a coivoolgere direttamente lo spettatore nel loro spazio di rappresentazione, o meglio a fare a meno di questo spazio per entrare esse stesse nella realtà?
Questo sarebbe dovuto essere un avvicinamentoo dell' arte alla vita concreta, una maggiore libertà, perché non più vincolati alla tela etc, ma si è rivelato il suo contrario.
Meno libertà, perché con la realtà non puoi fare tutto quello che puoi fare nella rappresentazioni, ad operare nella realtà vi sono dei limiti etici, che la rappresentazione invece non ha.

Pensa all' opera del campo di papaveri che hanno esposto a Documenta 12. Quì l' artista ha voluto dire chiaramente che ormai egli non crea figure disegni o rappresentazioni, ma direttamente la realtà, con fiori terra ed alberi veri, in carne ed ossa!
Mi chiedo se a questo punto l' arte sia ancora qualcosa o la sua tendenza non sia quella di annullarsi completamente nel fare e disfare continuo della nostra società.
Il problema dell' autonomia è anche il problema dei limiti dell' arte. Cioè ad un certo punto bisogna pure poter dire cosa non è arte! Altrimenti l' arte finisce col coicidere con tutto.
Il problema dei limiti è quindi il problema della definizione di un piano della rappresentazione.
Se gli artisti hanno perso anche la capacità ed i mezzi per reagire a questa tendenza, è perché hanno perso un dominio proprio, hanno perso il loro strumentto d' espressione, è come se l' arte non tendesse a morire ma fosse già morta da mezzo secolo.

Io credo che in giro ci siano artisti talentuoso capaci di esprimere vita e non morte.
Solo che a chi vuoi che interessino?

Io spero che il diffondersi di internet con il suo carattere democratico e reticolare a discapito dei media autoritari e verticistici, quali i gironale e la tv, possa contribuire non solo a rafforzare la democrazia ma anche a fare in modo che ciascuno finalmente si possa andare a cercare gli artisti che gli piacciono, senza lasciarseli imporre da un sistema contro il cui strapotere noi poveri mortali poco possiamo.

Monica Lume utente autodisattivato
19 novembre 2007 17:51
Ma sai, io penso che rompere il piano della rappresentazione non sia il male, se in questa azione vigesse un senso etico. Anzi, Fontana ha realizzato proprio questa possibilità, facendo coincidere il taglio (atto di per sé con una certa connotazione violenta) con un imput ricreativo (la trasformazione del piano e la mutata relazione con la luce assorbita dal piano stesso) e non certo distruttivo.
In Fontana, ma anche in Burri l'etica è rinnovata, non certo negata.
Il guaio inizia con la manipolazione di esseri viventi. Non è forse derivante, questa arte cruenta, per esempio dalla pratica della vivisezione sugli animali?
Non è stata quindi, per prima, la scienza a violare il recinto etico della sacralità della vita? In nome di un principio etico! Torturo una vita per salvarne 100. Etica contro etica.
L'arte non fa che mettere in scena, esprimere una catarsi di queste inconciliabili contraddizioni, fino a portarle alle loro estreme conseguenze.
Una scienza avviata alla clonazione degli essere umani, questa è la realtà di oggi! Non chiamiamo in causa gli artisti, per favore, ma la scienza, che collude con i principi della magia nera (trapianto di cuore, vivisezione, creazione di una vita da sacrificare a beneficio di un'altra, tutti quei casi in cui la scienza si impossessa di una vita (ma come??? abbiamo lottato secoli per togliere il monopolio alla chiesa e ora accettiamo che la scienza compia gli stessi abusi?) e ne decide le sorti, compresa la sua condanna definitiva!
Ma ci rendiamo conto dell'orrore?

Monica Lume utente autodisattivato
19 novembre 2007 17:54
Un orrore fisiologico, oramai!
Assuefatti all'orrore.
Orrore legale, istituzionale.

