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venerdì 9 giugno 2023

L'arte si occupa solo del sublime...

 





Vi ricordate la disputa settecentesca sul bello e sul sublime? L'arte sarebbe forma, il sublime lo smisurato al di là della forma, quindi non alla portata dell'arte, che per natura sarebbe forma e porrebbe limiti.

Ebbene credo che l'arte si debba ( es mussen) occupare invece solo di sublime, tralasciando il bello, il finito, la forma.  E credo che di fatto già succeda sempre così nelle grandi opere d'arte. Quindi l' arte si occupa solo del sublime.

Perché nella natura dell'arte è trascendersi e aspirare a fare proprio ciò che le è impossibile. E' desiderio di infinito. Aspirazione al sublime. Chiudere l'infinito in una immagine sensibile, dicevano i filosofi idealisti. Ma l' infinito non si lascia chiudere. Solo se lo si lascia aperto, lo si può suggerire. Apertura, indefinito, incompiuto, schizzo, caos, non sono sintomi di svogliatezza, ma i soli modi che la rappresentazione ha per dire: badate che non stiamo rappresentando qualcosa, ma qualcosa di incompiuto, cioè il qualcosa più ciò che lo supera e trascende. Ma A unito a nonA, è proprio l' infinito: la dialettica del superamento del finito tramite la sua negazione...


sabato 9 ottobre 2021

l'impressionismo è decostruzionismo

L'impressionismo è decostruzionismo.

Il disegno non è semplicemente una riproduzione di quanto sta fuori, ma una forma costruita dalla nostra mente che ci permette di ordinare e dare un senso alle percezioni. Ad esempio, la forma dell'albero che abbiamo imparato a disegnare da piccoli, ci aiuta a vedere gli alberi e a distinguerli dai cespugli. Il disegno e la pittura foggiano le forme con cui poi non solo interpretiamo, ma vediamo la realtà. Il disegno, quindi, assume un ruolo importante quanto il linguaggio verbale: non semplice strumento per comunicare, ma strutturazione della nostra mente,  strutturazione condivisa, che ci permette di entrare in contatto con il mondo e con gli altri. Se così stanno le cose e la pittura ci mostra le forme che "costruiscono" lo spazio e il mondo, allora la pittura impressionista è una pittura decostruttiva, perché ci insegna a riconoscere e a decostruire queste forme apprese fin da piccoli, per aprirsi, nei limiti del possibile, a una percezione destrutturata e primigenia. L'impressionismo tende all'informale proprio perché nella sua essenza sta questa ricerca dell'apertura originaria "preconcettuale" , prima del disegno e prima della parola. L'impressionismo è quella attivita creatrice di forme che cerca di andare al di là delle forme, e in questa tensione a superarsi e negarsi, vi sta un anelito all'assoluto, che è l'essenza dell'arte. 

mercoledì 8 aprile 2020

La pittura insegna a vedere il mondo


La pittura, come la parola, ci insegna a vedere il mondo.

Non siamo venuti al mondo soli, ma siamo nati in mezzo ad Altri ed Altri ci hanno insegnato a parlare e mostrato disegni e segni delle cose. E le nostre prime esperienze col mondo non sono esperienze di una tabula rasa con un coacervo crudo di fenomeni, ma sono mediate da questa situazione di insuperabile coabitazione, già addomesticate per noi.

Quando un bimbo piccolo per la prima volta vede un albero, è molto probabile che lo abbia già visto raffigurato e che già conosca la parola albero. Le raffigurazioni elementari dei libri, dei cartoni animati per bambini, strutturano la percezione proprio come le parole.
Quando la giovane mente si affaccerà sul mondo esterno, sarà pronta a riconoscere un albero e a distinguerlo da un arbusto, non solo perché la sua lingua madre ha due parole diverse, ma anche perché dalle illustrazioni viste, si è fatto due disegni mentali distinti per alberi e per arbusti.

Chi di noi ha visto un cavallo o un leone prima nella realtà e poi nelle raffigurazioni? Anche i cavernicoli prima di vedere un mammut o un toro a caccia, lo avevano già visto sulle pareti delle caverne in cui erano cresciuti. La nostra stessa percezione del mondo è mediata dal lavoro degli artisti che ce lo hanno raffigurato.

In questo senso dunque la pittura non ha a che fare solo con l' estetica, col modo di percepire il mondo, ma anche con la filosofia del linguaggio. La percezione del mondo è possibile perché gli artisti, come i poeti, hanno foggiato un mondo di simboli per addomesticare e rendere comprensibile quello che sarebbe solo un caos. Il pittore a cavalletto dipinge un mondo che è già strutturato in immagini, ma queste immagini non sono emanazione dirette del fenomeno, ma sono già costruzioni umane, sono già linguaggio. Quindi in genere noi percepiamo e torniamo a rappresentare immagini che sono già costruzioni e linguaggio umani.

In un certo senso non solo la lingua è la casa dell'essere, ma anche il mondo di immagini che ci circonda ci permette di approcciarci a una realtà fenomenica che altrimenti sarebbe solo un flusso caotico di stimoli sonori e visivi.
Ma come una lingua, apre ma al tempo stesso vela, perché fa perdere proprio quel carattere di alterità essenziale dell'essere rispetto agli enti che ci dicono le parole, così le illustrazioni ci fanno vedere il mondo, ma ce lo tradiscono anche, perché tendono a creare distinzioni dove non ci sono, catalogazioni dove non ci sono, bloccano in schemi qualcosa di fluido e sfuggente.
Come il poeta, sacerdote delle parole, giocando con esse ci può dischiudere un sentore di essere al di là degli enti, facendo filtrare qualche raggio tra una parola e l'altra, giocando sul carattere indefinito e sulla polisemia, cercando con le parole di andare al di là delle parole, così il pittore, custode della raffigurazione, costruendo ma ancor più decostruendo le immagini, delimitando contorni e ancor più scontornando figure, illustrando e andando al di là dell'illustrazione, può dischiudere a quel fluire di impressioni e di stimoli, quella fenomenicità primigenia, che le immagini definite e le illustrazioni pulite nascondono.

Ad un livello elementare dunque la pittura illustra e insegna a vedere il mondo. Ma poiché un mondo al di là delle immagini è qualcosa di reale e imprescindibile, ecco che una pittura matura cerca di andare al di là dei limiti della funzione illustrativa, per cercare un varco verso il magma della vita.

Così i grandi artisti non illustrano semplicemente, ma cercano di andare al di là di quello che illustrano additando ad una realtà più profonda e meno raffigurabile.
Ad esempio Leonardo sfuma le figure nell'atmosfera, le collega al paesaggio come se volesse dirci che ci sta una realtà più profonda che ci attraversa e ci accomuna alla natura. In Michelangelo ritorna il contorno netto, ma le figure sono attraversate da un movimento universale che le trascende. In Caravaggio questa funzione è assolta dalla luce tagliente che collega e al tempo stesso scompone le figure. E cosi via, tutta la storia della pittura occidentale è mossa da questa spinta ad una realtà che eccede la raffigurazione e la "raffigurabilità", anche e soprattutto, negli esiti novecenteschi.



Ciro D'Alessio, Aprile 2020.


Nello scrivere questa nota avevo in mente i seguenti riferimenti:
E. Levinas, in “Totalita e Infinito”, per il concetto che il mondo ci viene insegnato da Altri.
B. Croce, per l'idea che l' estetica è filosofia del linguaggio, idea che penso possa avere una sua valenza anche al di fuori del complesso del suo sistema idealistico.
M.Heidegger per l' idea che l'arte e in particolare la poesia siano la casa dell'Essere e che la parola poetante possa dischiudere un radura nella quale porsi in ascolto dell'essere al di là degli enti.

domenica 3 marzo 2013

la metafisica del nuovo


http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/la-metafisica-del-nuovo-e-la-confusione-tra-arte-e-scienza.

la metafisica del nuovo e la confusione tra arte e scienza.



Ieri mi venne in mentre una scena vissuta all’epoca del liceo.
Il nostro professore stava parlando della musica classica ed uno studente gli disse che era ormai vecchia, al che il prof si giustificò dicendo che ad ogni ascolto gli procurava una nuova emozione.
Questa scena mi è ritornata in mente proprio mentre ascoltavo un pezzo di musica classica e rivivevo con la stessa intensità l’emozione che mi aveva dato altre volte.
Allora pensai tra me e me; perché il prof sentì il bisogno di giustificare il riascolto della musica dicendo che procurava nuove emozioni? Non bastava dire che ogni volta procura emozioni?
Poi che siano nuove o sempre le stesse che importa?
Perché quest’enfasi del nuovo? Quasi che solo il nuovo potesse legittimare in qualche modo l’esperienza estetica?
Beh, che gli ultimi due secoli e mezzo, siano stati i secoli dello storicismo, in cui ha imperato, a tutti i livelli, una metafisica del nuovo, ormai lo sappiamo da un pezzo; “nuovo” nel medioevo era sinonimo di cattivo, in età classica rerum-novarum-cupidus era un’ingiuria gravissima, oggi, invece, una cosa non può essere buona se non è nuova. Anzi, è arrivata a tal punto l’identificazione tra nuovo e buono, che per far passare per buona una cosa basta dire che è nuova.

