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CONTESTUALIZZAZIONE E DECONTESTUALIZZAZIONE IN ARTE
ven 7 marzo 2008
Uno
degli sviluppi dell’arte novecentesca, un vero e proprio filo
conduttore che ci permette di raccontarne la storia, è il progressivo
perdersi del “contesto” all’interno della rappresentazione, ed un suo
recupero all’esterno di essa.
Chiariamo il concetto con qualche esempio; Nell’arte prenovecentesca
ogni soggetto, ogni figura dipinta, era inserita in uno spazio, in un
ambiente, in una luce interna alla rappresentazione. L’ opera cioè non
si limitava a rappresentare il soggetto isolandolo dal contesto, ma lo
inseriva in un ambiente. Questa possiamo dire che è una delle
caratteristice principali della pittura moderna, quella che va dal
rinascimento ai primi del novecento. Tanto è che questo aspetto è in
stretta relazione con la prospettiva, che fu scoperta e studiata proprio
per l’ esigenza di inserire la figura in un contesto ambientale, così
come esse ci appare sempre nella realtà del vedere quotidiano, da un
punto di vista umano e personale, e non come sarebbero in sé, da un
presunto punto di vista sovraumano ed impersonale.
Nel medioevo la prospettiva non era ignorata solo per incapacità
tecnica; sarebbe una sottovalutazione troppo superficiale di un era che
ha prodotto in campi quali poesia, filosofia, architettura, vette
irraggiungibili. Semplicemente ai medievali la prospettiva interessava
poco, così come interessava poco lo studio sperimentale della natura e
la scienza, perché non era il punto di vista umano e la natura terrena
ad attirare l’interesse degli ingegni di quell’epoca, ma il punto di
vista divino e lo studio della teologia. Ecco che spesso le figure erano
decontestualizzate o contornate da arabeschi o sfondi stellati, quasi
si trovassero in uno spazio diverso da quello terreno, in uno spazio
metafisico.
In compenso queste opere erano sempre inserite in contesti spaziali
all’interno dei quali erano da considerarsi come un elemento
inseparabile dal contesto; affreschi interni a chiese, etc.
La novità della modernità è che l’opera ha un suo spazio terreno,
uno sguardo all’interno del quale tutte le sue figure si dispongono in
un ordine prospettico, e con questo suo spazio interno essa prende
autonomia dallo spazio esterno; diventa asportabile, ed esponibile in
ogni luogo, in quanto non è un oggetto in uno spazio, ma essa stesso
creazione di un suo spazio della rappresentazione. Di qui anche la
cornice, che aveva il compito di dare compiutezza a questo sguardo, che
non c’ era nel medioevo e che torna a sparire nell’arte novecentesca. La
somiglianza tra arte del novecento e arte medioevale è stata più volte
notata, ora voglio sottolineare anche la grande affinità filosofica tra
le due epoche; il più influente filosofo del novecento, heidegger,
riprende in qualche modo l’ antropologia cristiana, semplicemente
privando l’ uomo di dio; Il novecento è una specie di medioevo senza
dio.
Veniamo ora all’ aspetto artistico.: ricordo una riflessione di
Sgarbi in cui diceva che l’arte rinascimentale e prerinascimentale
rappresentano secondo un punto di vista ideale, quella da Caravaggio in
poi, da un punto di vista umano, quella novecentesca da un punto di
vista dell’inconscio e dell’interiorità; quindi le cose come sono in sé,
le cose come sono nel mondo, le cose come sono nell’interiorità del
soggetto. Ovviamente ci sarebbe molto da discutere su questo schema, ma
esso ha il merito di cogliere un aspetto saliente; nel novecento si
ripassa da un interesse per le cose e le persone inserite nel mondo e
l’ambiente esterno e reale, ad un interesse per come loro si presentano
all’interno dell’anima, questa volta non più l’anima divina, ma l’anima
particolare del soggetto.