Ciro D' Alessio
19 novembre 2007 23:02
Sono daccordo con te Monica.
Io stesso sono un ammiratore di Fontana e Burri, ed anch' io considero le più moderne e cruente manifestazioni artistiche un espressione del sangue di cui si sporca ogni giorno la nostra società fin anche nelle sue più nobili attività quale può essere la ricerca scientifica.
Sempllicemente riflettevo sul fatto che finché l' arte si limitava a produree e manipolare immagini, non aveva problemi etici. E riconducevo poi l' opera del cane lasciato morire all' interno della tradizione inaugurata da fontana e burri, la tendenza cioè a fare arte con la realtà e non con le immagini. Però è ovvio che tra i due estremei di questa tradizione c' è un comunque un grande differenza.

Riguardo al problema della scienza e dell' etica andrebbe aperto un altro blog intitolato: scienza ed etica. Il problema è immane; ti assicuro che nelle facoltà di filosofia di tutto il mondo ormai non si parla d' altro, e che l' unica materia filosofica che suscita un po' di interesse al di fuori della cerchia dei filosofi è proprio la bioetica.

La scienza manipola la vita, questo è innegabile. Questo manipolare è una violenza:
E' una violenza tanto più ingiustificata perché rivolta contro esseri assolutamente indifesi come gli animali da laboratorio.
E verso gli indifesi il nostro senso di responsabilità dovrebbe avere il sopravvento su di ogni altra cosa.
E tuttavia la nostra società è cosi pregna dei risultati di questo lavoro di ricerca, che noi non riusciremmo nemmeno a pensare come potremmo essere oggi se non si fossero fatti questi esperimenti e queste manipolazioni.
Io stesso probabilmente non sarei quà, perché da bambino ero abbastanza gracile e malaticcio, ed in passato, prima dell' avvento della modicina moderna che si è sviluppata con gli esperimenti su cavie, quelli come me erano destinati a morire da piccoli.
Ma per fortuan sono cresciuto, poi sono divenuto sano e forte, ed ora non me la sento proprio di puntare l' indice contro quella ricerca scientifica cui devo in qualche modo la vita.
Questo ovviamente non vuol dire che per me non resti vivo l' orrore per la manipolazione della vita che denunci.
Ti assicuro che se anche non me la sentirei di fermare gli esperimenti, qualora ne avessi il potere, non per questo mi ritengo assuefatto all' orrore di cui parli.
E credo che non lo siano nemmeno i ricercatori che operano in quel settore, che, da quelli che conosco, sono persone con un alto grado di umanità, ed hanno una tragica consapevolezza di quello che purtroppo fanno.
Spero che sappiano escogitare il modo di testare i loro prodotti senza ricorrere a cavie viventi.Questo sarebbe il mio augurio.

Per ora non possono fare altrimenti.
Ma gli artisti, non hanno nessuna necessità di seguirli. Loro sono liberi per eccellenza, hanno mille maniere per esprimersi.
Se lo fanno in maniera cruenta per loro davvero non v' è giustificazione.
Dove c' è libertà di fare altrimenti, o di non fare un azione cruenta , non c' è giustificazione che regga per chi la commette.
E l' arte è, per definizione, libera e svincolata dalle necessità.