Però non era questo soltanto ad agire nella frase del mio prof, o meglio, vi era anche un altro aspetto della questione; il mio prof, così come lo studente che sollevò l’obiezione sulla vetustà della musica classica, non riuscivano chiaramente a separare l’esperienza estetica dall’esperienza conoscitiva.
In qualche modo apparentavano arte e scienza. E poiché nella scienza vale il principio che una teoria vecchia è inservibile, nonché il principio della cumulabilità del sapere, che si arricchisce di sempre nuove nozioni, ecco che loro pensavano che questi due principi dovessero valere anche per l’arte.
Che la nuova musica dovesse in qualche modo essere migliore della vecchia e sostituirla!
Che noi non dobbiamo attardarci a riascoltare cose già ascoltate, ma accumulare nuove “cognizioni” musicali, per usare quest’aberrante espressione. Quasi che il fine della musica, della letteratura e dell’ arte, fosse quello di essere conosciuti, e non quello, invece, di procurare un esperienza ( ed uso il termine in senso pregnante, come ciò che precede ed è più profondo del conoscere scientifico) estetica.
Penso sia proprio questa confusione, che era dello studente ma anche del prof, ad aver indotto quest’ ultimo non solamente a dire, attenzione, ma a giustificare l’ intera musica, dicendo che procura ogni volta emozioni nuove.
Perché è vero, l’ emozione che dà la musica, così come quella che dà un quadro, è sempre diversa, proprio perché non è una cognizione oggettiva, ma chiama in causa la nostra soggettività di fruitori, e quindi le situazioni e gli stati d’ animo sempre diversi in cui siamo immersi quando facciamo l’ esperienza estetica.
Ed è questa anche l’ unica giustificazione del nuovo in arte.
Se un opera d’ arte è bella ed autentica, allora essa è anche originale e nuova; perché l’ opera autenticamente bella è quella in cui l’ autore è riuscito ad esprimersi felicemente e compiutamente, e l’ originalità e la novità dipende dall’ originalità e dalla novità dell’ autore, che in quanto individuo, è diverso ed irriducibile, nel suo sentire e nella sua personalità, a qualunque altro.
Quindi il nuovo, o meglio l’originale, è sempre una conseguenza dell’arte, guai se diventa il fine!
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commenti

Monica Lume utente autodisattivato
10 febbraio 2008 18:53
Ciao Ciro.
Vorrei fare una semplice osservazione al tuo interessante intervento.
A me pare che nel tuo discorso emerga una mistificazione del nuovo, quasi considerato come una categoria a sé stente e non come il naturale evolversi della vita e dei costumi.
Per quanto a me sembra, non è il nuovo a imporsi all'uomo, ma è l'uomo stesso che non è mai lo stesso, che è in costante divenire, e quindi sempre nuovo. Il mondo non fa che rispondere alle sollecitazioni e alle esigenze dell'uomo che muta.
Dobbiamo invece chiederci in che direzione spingere questa naturale e irriducibile evoluzione.
Le cose grandi di ogni epoca non hanno età, in quanto manifestano quell'elemento dell'umano che non muta, ossia di cui l'uomo di ogni epoca e generazione non puà fare a meno.
Per dirla banale banale c'è una frase del film Matrix in cui Morpheus dice : "Ci sono cose che cambiano, altre che non cambiano". E ci sono momenti e momenti, per cui quella musica o opera d'arte che in un momento non ti dice nulla, in un altro può ispirarti grandi emozioni e rivelazioni.
Penso che siamo immersi come esseri in divenite in un mondo in divenire.
Che ne pensi?

Antonio D'Antonio
10 febbraio 2008 19:26
Alcune semplici considerazioni.

Musica Classica vetusta per i giovani,forse,si.

Quali tempi,ritmi,melodie,note,7/9 ,12(Dodecafonia),per l'oggi?

I carmine Burani,potrebbero interessare?,si!

Quale Musica:,Chopin?,si,Mozart,Ciajkosvskij,Beethoven,Bach?

La Malinconia,Chopin? ,Si!

Non è un problema di Musica,ma dei tempi dell'ascolto con il nostro io,pensiero silente,dinamico,foce in giovanissima età.

Il Rock,con tutte le sue varienti è la musica per le giovani generazioni,gli appartiene,e del loro tempo,è un'insieme storico,dagli anni cinquanta ad oggi di ritmo e sonorità.

Perché nella storiA non si ascolta più il flauto di pan o la lira?

Forse perché non è più il tempo delle georgiche virgiliane?,Siiiiiiiiii.

Ma cla complessità è in Agguato!

Il tuo Insegnante di Musica non conosceva tutti i segreti della Medesima!

Cosa Comunica l'arte alle nuove generazioni?

Abbiamo il tempo per studiare i classici,o vogliamo sperimentare le dinamiche del colore,segno,varianti e variabili sonore,ritmi,Buchi Buchi,Jazz,Musica Brasiliana,sensualità e sessualità dell'essere Vita.

Spesso,anche su equilibri si è spaventati dello Sparafleshare di Multimedialità dei Video,presi da YouTube,perché mi chiedo?

Vedevo oggi il video e le miniature che spesso hanno accompagnato la Divina Commedia,nel racconto,Nel 13 e 14 Secolo,Multimedialità 8 secoli Prima?,si!

I giovanissimi vivono cio' che vedono e sentono,i fumetti giapposesi in primis,non quelli colti,ma la spazzatura dell'oggi!

Easistono i tempi della riflessione,si,forse nella periferie,soffoccanti,dove regna il nulla!
Oppure in provincia,dove si mastica la retorica del piccolo,e il silenzio?

Quale luogo è padrone l'arte?

Trasposizione secolare in pittura di un potere religioso?,noioso non credi?

Si vedono i ritmi della vita cittadine,forse in Brughel e in pochi altri!

Perché io giovane dovrei godere di una trasposizione del Divino,meglio Lascaux,no?,si!

Cavalli in corsa,caccia,magia della vità,essenza della nascita e della morte!

Ciro D' Alessio
10 febbraio 2008 20:52
Ciao Monica.
Io ti do perfettamente ragione ( nella seconda parte del mio intervento credo di aver detto più o meno quanto sostieni tu), solo che ad ipostatizzare il nuovo, quasi a trasformarlo da attributo in sostanza non credo di essere io, con la mia magari errata percezione del reale, ma in qualche modo la "cosa stessa"; il nuovo stesso si è ipostatizzato nel corso della storia degli ultimi secoli; dall' idea di progresso degli illuministi, alle metafisiche della storia dell' ottocento, ( non solo Hegel e Marx, ma anche tutto il positivismo)e nel novecento ,proprio quando in filosofia l' idea di progresso va in crisi su tutti i fronti dopo i disastri delle due guerre, essa si diffonde in tutta la società e diventa mentalità corrente sulla quale si basa la pubblicità e la società dei consumi in definitiva. L' arte del novecento, limitatamente a quest' aspetto, sembra far propria in qualche modo la logica del nuovo-è-meglio propria del capitalismo consumistico, e non riflettere criticamente su di essa, come ha fatto invece la filosofia; sarà perché l' arte stessa si è legata come mai prima in maniera indissolubile al mercato, tanto da non riuscire a metterne in discussione le logiche e a lasciarsene penetrare?
La filosofia che sta dietro le avanguardie è una filosofia da diciannovesimo secolo, una filosofia del progresso, non una filosofia da ventesimo secolo, che con la sua critica del progresso non può che portare ad un superamento del concetto stesso di avanguardia, come è successo in qualche modo con la transavanguardia ( ma qui chiedo il tuo aiuto perché sull' argomento non sono molto ferrato).
Io , proprio come te, sono sontrario a questa ipostatizzazione del nuovo, e vorrei che tornasse ad essere un attributo del sempre diverso ed originale agire, pensare e creare degli uomini su questa terra.