Questo significa che, di nuovo, oggetti e figure vengono
decontestualizzate dallo spazio reale, ed inserite in uno spazio altro,
oppure presentate isolate da ogni spazio. Questo significa
decontestualizzare le figure; decontestualizzare o astrarre. L’ arte del
novecento è tutta astratta, anche quando è figurativa, proprio per
questa sua tendenza ad isolare le figure dallo spazio o ad inserirle in
spazi immaginari, che per essenza sono astratti, dato che
l’immaginazione, se non si foggia sul reale, è solo indice della
separatezza angosciante del soggetto dal reale, cioè della sua
astrattezza. Un soggetto isolato, infatti, è un soggetto astratto, dato
che nei fatti ogni soggetto è sempre inserito in un mondo ed
inseparabile da esso..
Quello che è da notare, e che più l’opera perde quello che è il suo
spazio interno della rappresentazione, più ha bisogno di porsi come
elemento dello spazio reale; di qui la dipendenza sempre più stretta
dall’archittettura, proprio come nel medioevo.
I musei d’arte contemporanea, sono sempre più camere decorate e
arredate in maniera particolare, cioè spazi reali riempiti con oggetti e
colori, e sempre meno luoghi in cui vengono raccolte rappresentazione
di spazi, cioè rotture dello spazio oggettivo, finestre di trascendenza.
Perché un’opera moderna è uno sguardo che apre uno spazio diverso da
quello oggettivo, ma comunque uno sguardo, mentre l’opera contemporanea
ha perso volutamente sempre più quest’aspetto, per aspirare sempre più a
farsi oggetto tra gli oggetti dello spazio reale, che a questo punto
diventa unico, oggettivo, intascendibile, angosciante e soffocante.
Anche i colori si fanno astratti, all’ attenzione alla luce ed alla
tonalità, si passa all’ apprzzamento del colore puro e forte. Ma il
colore puro e forte è un colore astratto, che esiste o nella nostra
mente, o nei nostri tubetti di colori artificiali; i colori si
giustappongono sempre più l’ uno all’ altro e si separano, si
ipersaturano, laddove nell’ arte prenovecentesca si armonizzavano, si
disponevano in scale cromatiche e tonali, così come di fatto si
armonizzano nella visione concreta.
Lo stesso discorso vale per le forme, e per ogni altro aspetto della
pittura. Ovunque la stessa tendenza alla decontestualizzazione, all’
isolamento, all’ astrazione.
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7 marzo 2008 10:56
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commenti
Su quello che dici
sono sostanzialmente d'accordo, Danilo; i miei pittori di riferimento
sono proprio quelli che cominciarono a prendere le distanze dal
figurativo meramente descrittivo...
Quanto al fatto che anche nel figurativo ci sia pensiero, scelta,
"politica", te lo scrissi io stesso in un tuo blog dove discutevi con
Monica su tale questione.
Io non credo però che la fotografia o il video possano in tutto sostituire la pittura.
La pittura è tutt' altra cosa.
Essa esprime un rapporto che il soggetto ha col reale che la fotografia non può esprimere.
Tu te lo immagini un Van Gogh fotografo?
Ma anche un Renoir fotografo è impossibile.
Ogni medium ha i suoi caratteri specifici, come diceva mc Luhan, ed è insostituibile da parte di altri.
Piuttosto io collegherei il discorso decostuttivo che derridà avvia per la filosofia alla stotria dell' arte del novecento.
Questa è stata un grande smontatura di tutti gli aspetti dell' arte
"classica". Ed è pre questo che il figurativo è stato messo da parte, ma
non per
ché esso avesse esaurito la sua forza espressiva.
Difatto la pittura figurativa è continuata, anche se non ha
catalizzato l' attenzione come invece facevano altre forme che man mano
nascevano nel corso del secolo.
Però il pensiero postmoderno ci insegna a dubitare anche dello
storicismo e dunque a rivedere gli sviluppi storici ed a recuperare ciò
che la storia sembra aver trascurato.
In tal senso mi pare esemplare la poesia di montale sulla storia.
Quanto al libro di derridà sullaa verità in pittura ho letto i primi due capitoli, interessantissimi.
Ho pensato di comiciare a sciverne qulacosa su di un blog capitolo9 per capitolo, cos' ne possiamo discutere.
Cmq anche se divergiamo è un gran piacere discutere con te, per
ché sei rispettoso delle idee altrui e ti concentri sulle questioni e non sull' esibizione del
sé come invece purtroppo spesso accade!