Monica Lume utente autodisattivato
20 novembre 2007 05:23
Bè, penso tu non sia stato il solo a beneficiare delle conoscenze e dei progressi della scienza.
Siamo tutti coinvolti in questo discorso, chi in un modo, chi in un altro (anche solo prendendo un'aspirina)
Quello che si pensa è: ci saremmo arrivati lo stesso, in un altro modo, mettendoci più tempo?
E questa consapevolezza potrà aiutarci nelle scelte future a prendere una direzione magari non così facile, non così veloce,non così cinica e irresponsabile, non così priva di etica ma indubbiamente più sana e più giusta?
Leggevo che si sta sollevando un'onda tsunamica contro la genetica: si sta decidendo adesso, in questo tempo, l'orientamento futuro della scienza, se far passare la clonazione umana oppure fermarla. Bè, non c'è persona o scienziato che sia favorevole a questa ipotesi. C'è un rigetto assoluto e motivato verso questa possibilità. E menomale....
Mi pare quindi possibile che l'opinione pubblica possa avere voce in capitolo nella determinazione persino della direzione della ricerca scientifica. Questo ci salva, almeno in parte.
Riguardo all'artista, io non la penso come te.
L'artista è dentro la vita, dentro i fatti, dentro la storia più di chiunque altro. E in virtù di questo essere coinvolto a livelli profondi, riesce a operare catarticamente e creativamente, sintetizzando e portando in luce i retroscena e le energie di fondamento delle cose.
E l'arte, in questo senso, non è affatto libera e svincolata dalla necessità esistenziale. Anzi, è appunto il veicolo di ogni liberazione, ogni emancipazione, ogni consapevolezza e conoscenza.

Ciro D' Alessio
23 novembre 2007 14:55
Monica.
Necessità ha molti significati.
Almeno tre: un significato metafisico, uno morale, uno esistenziale.
Della necessità metafisica non è il caso di parlare, perché non coinvolge l' arte, a meno che l' artista non si senta come chiamato da Dio o predestinato a fare una determinata opera ed incapace di fare altrimenti; ma ci vuole una bella dose di narcisismo e presunzione, accompagnato da un concetto veramente piccino di Dio e del destino, per potersi credere destinati a compiere una qualche del genere.

Quindi parliamo della necessità morale e di quella esistenziale.
Necessità morale; anche solo su questa ci sarebbe molto da distinguere e da discutere, però per grosse linee diciamo che è quella necessità che nasce dall' essere noi responsabili verso l' altro uomo. Questa responsabilità ci spinge a voler ed agire in un modo piuttosto che in un altro. La necessità morale presuppone la libertà di scelta, la decisione libera, ma anche l' impossibilità morale ( e ribadisco solo morale, non metafisica) di agire diversamente da come ci dice la nostra responsabilità per altri.

La necessità esistenziale è quella necessità legata alla nostre concrete condizioni esistenziali; al fatto che siamo esseri carnali, naturali, e storici e che non possiamo trascendere da questa nostra natura condizionata.
Così io sono necessitato a mangiare, a bere, a dormire, ma anche ad usare il telefonino, il computer, etc.

Sia la necessità morale che quella esistenziali non sono cogenti da un punto di vista metafisico; cioè io potrei anche non seguirle; ma nel primo caso farei un azione immorale, contro l' altro uomo di cui mi sento responsabile, nel secondo andrei contro quelle che sono le mie condizioni d' esistenza materiale, e storico culturale, il che lo posso anche fare ma col rischio di rinunciare alla mia vita, o a vivere sintonizzato col presente, diciamo così.

La necessità metafisica avrebbe invece un potere costrittivo assoluto e di tipo non morale , ma fisico e metafisico, contro il quale non si può fare altrimenti perché al di fuori della presa della nostra volontà e della nostra azione ( come ad esempio la necessità del moto dei pianeti o del destino, per chi vi crede).

Ora la necessità cui io facevo riferimento dicendo che l' artista è libero era la necessità morale, perché si stava parlando appunto di morale, più precisamente se l' artista avesse lo stesso obbligo morale che in qualche modo ha lo scienzito di portare avanti il suo lavoro anche a scapito della sofferenza e della morte di animali.

La necessità cui invece ti riferisci tu quando dici che l' artista non è libero, se ho ben capito, è una necessità di tipo esistenziale; cioè l' artista vive in una situazione storica-individuale, alla quale reagisce in un modo e non potrebbe in un altro.

Io sono daccordissimo su questo punto. L' artista è sempre condizionato dal proprio tempo, dal mondo in cui vive, dalla propria personalità, etc. Quindi in qualche modo non è libero, perché non può atrarsi dal proprio contesto.

Ma è libero moralmente di non fare cioè che nuoce al suo prossimo, sia esso uomo o animale.