Ciro D' Alessio
10 febbraio 2008 21:31
Ciao Antonio
Grazie per l' elaborato intervento.
Devo subito dire, in difesa del mio povero prof, che non era un prof di musica, ma di storia e filosofia, perché, purtroppo, nel liceo italiano la musica non si studia!
Io sono sostanzialmente daccordo con te.
La realtà cambia, offre nuovi stimoli, ed è giusto che gli artisti li colgano e li usino ai loro fini espressivi.
Sono ancora più daccordo quando dici che alcuni autori ed alcuni aspetti della musica classica sono attualissimi.
C' è qualcosa nella nostra condizione umana, che cambia con ritmi più lenti che non il progresso delle tecniche; ad esempio il fatto che respiriamo ossigeno, che abbiamo bisogno di luce per vivere e per vivere bene, che nasciamo e muoriamo,che proviamo compassione per i dolori dei nostri simili ed attrazione sessuale per i loro bei corpi, etc.
Queste condizioni fondamentali dell' uomo non sono mutate dall' età della pietra e gli artisti che hanno fatto opere puntando a quest' "essenza" della condizione umana sono ancora attualissimi. Ed ancora oggi gli artisti che si rivolgono a queste tematiche sono pienamente contemporanei, con qualsiasi mezzo si esprimano, perché non è ancora superata questa condizione umana.
Magari un giorno lo sarà davvero, se davvero l' uomo riuscirà a poter fare a meno del suo corpo biologico ed a sostituirlo con dei corpi artificiali che non soffrono e non muoiono, ma allora le cose saranno così totalmente diverse che non sarà più nemmeno possibile parlare di uomo.
Quanto alle lire ed alle arpe, beh io non ci conterei troppo che l' epoca delle georgiche di virgilio sia così superata, anzi credo che possa ritornare alla grande. Man mano che veniamo perdendo contatto con l' ambiente naturale, o perché lo distruggiamo o solamente perché viviamo lontani da esso, tendiamo sempre più a provarne nostalgia ed ad idealizzarlo proprio come faceva virgilio; quindi chissà che in un prossimo futuro queste esigenze e queste nostalgie non trovino una massiccia espressione anche in arte.
Già quest' anno a Documenta c' era un bel campo di papaveri!
Per quanto riguarda i gusti dei giovani, è giusto che essi si scelgno i propri generi in musica letteratura e pittura; non è giusto, o meglio è un danno per loro stessi, che non arricchiscano la loro educazione estetica, che significa, in definitiva, arricchire la loro esperienza umana, che non si confrontino con realtà che magari non sono di accesso immediato per loro.
Io da piccolo abborrivo, come tutti i miei coetani, la musica classica. Ed i primi ascolti li subii quasi con sofferenza, come se stessi pigliando una medicina amara, ma poi, man mano che il mio orecchio si educava a quei suoni così diversi dagli abituali, mi prendeva sempre di più , finché non riuscii più a farne a meno. E lo stesso vale per la letteratura. Chi di noi ha letto per la prima volta a dodici anni la divina commedia e ne ha provato piacere? NOn era forse un tormento? Ma una volta superata l' asperità iniziale, che delizia, per l' orecchio, per lo spirito , per tutto!
Lo stesso vale anche in pittura!
La pop art magari è molto più immediata e seducente per i giovani che non Caravaggio o Morandi....
Il fatto è che l' educazione estetica, come tutte le educazioni, richiede tempo fatica costanza impegno ed anche un po' di sofferenza, cose che ormai i nostri ragazzi, a cui viene richiesto di essere flessibili per adeguarsi al mutevole mercato, non possono più permettersi, e non è nemmeno più loro richiesto, anzi queste doti sono quasi un danno ed un ostacolo, coem ha notato Sygmut Bauman nelle sue riflessioni sulla società liquida.

Antonella Iurilli Duhamel
10 febbraio 2008 22:47
Il vecchio e il nuovo necesariamente tirano in ballo quelle che sono le due maggiori concezioni del tempo: il tempo lineare e il tempo circolare.

Il pensiero orientale /femminile ha una visione circolare, tutto ritorna niente è vecchio perché dal momento che ritorna diventa automaticamente attuale e questa spirale conduce ad un approfondimento ad una maturazione.

Ne deriva un concetto particolare di salvezza, di una salvezza "misterica" e quindi atemporale, mitica, la quale opererebbe nella coscienza dell'uomo attraverso la celebrazione di un "Mito" che in definitiva non è nient'altro che il fac-simile del mito cosmico dell'eterno ritorno.


Il pensiero occidenale/maschile del tempo ne ha una concezione ha una lineare del tempo di conseguenza tutto ciò che rimane dietro le spalle è perso, il focus è sostanzialmente in avanti verso il progresso.
Una visione del tempo e della storia diametralmente oppostala basata sulla cosmogonia creazionista espressa dal primo versetto del libro del Genesi della Bibbia ebraica: "In principio Dio creò il cielo e la terra".
Visione opposta a quella greca in quanto la creazione del mondo rappresenta il " principio " del tempo. Il tempo ha quindi un inizio perché è creato con il mondo e perciò stesso avrà fine, non essendo altro che la misura delle fasi della successione di ciò che esiste.

Ciò che a mio avviso andrebbe puntualizzato specialmente se ci occupiamo progetti educativi è che la visione occidentale è sostanzialmente mentale e non vitalistica: in natura tutto ciò che è vivo si muove secondo il modello della spirale, basti pensareai fluidi corporei, La Kundalini, il DNA, i venti, le maree,i cicli lunari ecc.

Divenire non necessariamente equivale a crescere e maturare. La nostra società non è improntata su basi vitalistiche la crescita e la maturazione sono optionals molto costosi, tutto vi è contro, persino l'educazione dei giovani.

Il limite del tuo professore è stato quello di non essere riuscito a toccare lo studente con la sua passione la sua spiegazione non ha fatto breccia nel cuore del ragazzo sempre ammettendo che questa passione fosse realmente profonda e non una mera ostentazione di sapere-

Il punto per me è che oggi mancano le persone; coloro che hanno reali capacità di condurre, di formare.
Il tempo lineare, il mito del progresso hanno prodotto un drammatico spostamento verso l'alto verso la testa con un conseguente inaridimento del cuore; i giovani non possono essere toccati dall'intellettualismo ma da un'anima vibrante. Chi di noi non si è sentito rapire dall’energia dell’indimenticabile Robin Williams ne “L’attimo fuggente? ” ,La società dei poeti morti, la capacità di incendiare l'anima dei suoi giovani studenti?
Le vibrazioni non si trasmettono a chiacchier,e quando di fronte a noi c'è il fuoco lo possiamo ancora sentire? io credo di si,anche se la società del progresso produce solo labili fiammelle che hanno la presunzione di incendiare il mondo.


“Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità, succhiando tutto il midollo della vita. Per sbaragliare tutto ciò che non era vita e per non scoprire in punto di morte che non ero vissuto.”

Monica Lume utente autodisattivato
11 febbraio 2008 13:26
Finalmente c'è l'opportunità di approfondire la questione del pensiero, lineare o circolare.
Credo anch'io, con Antonella, che l'umanità viaggi, sospinta da energie cosmiche, su un tracciato a spirale, quindi circolare.
Questo moto circolare non esclude però la possibilità di progresso, di acquisizione di nuovi modi di vivere.
Nuovi della relazione dinamica con il tempo, ma eterni nella loro sostanza extratemporale. Come dire, l'uomo e l'umanità cambia la veste ma non la sostanza strutturale.

Antonella Iurilli Duhamel
11 febbraio 2008 15:09
se è per questo il nostro corpo è ancora uguale a quello dei nostri predecssori quindi sostanzialmente incapace di metabolizzare il crescente inquinamento, le sostanze di sintesi chimia tutto qanto non è organico.
La nostra psiche come Jung ci ha fatto notare è tappezzata dagli stessi miti e complessi dei nostri antenati, ciò che è aumentata a dismisura e la nostra dissociazione dal nostro essere e sentire a vantaggio di una falsa identità e di vite surrogato
ciao Monica è vero è un argomento stimolante

Ciro D' Alessio
14 febbraio 2008 22:55
Scusami Antonella se non ho risposto al tuo stimolante intervento per tempo, ma purtroppo sto collegato ormai solo nei week end ed il giovedì.
La questione del tempo circolare e lineare è veramente di grande interesse.
Sapevo che il primo era proprio dei greci ed il secondo lo abbiamo, invece, ricevuto in eredità dalla tradizione ebraico cristiana, ma non avevo idea che in fondo a questa opposizione si celasse anche quella tra maschile e femminile.
Ancora a difesa del mio poveroi prof: era un prof di filosofia e non di musica, quindi era tenuto a trasmettere la passione per la sua materia e non per la musica, e la passione per la sua materia almeno nel mio caso l' ha trasmessa! ( con quali risultati non so!)
Molto interessante, inoltre, il legame tra tempo lineare e cerebrarizzazione dell' esistenza nell' epoca contemporanea.
Mi piace il modo in cui leghi il sentimento alla nostra natura corporale; io penso che oggi soprattutto di questo si abbia bisogno;
ricordarsi, in un mondo sempre più smaterializzato, burocratizzato, intellettualizzato, che siamo essere naturali e sensibili!
Quanto alla questione sollevata da Monica che la circolarità non esclude necessariamente il progresso, sono perfettamente daccordo.
Del resto l' immagine della spirale indica proprio questo; la spirle ritorna continuamente su se stessa, ma ogni volta ad un gradino più alto.
Io non polemizzo contro il progresso, che riconosco e del quale sono gratissimo, ma contro la sua mitizzazione, e contro la feticizzazione del nuovo, ossia contro l' idea che il nuovo sia necessariamente un progresso.
Contro questo che è stato il pensiero dominante dell' ultimo scorcio di modernità, mi pare più saggio pensare che il progresso sia, invece, la conquista di un faticoso, paziente e assolutamente non garantito e non automatico lavoro dell' uomo. Ed oggi, con alle spalle il secolo dei peggiori disastri umanitari ed ecologici della storia intera, possiamo quasi esserne certi al cento per cento.
Ora vorrei solo che alcuni miei amici artisti, non quelli che partecipano a questo forum, ovviamente, la smettessero di feticcizzare il nuovo in arte, e facessere anche loro propria l' idea che nuovo non significà più ormai necessariamente migliore. Ma bisogna capire che anche in arte il progresso ed il meglio ormai si conquista a fatica e non è affatto garantito dalla semplice novità.

Caos e cosmos


http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/caos-e-cosmos

Caos e cosmos

Caos e Cosmos hanno forse una parentela etimologica.
Sicuramente nella mitologia greca si accompagnano sempre come una indisgiungibile coppia dialettica. Il cosmos, cioè l' ordine bello, buono e razionale del mondo, nasce sempre da uno sfondo caotico.
Tutti i miti greci sulla creazione cominciano " in principio era il caos...".
Anche i filosofi pensano la creazione del mondo, non come una creazione dal nulla, come ci ha abituati a pensare il pensiero cristiano, ma come la nascita dell' ordine dal caos.
Per Platone in principio esisteva una materia informe, la kora, che un giorno il Demiurgo decide di plasmare a modello delle idee iperuranie. La creazione per Platone era proprio come l' atto di un artista, che prende una materia preesistenti, e gli imprime una forma. Mentre il dio cristiano crea dal nulla, dato che nulla gli preesiste , sia la materia che la forma.
Quindi il dio cristiano, che è verbo, logos, non ha un caos che lo precede.
Il Logos cristiano si presenta assoluto, già fatto, non ha una storia, non nasce da una materia caotica, non si conquista faticosamente come il cosmos greco.

Di fatti nella filosofia e nella mentalità cristiana il caos non ha quel gran posto che ha nella greca. Li il caos è sempre all' origine della creazione, qui ha un ruolo marginale, teoricamente non esisterebbe nemmeno, perché nulla sfugge alla provvidenza. Se abbiano una nozione di caos e di contingenza, è solo perché i nostri intelletti sono limitati e non riescono a trovare le connessioni causali in tutto, ed allora chiamiamo caos, ciò che a noi non sembra ordine.

Secondo il pensiero greco, il caos non fu poi definitivamente superato con la costruzione del cosmos, ma esso continua a esistere come fondo su cui si regge il cosmos stesso.
La costruzione di un mondo ordinato, essendo il frutto di una fatica, di un lavoro "umano", va rinnovata di giorno in giorno altrimenti si ritorna al caos. Questo pericolo secondo il pensiero cristiano non lo corriamo, perché l' ordine non è il frutto di una conquista che si staglia su di uno sfondo oscuro, ma ci è stato dato da sempre; a noi non spetta di costruirlo ma solamente di scoprirlo e di conoscerlo , visto che già c' è, è già scritto nel grande libro della creazione.
Ed è significativo che il creato venga concepito come un grande libro da leggere, mentre i greci lo concepivano come una materia informa da domare e da rendere abitabile.

La coppia nietzschiana di apollineo e dionisiaco, ci conferma che il caos non è mai superato del tutto, ma che va tenuto a freno di giorno in giorno attraverso un lavoro ed un dispendio di energie, e che comunque di tanto in tanto erutta ed esplode. Ed, inoltre, il caos primordiale è il fondo stesso della vita, su cui si costruisce un cosmos, che non può' mai superarlo, perché vi si regge.

Che c' entra tutto questo con la pittura?
Possono queste diverse visioni cosmologiche avere un peso ed un influenza sulle arti figurative?
Una visione del mondo può influenzare il gusto estetico?
Il problema è enorme. Per il momento dico solo che probabilmente l' influenza è circolare.
Ossia non solo la visione del mondo influisce sul gusto, ma anche il gusto, che ha una sua autonomia, ci fa propendere per una visione piuttosto che per un altra.
Del resto, una questione cosmologica cosí ampia come quella del rapporto caos-cosmos, non ha mai ragioni prettamente teoretiche e non può mai essere risolta col solo uso dell' intelletto, come fosse un teorema di geometria. Nelle grandi questioni filosofiche , l' intelletto non è mai solo, non fa mai astrazione dal sentire particolare di ciascun pensatore.
Alla fine si propende per una visione o per un altra, non perché si è ragionato in maniera spassionata su quale sia l' ipotesi migliore e piú ferrata, ma perché ci si sente emotivamente ed esistenzialmente piú coinvolti in una piuttosto che in un' altra.
Quindi, non solo una visione del mondo può influenzare il gusto estetico, ma anche il gusto estetico, che ha a che fare con l' aspetto sensibile, e dunque irriducibile al razionale di ognuno di noi, può influenzare una visione del mondo.

Ora tra il modo di concepire il rapporto caos-cosmos greco e quello cristiano, sento piú vicino alla mia sensibilità, e, suppongo, alla nostra sensibilità contemporanea, quello greco.
Ecco che amo quelle opere dove la forma sembra nascere da un caos informe.
I famosi incompiuti di Michelangelo, sono fantastici proprio perché danno questa sensazione, che una forma voglia faticosamente liberarsi della materia in cui è costretta senza mai riuscirvi compiutamente.
Molto meno coinvolgenti invece trovo quelle forme già perfette e compiute, che non mostrano nulla della fatica e dello sforzo fatto dalla forma per uscire dalla materia. Nell' arte "Classica", infatti, si voleva che lo sforzo dell' esecuzione fosse celato, affinché l' opera non paresse fatta da mano umana, ma divina.
Una bella sintesi tra caos e cosmos la ritrovo nella pittura degli impressionisti, degli espressionisti, dei futuristi. Qui le figure sembrano stagliarsi su di uno sfondo informe.
Da un caos di fondo, da una nube vaporosa, fatta spesso di pennellate vigorose, istintive e volutamente casuali, ecco emergere e venire in primo piano un accenno di forma.
Un rapporto dialettico tra forma e non forma, che ricorda le coeve riflessioni di Nietzsche sull' apollineo ed il dionisiaco. E quindi, poiché Renoir e Monet probabilmente non avevano letto Nietzsche, né il giovane Nietzsche si sarebbe lasciato influenzare dalle loro opere, è probabile che a fondo di entrambe vi sia un sentire comune, che era il nuovo sentire europeo dell' epoca.

Nel Novecento, che è una grande analisi ed una grande vivisezione dell' arte in tutti i suoi aspetti e componenti, il caos ed il cosmos tendono a scindersi. Da una parte ci sono artisti che dipingono il solo caos, separato ed isolato dal cosmos che sempre lo foggia, dall' altro artisti che dipingono il solo cosmos, ossia la pura forma, anche qui separata e scissa dal caos da quale sempre emerge.
In questa scissione dei poli che prima erano congiunti, va, purtroppo, perso l' energia ed il carattere dialettico dell' opera.

Cosa' è il caos senza il cosmos? Secondo me un astrattezza, e lo stesso è una astrattezza il cosmos senza il caos da cui emerge.
Di fatto il carattere dominate dell' arte contemporanea, cosí come della società e della vita contemporanea, è appunto l' astrattezza.
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commenti

Vittorio Losito
18 gennaio 2008 13:59
forse la pittura dovrebbe nascere sul crinale fra caos e cosmos
del resto l'astrattezza , dopo una iniziale curiosità intellettuale , diventa stucchevole ripetizione dello stesso schema mentale , quindi noiosa.
Questo succede sia sul versante enrgetico-gestuale-espressionista che sul versante concettuale-idraulico (leggi :installazioni varie).
Quel crinale io lo chiamo "intensa pittura".