Ciro D' Alessio
26 novembre 2007 12:11
Riguardo alla questione rimasta in sospeso, di cosa significhi per me l' arte etica.
Penso che l' arte sia al servizio dell' emancipazione umana, e dunque svolga un ruolo critico , anche se non immediato ( altrimenti l' arte sarebbe pura propaganda politica), nei confronti della società alienata e sofferente in cui viviamo non tanto quando è direttamente arte di denuncia, ma quando è arte utopica.

Contro la mimesi negativa di Adorno, faccio valere il principio speranza di Ernst Bloch.

Penso che un arte che si metta a rappresentare il disagio di vivere e le sofferenze dell' uomo alienato di oggi, non necessariamente sia eticamente impegnata contro i mali che rappresenta. Rischia di andare a confondersi con l' immensa massa di informazioni mass mediatiche che ogni giorno vediamo sui mali del pianeta e della società, che più che produrre un moto di sdegno contro di essi, suscitano spesso un senso di assueffazione e di accettazione del dolore di vivere.

Ma l' accettzione del dolore della vita è sempre un arma nelle mani della reazione.
Il progresso, l' emancipazione, devono lottare contro il dolore ed il disagio, non accettarli.
Ma perché questa lotta sia possibile vi deve essere una qualche speranza di riuscirvi.
Vi deve essere un ottimismo di fondo, una fiducia nelle possibilità umane di costruire un mondo felice su questa terra!

Ecco che l' arte può contribuire a mantenere viva ed a stimolare questa speranza.

La grande arte borghese, quella del settecento e dell' ottocento, ha avuto un grande ruolo progressista e non era affatto oscurantista e conservatrice.
Il desiderio di felicità, si badi felicità terrena, che suscitava era una spinta a lottare per l' emancipazione più forte di molte dottrine socialiste, e di molte opere che se ne facevano direttamente la propaganda.

Ed inoltre, data l' autonomia di tale arte rispetto a qualsivoglia dottrina, esse sono ancora oggi attuali, mentre le opere progressiste, al servizio di idee politiche ormai superarte, sono inevitabilmente cadute insieme alle idee di cui erano ne più ne meno illustrazione.


In fatto è che spesso lo spirito rivoluzionario non si accompagna con l' amore per la vita, ma con una specie di istinto di distruzione.
Molto filosofi ed artisti, purtroppo, erano rivoluzionari non perché amavano la vita e dunque volevano vederla finalmente espandersi in tutte le sue potenzialità ed in tutto il suo splendore, ma perché la odiavano, o meglio confondevano il malessere dovuto agli assetti sociali, col malessere esistenziale, e dunque loro bersaglio non era più l' attuale, contingente, situazione sociopolitica, ma la vita e l' esistenza in quanto tali.

Monica Lume utente autodisattivato
28 novembre 2007 21:43
Intendevo proprio questo.
Intendevo che l'artista non ha la libertà di agire contro l'etica, non ha la licenza, l'arbitrio di commettere atti contrari alla morale, alla vita da quando fa traslare l'azione artistica dal piano della rappresentazione a quello della realtà (performance, installazioni, riprese cinematografiche, spettacoli teatrali, ecc). Se là (sulla tela, sul supporto) vige la libertà di pensare e esprimere qualsiasi cosa, qua, sul piano del reale, vige un'etica, con regole e divieti rigorosissimi, che non è dato trasgredire senza incorrere in conseguenze giuridiche e karmiche.

Monica Lume utente autodisattivato
28 novembre 2007 21:47
sono d'accordo con le considerazioni di questo tuo intervento precedente.