Vittorio Losito
18 gennaio 2008 14:06
C'è poi da considerare tutto un filone di una operatività pseudo-pittorica bamboleggiante, che denuncia un debito (triste...) verso la fotografia e verso una mal digerita e mal conosciuta pittura di genere (XIX sec.), con un dissennato culto per il particolare descrittivo, che evidenzia un deteriore sentimentalismo subculturale ... in questo portale se ne trova una estesa esemplificazione.

Ciro D' Alessio
18 gennaio 2008 14:26
Concordo perfettamente Vittorio.
Il crinale tra caos e cosmos è quel "concreto" vitale, cui l' arte, secondo la mia opinione, dovrebbe ispirarsi per essere vitale.
L' astratto è interessante in quanto analisi di uno dei tanti aspetti dell' arte.
Ma in queste tante analisi si va perdendo proprio il "tutto vivente" ( detto senza ombra di misticismi) che costituisce l' opera d' arte, che le dà vita propria, e che le permette dunque di non stancare mai.

Ciro D' Alessio
18 gennaio 2008 15:14
non concordo invece sul secondo intervento.

Ciro D' Alessio
18 gennaio 2008 15:37
Il fatto è che nella pittura ciascuno di noi esprime il suo particolare rapporto con la realtà, che è vario e diverso in ciascuno.
Oggi ci si rapporta alla realtà in molti modi ed attraverso molti mezzi, l' eperienza diretta è ormai un isola molto limitata circondata da un oceano di esperienze già mediate, foto, cinema, televisione, tg, giornali, radio etc.
Sarebbe veramente strano se il pittore volesse mettere da parte questa parte preponderante della sua esperienza per accontentarsi di quelle poche, spesso banali cose che vede direttamente o che può costruire con la sola forza della sua immaginazione.
Non vedo nulla di strano dunque se anche il pittore, come fanno tutti gli altri artisti ormai da tempo, prende atto dell' esistenza degli altri media e li usa per i suoi fini espressivi.
Riguardo a chi fa pittura che si attarda sulla descrizione del particolare....
Beh personalmente è un tipo di pittura che nemmeno a me piace... però....c' è evidentemente chi l' apprezza.
C' è chi nei quadri cerca una descrizione, spesso una descrizione appagante, rassicurante...
io non condivido ma rispetto.
Ed è giusto che ci siano anche artisti che rispondono a questo bisogno.
Lo stesso vale con l' arte astratta, gestuale, con le istallazioni e tutto quanto si fa sul versante cosidetto più "contemporaneo".
Evidentemente c' è chi ha bisogno di tali opere ed altrettanti artisti che crercano di rispondere a questo bisogno.
Se è vero che ormai non si crede più alla storia come progresso lineare, e non si crede più nemmeno ad un universo con un centro, ma a più storie che si intrecciano ed a più centri ed a più universi, allora veramente non ha senso dire quale è il modo giusto e quale quello sbagliato di fare arte. Se hanno torto gli artisti che pensano che le istallazioni siano il superamento della pittura, altrettanto torto ha chi pensa che le istallazioni vadano in qualche modo al di fuori dell' arte.
Oggi non ha più senso parlare di superamento, di avanguardia ( sono concetti che racchiudono una filosofia della sotoria come progresso) ma nemmeno ha senso escludere ciò che non ci piace dal regno dell' arte, coem se potessimo essere noi a stabilirne i confini.

Certo ogn' uno di noi ha diritto di fare quello che sente e prender anche posizione contro chi la pensa diversamente.
Ma la complessità del mondo e della realtà in cui viviamo ci invita a essere moderati nei giudizi, nella consapevolezza che nessuno può essere certo di stare lavorando nella direzione giusta e di poter scagliare la prima pietra....

Vittorio Losito
18 gennaio 2008 16:18
caro Ciro non posso che assentire quando dici che bisogna essere moderati nei giudizi.Tuttavia non vorrei che si finisse col mettere tutto sullo stesso piano...eliminando così in qualche modo ,ogni discorso valutativo e critico.E' ben vero che ogni valutazione critica in fondo si possa ridurre al gusto personale o di gruppi di persone: ma io credo che il nostro (per ora tuo e mio )impegno sia quello di cercare di fondare logicamente e filosoficamente l'operare
pittorico e l'arte. Chi non pensa o pensa poco e male (cioè superficialmente e non curandosi di un minimo di rigore nell'uso dei concetti che adopera) inevitabilmente dipinge male.
La pittura non è riducibile a ispirazione e/o slanci emotivo-sentimentali che si <> sul supporto : in troppi sono ancora e inconsapevolmente fermi a concetti estetici che riguardano tempi , cultura e modi di vita lontani e desueti. I conti critici con tutta l'arte del 900 vanno fatti con l'aiuto dei testi ...per me Brandi soprattutto. Dopo di che non si può più pensare di dipingere in certi modi...la pittura è un percorso di autoconoscenza attualizzato e collegato con il reale contemporaneo da mille tentacoli.
Quando vedo certe opere vi leggo evidenti lacune di conoscenza della storia dell'arte e tanto superficiale orecchiamento delle (supposte) tendenze di moda.
Mi spiace molto di non poter discuterne con te con calma e con il necessario tempo.


Vittorio Losito
18 gennaio 2008 16:24
la parola saltata fra virgolette era : ESPRIMONO
(l'ESPRESSIONE è molto in voga!)
non posso escludere in ogni caso che il gusto personale non valga anche in negativo, visto il vero e proprio fastidio che ho alla visione di certe opere...e così tutto il resto non sarebbe che una spiegazione razionale di questo...

Ciro D' Alessio
18 gennaio 2008 18:26
beh certamente la pittura è collegata al presente da mille tentacoli, tuttavia il presente è così complesso che è davvero difficile stabilire cosa è attuale e cosa è superato.
Considera poi che l' artista può scegliere liberamente e consapevolemente di essere inattuale.
Noi non siamo condannati al presente, lo possiamo trascendere col desiderio e con l' immaginazione, presupposti questi, per poi poterlo trasformare attraverso la conoscenza e l' azione.
Non concordo del tutto che l' arte sia una forma di autocoscienza.
Autocoscienza di chi e di cosa? Se puoi chiariscimelo.
Altrimenti penso inevitabilemente alla concezione Hegeliana, che ha avuto ed ha tutt' ora grandi meriti, ma anche, a mio avviso, grandi limiti.
A Hegel preferisco Kant che lega l' arte alla facoltà del gusto, che è autonoma dalla facoltà teoretica e da quella etica.
Del resto concepire l' arte come una forma di conoscenza rende problematico stabilirne l' autonomia. Alla fine un arte così concepita riesce con difficoltà ad emanciparsi da un rapporto di ancillarità rispetto alla conoscenza pura e propriamente detta. E di fatti in hegel finisce coll' essere unan forma di autocoscienza dello spirito assoluto (perché solo ammettendo anche lo spirito assoluto, e tutto il resto della "metafisica" hegeliana, ha seso parlare di arte come autocoscienza di un epoca, altrimenti no)destinata poi ad inverarsi ed ad essere superata dalla filosofia, intesa come piena autocoscienza che lo spirito assoluto ha di se stesso.
Si può poi dipingere bene anche se si hanno idee confuse, proprio perché l' arte non è solo attività teoretica, ma poggia su altre facoltà umane. E di grandi artisti che non necessriamente avevano idee chiare e rigorose ne abbiamo avuti a tantissimi, probabilmente la maggioranza.

Quanto al gusto personale che può valere anche in negativo...sono daccordo con te.
Le nostre riflessioni spesso non sono che delle razionalizzazioni di scelte di gusto fatte a monte ed in maniera non chiaramente razionale.

Vittorio Losito
18 gennaio 2008 19:32
Autocoscienza come reificazione , realizzazione di sé: un fare per guardarsi poi dall'esterno come spettatore critico. Non ti capita di guardare a lungo una tua opera finita per scoprire quei nessi e quelle illuminazioni che si sono attraversate durante il lavoro, come si sono tradotte in materia e segni e forme?
Il fatto è che oggi non è più possibile ipotizzare una moderna giottesca ingenuità dell'artista, artista e critico tendono a coincidere ... altrimenti gli "ingenui" artisti
a caccia di successo divengono il gregge di qualche intraprendente "critico" che pensa per loro , fino a dir loro cosa fare e non fare.
La pittura ingenua/incolta dopo il XX secolo è
utopica e forse è solo una ipotesi antica per recuperare un ruolo alla figura del critico.
Non sto sostenendo che per dipingere bisogna avere le idee chiare, ma che bisogna essere coscienti che dipingere riguarda anche le idee, il pensiero , e non è una attività umorale ...in attesa dell'ispirazione. Insomma postulo quell'equilibrio fra apollineo e dionisiaco di cui sopra. I veri limiti della pittura sono nella maggiore o minore consapevolezza della materia e della tecnica che si sceglie di utilizzare. Se avessi la pazienza di dare un'occhiata ad uno dei primi post del mio blog
troveresti esplicitato meglio questo concetto.