Ciro D' Alessio
29 novembre 2007 18:06
Allora si;
anch' io penso che non solo l' artista ma ogni uomo non può sottrarsi all' etica, cioè non può sottrarsi al fatto che sulla terra esistono altri uomini oltre lui, e che in qualche modo ne deve fare i conti.
In questo senso Emmanuel Levinas diceva, rovesciando quello che sembrerebbe l' ordine più logico, che la responsabilità precede la libertà.
Mi fa piacere abbia gradito le osservazioni fatte nel secondo intervento.
Secondo me infatti nell' opera l' artista non esprime solo il suo presente ( come farebbe credere la parola rap-presentazione) ma tutto il suo essere che è fatto dunque anche di passato e di futuro.
Ed il futuro noi lo esperiamo nella modalità del desiderio, della speranza, del sogno utopico, o anche della paura ( come in alcune opere di utopia negativa).

Monica Lume utente autodisattivato
6 dicembre 2007 11:33
Concordo.
Per questa ragione penso che Nitsch sia un volgare impostore, manipolatore, usurpatore, criminale mentre Beuys sia stato un artista puro, la cui opera ha incarnato la tensione immaginativa e fattiva dell'uomo contemporaneo verso un'emancipazione che non fosse in contrasto con la propria umanità e eticità.

La pittura e la differenza.

Sempre dal mio blog di Equilibri, la discussione che seguì a questo post andò persa a seguito di problemi tecnici del portale.
 http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/la-pittura-e-la-differenza

la pittura e la differenza

L' opera famosa di Derridà, la scrittura e la differenza, ci ispira questa riflessione.
Nella scrittura lo scrittore non è presente direttamente al lettore, ma tra i due v' è un vuoto, uno spazio, una differenza, che garantisce la libertà del lettore, e quindi il carattere non violento, non invasivo della scrittura.
La presenza, infatti, ha un che di violento, di autoritario, un carattere di pienezza ontologica che non lascia spazio all' altro.
Condizione per l' etica è che l' essere non sia pieno, totalitario, ma che sia in qualche modo discreto, che presenti delle fratture, delle differenze; cioè presuppone che ci sia il medesimo, ma anche, irriducibile al medesimo, l' altro.

Ora negli stessi anni in cui Derridà proponeva le sue riflessioni sulla scrittura, si andava affermando in arte una tendenza contraria. L' arte che rinunciava, cioè , sempre più al suo carattere di scrittura, di linguaggio, di rappresentazione, per avvicinarsi invece sempre più al reale, per farsi sempre più presente.
Ma sempre più presente significa più invadente, meno rispettosa dello spettatore, perché mirante proprio a scuoterlo, cioè a non rispettare la differenza del fruitore.

Ricordo che una volta all' università venne la figlia di Levinas, che è una musicista, e ci raccontò che il padre non amava Beethoven, perché riteneva che la sua musica troppo coinvolgente fosse una specie di violenza all' ascoltatore.
E ricordo anche le riflessioni che Kant faceva sulla musica e sulla pittura, ritenendo quest' ultima più rispettosa della prima perché lasciava lo spettatore libero di guardare o non guardare, mentre la musica ha una presenza più invasiva e non lascia liberi di sottrarvicisi.

Ora il rapporto che pone Derridà tra scrittura e presenza, o quello kantiano tra arte figurativa e musica, è simile al rapporto che c' è tra pittura e quell' arte che ne pretenderebbe di essere il superamento, e cioè le istallazioni, le performances, etc.
Queste mirano proprio a rompere la differenza e ad invadere, con il loro confondersi col reale, lo spettatore. lo circondano, non lo lasciano libero di sottrarsi alla loro presenza.

Sono forme d' arte violente, secondo questo punto di vista.
Ciro D'Alessio.

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11 novembre 2007 15:50

Da Equilibri, il cane fatto morire per arte.