Ciro D' Alessio
18 gennaio 2008 20:28
Ok andrò a visitare i primi post.
Cmq condivido questa tua concezione dell' autocoscienza come oggettivazione del soggetto nell' opera, non mi piace però il nome autocoscienza perché mi ricorda la filosofia idealistica.
Quello che scrivi sull' artista ingenuo e sul critico che costruisce la sua fortuna è molto, ma molto interessante.
Io non intendo difendere l' ingenuità dell' artista, ma solo ribadire l' autonomia dell' operare dell' artista da quello del teorico, proprio per garantirgli la stessa autonomia dal critico che auspichi pure tu.
Cmq leggero il tuo blog e poi continueremo questo interessante confronto.

Ciro D' Alessio
18 gennaio 2008 20:38
E' davvero molto interessante il tuo blog, grazie per avermelo segnalato!

Giovanni Ranella utente autodisattivato
19 gennaio 2008 11:49
mi trovi assolutamente daccordo quando affermi: "Se è vero che ormai non si crede più alla storia come progresso lineare, e non si crede più nemmeno ad un universo con un centro, ma a più storie che si intrecciano ed a più centri ed a più universi, allora veramente non ha senso dire quale è il modo giusto e quale quello sbagliato di fare arte. Se hanno torto gli artisti che pensano che le istallazioni siano il superamento della pittura, altrettanto torto ha chi pensa che le istallazioni vadano in qualche modo al di fuori dell' arte.
Oggi non ha più senso parlare di superamento, di avanguardia ( sono concetti che racchiudono una filosofia della storia come progresso) ma nemmeno ha senso escludere ciò che non ci piace dal regno dell' arte, come se potessimo essere noi a stabilirne i confini."

Anche se, ne sono convinto, l'unica e vera facoltà della poesia e l'arte in generale, sia quella di provocare nell'animo un particolare tipo di elevato eccitamento per il quale possiamo intuire la percezione "Numinosa" della nostra propria natura...in sostanza un opera d'arte più che far ragionare...la ragione è appena sfiorata da determinati contenuti che in sostanza sono proprio questi a renderci migliori...insomma la poesia deve commuovere rivolgendosi alla parte più segreta dell'essere e che in nessun altro modo potrebbe essere raggiunta o rivelata.
un saluto e grazie per la preferenza

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 12:39
Giovanni ha appena esplicitato il suo personale criterio di valutazione di un'opera:si può solo dire che è rivolto agli "effetti" che l'opera dovrebbe produrre piuttosto che ad una analisi dell'opera stessa.
Non sono tentato da apprezzamenti ecumenici e credo che si possa "leggere" strutturalmente e criticamente un'opera , giungendo a conclusioni che pur prive di pretese universali fondano una scelta estetica e di poetica rispetto ad altre,
delle quali si vede abbastanza bene il percorso
mentale e l'approdo (non condiviso).
In ogni caso le discussioni critiche ci sono sempre state in ambito per così dire "artistico" proprio perché si sfugge ad ogni oggettività.
Infine io credo che occorra fare un credibile sforzo volto ad un uso il più rigoroso possibile del linguaggio e dei concetti che si adoperano.

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 12:42
Ciao Vittorio, ho letto buona parte del tuo blog ed ti rinnovo i complimenti per la qualità delle riflessioni, delle discussioni e per i preziosi riferimenti alla letteratura sull' arte e l' esteticha.
Su alcune questioni di fondo credo di poter dire di concordare pienamente con le tue posizioni.
Su altre mi permetto di dissentire.
Sostanzialmente condivido la tua esigenza di dare, in qualche modo, fondamento all' autonomia della pittura. La pittura non è riproduzione analogica del reale, non è nemmeno un illustrazione di un pensiero slegato ed imposto ad essa, e nemmeno espressione immediata della soggettività, una specie di sfogo.
Su cosa sia la pittura in positivo, c' è invece una piccola divergenza.

Tu ami molto Cezanne perché è stato un po' il Kant della pittura, cioè colui che ha chiarito in maniera definitiva che le forme della pittura sono costruzioni del soggetto, e non riproduzioni analogiche, quasi meccaniche, della forme esteriori. E tuttavia Cezanne dipingeva la realtà esterna al soggetto, anche se ricostruendola, cogliendone i tratti che riteneva essenziali, e non riproducendola passivamente, e non si metteva a costruire forme in libertà.
Senonché la sua idea che la pittura è costruzione del soggetto ha fatto sì che dopo di lui ci si allontanasse definitivamente dal reale e si facesse una pittura del tutto slegata dalla realtà esterna, cioè una pittura astratta. Proprio come dopo Kant il pensiero idealistico mise voltuumanete da parte la realtà irriducibile al soggetto del mondo reale e cominciò a fantasticare che fosse una sua costruzione.

Ora vedo con piacere che tu citi spesso Heidegger nel tuo blog.
Se l' uomo è dasein, cioè costitutivamente essere nel mondo, e non un soggetto che ha la sua realtà altrove e si trova poi, accidentalmente, in questo mondo, allora capirai come l' arte , ma anche la filosofia, che prescinda dal mondo esterno, sia inevitabilmente astratta.
Ma astratta non nel senso che a questa parola danno i pittori, ma astratta nel senso che a questa parola danno i filosofi.
Un soggetto separato dal mondo è un astrazione e allo stesso mondo un soggetto che si esprime senza esprimere il suo legame al mondo esterno che lo eccede, esprime qualcosa di astratto.
Noi non siamo altro che apertura al mondo,
esprimere noi stessi, la nostra soggettività, non significa altro che esprimere la nostra particolare apertura e relazione sul mondo.
Al fondo del soggetto, dell' interiorità, v' è l' esteriorità, come ci ha insegnato Levìnas, portando avanti, anche criticamente, il cuore della riflessione heideggeriana.

Quindi la pittura non è solo costruzione di forme da parte del soggetto, ma anche tentativo di "esprimere" ( mi spiace dover usare questa parola che ti è tanto antipatica!) il rapporto che il soggetto ha col mondo che lo eccede. Se si dimentica questo secondo aspetto allora non si capisce perché non si debba accettare il progressivo impoverimento della pittura cui si è assistito nel corso del novecento e che ha alla base l' idea che l' arte sia solo pura e libera costruzione di un soggetto.
Ora un artista che voglia esprimere il suo rapporto col reale lo può fare creando forme che colgano e ricostruiscono le sottili armonie del reale, come ha fatto Cezanne e come mi pare sostenga tu, ma anche rompendo volutamente le forme per rendere non solo l' armonia, ma il moto, l' impatto, l' irruzione, che il reale ha su di lui.
Anche la rottura della forma la possiamo considerare una costruzione formale, ed in tal caso saremmo daccordo.
Cioè oltre a Cezanne io considero straordinariamente contemporanei anche quegli artisti, come Monet o Renoir, o come lo stesso Carrà, che volutamente nella loro pittura rompono le forme, quasi a voler attingere ad una sensazione di realtà che preceda la forma e la percezione.

Mi sembra che tu leghi la pittura alla costruzione dell' immagine, quindi in qualche modo alla percezione, che è appunto costruzione di forme.
Ma prima di percepire il mondo, noi siamo esposti ai suoi stimoli, in maniera quasi passiva; e' la sensazione ( la "certezza sensibile" della fenomenologia di Hegel).
Ora nella sensazione la realtà non ha ancora forma definita, non è ancora percepita.
Le forme indefinite, e disintegrate quasi, di Monet e Renoir mi ricordano appunto la sensazione.
E credo che la sensazione, la certezza sensibile, meriti in pittura lo stesso posto che ha la percezione, e non uno inferiore.

Ammesso poi che la pittura è espressione di un rapporto particolare del soggetto col mondo, io ne fonderei l' autonomia non solo sulla costruzione della visione, ma anche su di un particolare ed irriducibile modo di rapportarsi del dasein al mondo che con la pittura, e non con altri mezzi, può essere espresso; l' impatto preteoretico e pre-percettivo che la realtà esterna ha sul soggetto; non si tratta dell' immagine della realtà esterna, ma di quella sensazione di stare immersi nel reale che spesso si ottiene proprio rompendo o dissolvendo le forme.