Dal mio Blog su Equilibriarte incollo una discussione del 2007.
http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/sul-cane-fatto-morire-per-arte

sul cane fatto morire per arte

Il cane fatto morire nel museo è un opera orribile.
Tuttavia mi sembra l’ esito coerente e conseguente di tutto un filone dell’ arte contemporanea degli ultimi 50 anni; la tendenza a voler rompere i vari piani della rappresentazione per portare in scena la realtà direttamente.
Fontana cominciò a rompere la tela. Rauschemberg ad incollarvi oggetti reali, quindi tutti gli artisti più o meno abbandonarono i piani illusori della rappresentazione per portare la realtà direttamente in scena.
E chi meglio di quest’ ultimo artista, di cui non voglio ricordare il nome , ci è riuscito? Qui c’ è la realtà in carne ed ossa e con tutti i suoi caratteri essenziali, dolore, fame, morte. Dovrebbe far tripudiare di gioia gli artisti di tutto il mondo che fin’ ora si sono messi ad incollare oggettucci inessenziali o a portare in scena solamente attori; finalmente la vera vita, in tutta la sua tragicità in scena!!!
E' un esito orribile che bisognava però aspettarsi; quando un linguaggio rinuncia al suo ambito ed ai suoi limiti, per ambire a fondersi con la realtà stessa, allora questo linguaggio tende ad assolutizzarsi, a farsi totalitario, a non riconoscere più nulla di esterno, visto che la realtà l’ ha inglobata, che possa porgli un freno.
Esiti simili aveva avuto la filosofia nell’ ottocento; non contenta di essere solamente rappresentazione, ed anche limitata e lacunosa della realtà, ambì a fondersi con la stessa, facendosi così assoluta, acritica, e totalitaria.
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commenti

Monica Lume utente autodisattivato
13 dicembre 2007 08:30
Ciro D' Alessio
13 dicembre 2007 15:44
Grazie del link, monica. Ho cominciato a leggere con vivo interesse.
Il direttore, che non conosco se non da questo link, mi sembra una persona di un anitipatia e di una presunzione rara!
Non capisco come gli altri possano soppostare di discutere con lui!
Cmq mi pare che anche noi avessimo centrato, con la nostra discussione, la posta in gioco, ossia il rapporto e la distinzione tra arte e realtà e tutto qunato ne consegue.
Solo che al direttore piace questo mischiarsi di arte e realtà, mi pare intenda come opera d' arte anche l' 11 settembre ( è possibile?).
A me, invece, non piace.
Tutto ciò che non si distingue e si confonde con la realtà, si annulla di fatto. Questo vale tanto per l' arte che per la filosofia, che per qualsiasi altra attività o cosa, credo.

Monica Lume utente autodisattivato
13 dicembre 2007 17:51
hahahaah è vero, non si può dire che sia un campione di simpatia.
Incarna quel cinismo tipico delle persone che non sanno cosa sia l'impatto col male nella realtà; che non comprendono il dolore degli altri. Sono persone teoriche, cervello, ego smisurato, poca vita vera. Sono degni rappresentanti di questo tempo malato di insensiibilità e cattiveria.
Ad ogni modo ho provato un gran sollievo alla notizia! :-))

Monica Lume utente autodisattivato
13 dicembre 2007 17:59
pensavo a cosa potrebbe redimere un tipo siffatto: una scarica di legnate vere, dolore vero, sangue, ematomi, lividi e acciacchi. Avrebbero su quella psiche così crudelmente contorta, un effetto di immediato ritorno alla realtà, e di giusta e sacrosanta ritrovata umiltà e comprensione del dolore per le perdite degli altri.
Ma questo trattamento lo riserverei, una tantum, a molte delle perosne che oggi occupano la scena del mondo.
Aggiungo che non vorrei essere io a infliggere le bastonate (dovrebbero infliggersele da soli, al primo balugigare di un lampo di autocoscienza).
E non dire che sono fascista

Ciro D' Alessio
13 dicembre 2007 23:30
ehehehe, vero Monica.
Alla fine è il dolore che ci riporta alla realtà!

Monica Lume utente autodisattivato
14 dicembre 2007 12:31
è la realtà che ci riporta alla realtà.
Quella che tu, tempo fa, in un forum, definisti "sangue, terra, peso".
La realtà per me significa che ogni azione ha conseguenze, avvia un karma. Chi vive la realtà, vive anche la responsabilità derivante dalle azioni e dalle parole. Solo i cretini si permettono di sentenziare cinicamente sulle tragedie occorse agli altri, senza avvedersi della precarietà del proprio vivere.