Quindi, ritornando al caso ed al cosmos, l' arte sta in un punto nevralgico ed oscillante tra i due e può propendere sia in direzione del cosmos, della forma costruita in cui si ogggettiva il soggetto, sia anche in direzione del caos, della rottura delle forme soggettive che l' impatto del reale che non si lascia ridurre a forme produce sul soggetto e che questi cerca, in qualche modo, di esprimere pittoricamente.
Scusa la lunghezza dell' intervento.

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 12:45
Grazie a te giovanni per aver prestato attenzione alle mie riflessioni!
Mi trovo daccordo con te!

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 12:49
Si vittorio, nel leggere l' arte vi sono dei criteri che non sono solamente soggettivi.
Però il loro statuto intersoggettivo è molto problematico.
Dietro ogni sistema di criteri per leggere e giuducare le opere si celano visioni del mondo e dell' arte che possono anche essere non condivise.

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 12:56
diciamo vittorio che in genere quando un pittore non ha un' adeguata cultura pittorica poi si vede nelle sue opere, questo è vero.
Dopo tutto il gusto estetico si esercita e si foggia sull' osservazione delle opere del passato.
Però, a volte, mi imbatto in dei pittori che mostrano un gusto incolto, ma che tuttavia riescono a produrre cose lo stesso cose interessanti.

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 12:59
vittorio purtroppo non ho letto quel libro che citi nel blog relativo alla lettura di un opera ( mi pare Marangoni) ma mi interesserebbe molto, credi che lo posso trovare ancora in commercio o devo farmelo prestare dalla biblioteca?

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 14:01
"Anche la rottura della forma la possiamo considerare una costruzione formale, ed in tal caso saremmo daccordo"
Il punto è proprio questo!
-Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu-
Il dipingere è, in qualsiasi modo, costruzione di forme...
Non sono molto curioso di ciò che accade prima
-in interiore homine- : quel che resta è la forma ...e si tratta di verificare se riesce o no ad attingere all'"astanza", alla realtà pura che ,sola, garantisce che trattasi di opera d'arte.
La costruzione della forma anche se è mentale è
inevitabilmente legata alla percezione...dipinge chi pensa per immagini, siano esse anloghe o "astratte": Afro dipingeva
forme e immagini facendo pittura cosiddetta
"informale".
"Ora nella sensazione la realtà non ha ancora forma definita, non è ancora percepita": questo è smentito dalle ricerche neurobiologiche più recenti; vedi
-Arte e cervello- di Semir Zeki (B.Boringhieri)
Vedere è percepire e comprendere
"è possibile distinguere una forma solo attraverso un confronto,e quindi una verifica, con qualche modello preesistente.Ma che altro può essere questo modello se non una registrazione visiva immagazzinata nel cervello in seguito ad una ripetuta esposizione a molte forme?"pag.117
"un artista cerca di rappresentare gli elementi essenziali della forma come sono costituiti nella sua percezione visiva , che io interpreto come il suo cervello" pag.134
poi tutto il capitolo XX -Neurologia dell'arte astratta e dell'arte figurativa-
Peccato che tempo e spazio siano troppo ridotti...

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 14:08
vorrei suggerirti di dare un'occhiata al sito di questo pittore abbastanza giovane :
http://www.fernandodistefano.it/
potremmo poi discuterne...

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 15:25
per quanto riguarda il libro di Marangoni , credo che non sia stato ripubblicato di recente
ti consiglio una ricerca in rete e poi su ebay-libri...spesso vi ho trovato testi introvabili come "Fenomenologia della tecnica artistica" di Dino Formaggio (introvabilissimo!)

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 15:28
a questo indirizzo il libro è disponibile...anche se il prezzo è d'affezione:
www.nopress.it/libribooks/

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 15:30
p.s. il testo di Matteo Marangoni è in due volumi

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 16:22
Ho visitato il sito di fernando di stefano.
Mi piacciono molto i suoi dipinti ed il suo stile.
Ha una bella pennellata grassa e morbida al tempo stesso, e la cosa è abbastanza rara.
Le sue tonalità mi ricordano Morandi, ma anche Carlo Levi: sono delicate ed armoniose.
Conferiscono al dipinto una malinconica poesia.

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 16:28
infatti ha colpito anche me...è anche un eccellente incisore, se hai notato
forse il limite sta nella tentazione della "maniera" sempre in agguato
infatti penso che le opere migliori siano quelle più vecchie , rispetto alle ultime presentate

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 16:29
Si è vero, la sensazione è distinguibile dalla percezione solo a livello teorico ed astratto.
La sensazione non ha un immagine e quando l' assume è già percezione.
Tuttavia il compito difficile della pittura è anche, secondo me, di alludere a questa fattore che precede la percezione e che la rende possibile, e che è la nostra apertura, la nostra esposizione al reale.
In effetti anche la lingua ha il compito di dire a parole ciò che va al di là delle parole, e così il pittore può mettere in immagini, delle sensazioni che vanno al di là dell' immagine e della percezione.

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 16:36
non sono un grande intenditore di incisioni, ma le sue mi piacciono perché le forme si compongono a partire da una miriade di liniette e piccoli segni dati apparentemente a caso, il ché crea una morbidezza ed un energia al tempo stesso.
Quanto alla maniera è il rischio che corre ogni pittore che voglia anche vendere qualcosa.
Purtroppo per raggiungere buoni risultati in pittura si deve dipingere sempre, è difficile farlo solo per hobby ( a meno che non ci si accontenti di risulati modesti come nel mio caso), quindi in qualche modo ci deve badare anche alle esigenze del mercato, e distefano mi pare lo faccia in maniera molto discreta e senza rinunciare al suo stile e nemmeno all' originalità di ogni singolo pezzo.

La dialettica e la pittura.

 http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/la-dialettica-e-la-pittura

 La dialettica e la pittura

L’ arte va concepita in maniera dialettica.
Ma cos’ è dialettica?

Dialettica è pensare le cose nelle loro relazioni con ciò che le eccede, con ciò che sta al di fuori di loro ed in qualche modo le delimita ma ne rompe il limite al tempo stesso.
La definizione dialettica di una cosa è la definizione che si dà della cosa stagliandola dallo sfondo sulla quale emerge.
“Definire” dialetticamente significa proprio mettere in relazione la cosa col suo altro.

La dialettica dunque si distingue e si contrappone a quel pensiero che tende ad isolare le cose, ad astrarle ed a concepirle isolatamente.
Questo pensiero che procede per astrazioni, è alla base del procedere scientifico ed analitico.
E’ un pensare dunque di gran valore e non va assolutamente svalutato.
La dialettica non deve pretendere di essere un superamento del pensiero analitico, ma proporsi come modo di pensare, modo di procedere e di passare ad un idea all’ altra, diverso ed egualmente legittimo.
Non deve nemmeno entrare in concorrenza col pensiero scientifico, perché il pensare dialettico si occupa di aspetti del reale diversi da quelli del pensiero analitico.
L’ idea che una forma logica, un modo di pensare, ne esclude il contrario, è un idea che presuppone una unità ed una coerenza del reale. Ma visto che oggi crediamo di non vivere più in un universo, ma in un pluriverso, cioè che il reale si esperisce in maniere irriducibilmente diverse, ecco che è possibile ammettere anche diverse maniere, non solo di pensare, ma anche di procedere nel pensiero.
Se pensare è infatti essenzialmente organizzare l’ esperienza, la molteplicità dell’ esperienza comporta una molteplicità e a volte un intreccio dei modi di organizzarla.

Errore storico della dialettica hegeliana , così come di quella engelsiana, è stato quello di volersi quasi sostituire al pensiero analitico e scientifico, evidenziandone solo i caratteri di astrattezza ( e non anche l’ incredibile potenza sintetica e conoscitiva che deriva proprio da quest’ astrattezza) e proponendosi come un suo superamento.
Errore storico dei nemici della dialettica, è pensare che essa sia un pensiero del tutto sballato e poetico, perché non presenta quei caratteri di rigore logico e di matematizzabilità, che sono propri, invece, della logica formale.

Ma il pregio della dialettica è proprio questo suo carattere non formale, che le permette di stare dietro alle cose nel loro svolgimento concreto, senza ipostatizzarsi in un metodo adatto poi ad ogni cosa.

La dialettica, cioè, è sempre fenomenologia, cioè è sempre attenta al dato concreto, e non è mai metodologica.

Il grave errore di Hegel, il riscopritore moderno del pensiero dialettico, è stato proprio il suo passaggio dalla fenomenologia alla logica.

La dialettica, se ben si pondera, è il procedimento tipico delle scienze storiche.
Queste infatti, per dare una comprensione piena dei fenomeni di cui si occupano, hanno il dovere di non astrarle dal contesto concreto in cui si presentano.

La filosofia è poi l’ esercizio della dialettica per eccellenza, perché essa ha il dovere di non fare astrazione da nulla e di dar conto di tutto, anche del soggetto che pensa nel momento in cui pensa.

E così le scienze della natura e le scienze dello spirito non sono diverse solo per l’ oggetto di cui si occupano, ma anche per il modo di affrontarlo. Le prime richiedono di isolare il fenomeno, e di mettere da parte tutto ciò che non è rilevante per esso, in particolar modo le esperienze soggettive e non matematizzabili del fenomeno, la filosofia invece ha il dovere di non astrarne, pena il lasciare incomprese alcune esperienza ed essere dunque astratta rispetto ad esse.




Torniamo ora un attimo alle relazioni tra dialettica ed arte, ripromettendoci, ovviamente, di ritornare ad approfondire il problema della dialettica da un punto di vista prettamente filosofico-speculativo in seguito.

Pensata dialetticamente la rappresentazione, non è un indicare, o un rispecchiare i fenomeni, ma un reagire ad essi.
Oggi si commette il terribile errore di considerare l’ opera d’ arte come un documento.
Un luogo cioè dove si depositano e sono evidenti i caratteri più lampanti e caratterizzanti di un epoca.
Come una specie di rispecchiamento meccanico.
Dimenticando che nella rappresentazione si depositano anzitutto i sogni ed i bisogni di un epoca.
Cioè quegli aspetti di un epoca che ne rompono l’ unità presente, e la aprono al futuro. Il desiderio di un epoca di andare al di là di sé.
L’ arte tende a rompere con la logica del presente e della rappresentazione, come ci ricorda Ernst Bloch nel suo principio Speranza.


Quindi sono di massimo interesse, non solo quelle opere dove si rispecchia il presente in maniera quasi banale, ma quelle che tendono a staccarsi dal presente. Queste infatti nascondono una spinta dialettica, una spinta cioè ad andare oltre il presente.
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arte, fantasia, utopia.

http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/ancora-qualche-riflessione-sulla-funzione-emancipativa-dell-immaginazione-della-fantasia-e-dell-utopia.


Ancora qualche riflessione sulla funzione emancipativa dell' immaginazione, della fantasia, e dell' utopia.

Nel periodo natalizio spesso mi piace abbandonarmi alle fiabe.
Mi immergo in un mondo fantastico che può essere un libro, la musica, un film, un dipinto, un videogioco e dimentico, per un po', il mondo reale.

La nostra immaginazione, infatti, non è condannata al presente ed alla realtà fisica; ma ha la possibilità di trascendere la storia e la natura, per immaginare altri mondi, altre storie al di là di quelle che conosciamo.

Questa capacità di trascendere il dato, è la grandezza dell' uomo. Questa creatività dell' immaginazione è alla base di tutte le grandi invenzioni umane; il lavoro ( che non si accontenta della natura com' è, ma la immagina diversa e cerca di adeguare la realtà all' immagine) il linguaggio ( che è creatività, associazione creativa di concetti, segni, e cose), etc

Ora, nella pura favola, questa creatività umana si esprime in maniera pura.
Si inventa un mondo altro, nella consapevolezza di farlo, punto.


La tradizione marxista, piú o meno ortodossa, ci ha insegnato a disprezzare la favola a favore dell' analisi critica della realtà. Le favole sono state accomunate alla religione, oppio del popolo; industria culturale per la distrazione delle masse da quelli che sono i propri interessi e la propria battaglia per l' emancipazione.

Il fatto è che l' analisi critica della realtà è incapace di dirci alcunché sul da farsi. La conoscenza non implica la volontà. Posso avere una visione lucidissima dei problemi che affliggono la nostra società, e continuare tranquillamente ad infischiarmene, come fa piú o meno la maggioranza di noi.
La volontà, per agire, ha bisogno di moventi piú profondi che non la conoscenza.

E questi moventi profondi dell' agire spesso non li si trova nella realtà presente, ma nel desiderio, alimentato da immagini di un futuro diverso, piú bello, piú dignitoso, piú umano, o semplicemente, meno penoso.

In ultima analisi cosa' è l' uomo? L' uomo è una animale che reagisce creativamente al suo dolore.
Ciò che caratterizza la reazione dell' uomo al dolore è il suo carattere non automatico.
Tra il dolore, e la sua soluzione, ci stanno di mezzo l' immaginazione, la conoscenza, il lavoro.
Cioè l' uomo è passivo nel soffrire, ma attivo nel trovare la soluzione al dolore, che non è data.
Ecco perché per me il dolore è il piú filosofico dei sentimenti, perché dalla dialettica del dolore si è sviluppata la storia umana, ed è per ed attraverso il dolore che si è forgiata la sua natura, che è si finita, ma anche capace di trascendere i suoi limiti e le sue condizioni.
Ed il dolore è anche il discrimen tra realtà e sogno, tra realtà ed immaginazione, tra realtà ed affabulazione.
Le religioni nascono per dare un senso al dolore, ma falliscono proprio perché si limitano solo a questo, cozzano contro la realtà del dolore che non si risolve solo in una questione di senso, avendo una realtà materiale che è al di la del senso.
Il dolore, dunque, ha anche una funzione, per cosí dire, epistemologica, ci permette di riconoscere il reale al di là del pensiero, e dell' immaginazione.

Ecco che la favola, nasce in situazioni storicamente doloranti, sembrerebbe solo avere la funzione di distogliere la nostra attenzione dal dolore per rendercelo in qualche modo piú sopportabile. Ma in realtà, col suo creare mondi al di là di questo, getta le premesse affinché si possa superare realmente, e non solo immaginificamente, il dolore. Il favoleggiare mentre si distare da questo mondo, ne immagina uno diverso e questa è la condizione necessaria per un cambiamento. Il marxismo scientifico, secondo il quale il progresso sarebbe inscritto nei nostri bisogni materaiali, e dunque non avrebbe bisogno dell' immaginazione e della creatività, mi pare solo una decadenza dei motivi del giovane marx che invece denunciava i mali del capitalismo ed immaginava una società migliore, avendo dinanzi agli occhi l' immagine schilleriana, kantiana, goethiana, feuerbachiana, di uomo come essere che sviluppa in maniera onnilaterale le sue facoltà.
Oggi il marxismo può tornare a dire qualcosa se si riappropria di questa sua istanza creativa e filosofica. Cosa alquanto difficile dopo che per un secolo e mezzo non ha fatto altro che prendere le distanze dalla filosofia, dall' utopia, dall' etica, per pretendersi scientifico.



Le favole dunque, così come la religione, è vero che distraggono dal presente, perché la loro essenza è creare altri mondi al di là di questo.
Ma questa distrazione dal presente ha una funzione essa stessa enormemente rivoluzionaria.
Innanzittutto la favola non prretende di essere il sostituto della realtà, o una realtà di tipo più profondo ( coem la religione), ma sa ed accetta pienamente il suo ruolo di finzione.
Quindi non compete con l' analisi scientifica, né la danneggia, visto che fin da subito, si pone in una piano consapevolmente diverso da quello della realtà.
Essa agisce sul sentimento, lo nutre di sé, delle sue immagine di un mondo migliore.
Ed un sentimento sì fatto agisce sulla volontà più che il sapere scientifico, che per definizione è asettico e avalutativo.
Ora una arte che rinuncia alla sua dimensione utopica, per atteggiarsi a conoscenza, rinuncia anche alla sua funzione di educare il sentimento al futuro.

La conoscenza non ha molta presa sul futuro, è condannata al presente ed al passato.
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commenti

Monica Lume utente autodisattivato
2 gennaio 2008 09:26
Mi piace molto, ma molto quello che hai scritto.
Sono riflessioni che elaboro già da diversi anni.
Ci sarebbe da dire ancora.....

In quanto all'immagine che hai postato sopra, la trovo così autentica, così dentro il momento, dentro il fatto, che pare quasi che quel bambino si muova da un momento all'altro. Si sente il profumo dei fiori e del borotalco

Ciro D' Alessio
2 gennaio 2008 09:28
grazie mille monica!

Ciro D' Alessio
2 gennaio 2008 09:38
ovviamente non fermiamoci ai complimenti, ma discutiamo anche criticamente e costruttivamente come abbiamo sempre fatto! ;)
Ti pare?

Monica Lume utente autodisattivato
2 gennaio 2008 10:27
Certo, complimenti di solito non ne faccio. Poi, con te, ha senso la discussione, quindi...