Enigrusso
14 dicembre 2007 12:34
Giusto Condivido.

Ciro D' Alessio
15 dicembre 2007 22:16
Condivido anch' io Monica.
In questi giorni sono un po' indaffarato.
Spero al più presto di poter iniziare una nuova bella serie di discussioni e approfondimenti.

Elena Zanella
8 giugno 2008 10:39
rompere una tela...... nn è come togliere la vita anche se un essere animale indifeso

ma dove arriveremo??

Ciro D' Alessio
8 giugno 2008 10:44
certamente rompere la tela non è la stessa cosa che far morire un cane innocente.
Però con la rottura della tela si è aperta una strada; la strada a fare arte non con immagini, ma con le cose stesse.
E' una strada pericolosa, soprattutto quando si vogliono toccare certi temi importnati quali la vita e la morte.
Se non ci fossero state le tele tagliate, probabilmente oggi quell' artista avrebbe fatto un bel quadro, o una bella foto, o una bella scultura di un cane che muore; avrebbe fatto meno rumore, ma non avrebbe fatto del male a nessuno.

domenica 20 gennaio 2013

Di che ci parla la bellezza?

Di che cosa ci parla la bellezza?
Essa è  solo una bella modella
che in fondo non ci dice nulla
 ma ci adorna con la sua biondezza?

O è la più possente delle Muse
che ci dice cose tanto profonde,
tanto sovrumane, che son precluse
alle nostre povere lingue moribonde?

Ciro D' Alessio.








martedì 1 gennaio 2013

Inside and outside.


What are we inside?
Inside we're just filthy guts
vermicular instincts and ravenous mucous membranes ,
bones and nerves bleeding, inert
  fat and smelly droppings.

Only this we're inside,
only this is in the "interiore homine."
Why all the rest ...
everything else is outside.

Outside is the soul, which is our gateway
  open to others and to the world.
Outside is the word, sound, music, color.
Outside is light, it 's bright dawn.
Outside is the love that awaits us,
Life is outside and outside is the Sun.

Inside slowly gnaws the Death,
and weaves his machinations
to block one day our eyes
and imprison us forever
in his helpless, dumb, deaf interiority.


Ciro D'Alessio

What really is important

What really is important,
that has deep meaning,
is not the repeatable and the abstract,
is not the virtual non-existent,
nor the alleged essence
of a ghostly world or the pale concept.

What really is important,
that has a meaning abyssal,
is what now here really exists ,
live, unique, sensual.

 It's you, it's me, is it, is she.
It is this rock which stands here excavated,
This your skin reddish and beautiful
 this light to us so in tune,
that never again will return the same,
and can never be more relived.

 It 's this elusive real world
valuable and worthy of veneration,
and not the fake world and "immortal"

 ciro d' alessio

venerdì 21 dicembre 2012

Dentro e Fuori

Dentro e fuori.

Cosa siamo dentro?
Dentro siamo solo sordide budella
vermicolanti istinti e fameliche mucose,
ossa e nervi sanguinanti, inerte
 grasso e puzzolente sterco.

Solo questo siamo dentro,
solo questo c' è in "interiore homine".
Perchè tutto il resto...
 tutto il resto è fuori.

Fuori è l' anima, che  è la nostra porta
 aperta per agli altri e per il mondo.
Fuori la parola, il suono , la musica, il colore.
Fuori è la luce, è l' alba luminosa.
Fuori è l' amore che ci aspetta,
fuori è la Vita, e fuori è il Sole.

Dentro lentamente rosica la morte,
ed ordisce le sue macchinazioni
per sbarrare un giorno i nostri occhi
ed imprigionarci per sempre
nella sua impotente, muta, sorda interiorità.

Ciro D'Alessio.


Ciro D'Alessio