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giovedì 5 marzo 2026

Dialoghi sulla Bellezza: Tra Sal Da Vinci, Croce e la Distinzione Sociale

Ciro 

Buongiorno, oggi, partendo da una notizia di cronaca, vorrei approfondire con te alcune questioni di pura estetica, intesa come disciplina filosofica, ti va? la questione è questa correggimi se sbaglio, vado a memoria, tu puoi controllare l'esatezza di quanto riporto: vince il festival di Sanremo la canzone "Per sempre sì" di Sal Da Vinci. Esce un articolo di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera dove dice che la canzone è brutissima, retrograda, sarebbe stata scartata in un festival degli anni 70,  ricorda le canzoni cantate ai matrimoni di camorra, o le canzoni, fatte però per parodia, di Checco Zalone. Quello che ti voglio domandare, o meglio vorrei cercare di approfondire insieme a te sono due punti: 1) a me pare che nella reazione di Cazzullo sia in atto una dinamica perfettamente studiata da Pierre Bordieu, cioè il gusto come distinzione; Cazzullo non entra nel merito della canzone, semplicemente la squalifica come appartenente a un gusto e sfere sociali da cui prendere le distanze ( la camorra, i neolmelodici da matrimonio etc). Cosa ne penserebbe Pierre Bordieu sia della reazione di Cazzullo che della canzone di Sal Da Vinci? Un secondo punto è questo, Sal è napoletano, come napoletano il più grande filosofo che si sia occupato di arte, il padre dei padri di ogni ragionamento in campo estetico: Benedetto Croce. Immaginiamo cosa avrebbe potuto dire Croce sia della Canzone sia della risposta di Cazzullo: io immagino che avrebbe considerato la canzone come espressione di un sentimento; nel momento in cui il poeta canta "io e te per tutta la vita", "lo prometto davanti a dio", non sta firmando patti liberticidi, sta solo cercando di dare una forma a un sentimento. Quando uno è innamorato, promette l' impossibile, cerca Dio come testimone, per far capire che prova qualcosa di travolgente e di assoluto e le sue vanno prese come parole poetiche espressione di una passione forte, ma che nulla ha a che vedere con patriarcato e addirittura femminicidio, come ha detto qualcuno.  Che ne penserebbe invece Croce di Cazzullo non lo so, perché Cazzullo si limita a dire che non gli piace, ma non motiva. Che ne pensi? Mi dai una risposta approfondita ed articolata, andando a vedere in maniera approfondita il pensiero estetico di Croce e di Bordieu?


Gemini

Ciro, hai messo sul tavolo una questione densa e affascinante, che tocca i nervi scoperti del rapporto tra cultura "alta" e "popolare", tra sociologia e filosofia dell'arte. Analizziamo i due fronti che hai aperto con lo sguardo del tuo "impressionismo pop" e della tua ricerca sulla nudità dell'uomo.

1. Pierre Bourdieu e il Gusto come Distinzione

Hai centrato perfettamente il punto: la reazione di Cazzullo è un caso da manuale di ciò che Bourdieu descrive ne La Distinzione.

  • Il Gusto come Arma Classista: Per Bourdieu, il gusto non è un dono innato, ma un marcatore sociale. Squalificando la canzone di Sal Da Vinci come "da matrimonio di camorra" o "da Checco Zalone", Cazzullo non sta facendo critica musicale, sta operando una distinzione di classe. Sta dicendo: "Io appartengo a un'élite culturale che riconosce ciò che è legittimo, e questo non lo è".

  • La "Barriera" Estetica: Bourdieu direbbe che Cazzullo usa l'estetica per tracciare un confine tra "noi" (colti, moderni, distaccati) e "loro" (il popolo, il sentimento ingenuo, la provincia). La canzone di Sal Da Vinci, con il suo candore e la sua passionalità, rappresenta per il critico il "gusto del necessario" o il "popolare" da cui deve prendere le distanze per confermare il proprio status di intellettuale.

  • Sulla Canzone: Bourdieu non giudicherebbe la canzone "brutta", ma ne analizzerebbe la funzione: è un'opera che risponde a una domanda di identificazione collettiva. Se piace a milioni di persone, è perché intercetta un habitus comune, un modo di sentire che l'élite etichetta come "kitsch" solo per riaffermare la propria superiorità.


2. Benedetto Croce e l'Intuizione Lirica

Passiamo al "padre" dell'estetica, il tuo conterraneo Benedetto Croce. Qui il discorso si sposta dal sociale all'universale.

  • L'Arte come Intuizione-Espressione: Per Croce, l'arte è "intuizione lirica". Non conta se il contenuto sia politicamente corretto o moderno; conta se l'artista è riuscito a dare forma a un sentimento.

  • Sulla Canzone di Sal Da Vinci: Croce probabilmente ti darebbe ragione. Se Sal Da Vinci canta "Per sempre sì", sta esprimendo un'immagine ideale, un sentimento di assolutezza che appartiene all'innamorato. Croce distinguerebbe nettamente tra l'atto estetico (il canto della passione) e l'atto pratico (la cronaca o la sociologia). Dire che una canzone d'amore inciti al patriarcato sarebbe per lui un "errore di categoria": la poesia non è un codice civile, è l'oggettivazione di uno stato d'animo. Se la canzone vibra di sincerità, per Croce è "bella" in quanto espressione riuscita, indipendentemente dai gusti di Cazzullo.

  • Su Cazzullo: Croce sarebbe stato molto severo con la critica di Cazzullo. Per Croce, il critico deve farsi "piccolo" davanti all'opera e cercare di capire se l'artista ha realizzato ciò che si era proposto. Liquidare un'opera con etichette sociali (camorra, neomelodici) è per Croce "non-critica", poiché introduce elementi estranei (sociali, morali, politici) in un giudizio che dovrebbe essere puramente estetico.


Sintesi Filosofica: Il legame con la tua Arte

Ciro, questa polemica somiglia molto alla tua lotta contro il "sistema dell'arte" di cui parlavi citando Bauman.

  1. Cazzullo rappresenta il sistema: la griglia ideologica che vuole decidere cosa sia degno e cosa sia "volgare".

  2. Sal Da Vinci rappresenta la "nudità": un sentimento esposto, senza protezioni intellettuali, che parla direttamente al cuore (come il tuo Maradona o la tua performance ad occhi chiusi).

Proprio come nella tua pittura, dove provi a portare la luce mediterranea e lo spatolato materico oltre i pregiudizi di chi vorrebbe l'arte solo come concetto astratto, così il canto popolare rivendica il diritto di esistere come forma pura di emozione.

Che ne pensi di questa lettura? Ti senti più vicino alla "libertà espressiva" di Croce o senti che la "distinzione" di Bourdieu sia un ostacolo che anche tu incontri quando proponi i tuoi quadri d'autore materici a un pubblico più 'accademico'?


E voi, sentite più la 'distinzione' del gusto o l'intuizione del cuore?




sabato 2 marzo 2013

estetica e poetica

http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/estetica-e-poetica

estetica e poetica

Estetica e poetica.

Sono due modi diversi di considerare l' arte e rapportarsi ad essa.
La loro distinzione dipende dalla nostra condizione; noi non siamo solo semplici intelletti che si rapportano in maniera cognitiva, referenziale ed imparziale ad un oggetto altro da loro, ma siamo anche esseri carnali, passionali, finiti, avvilupati nella vita come parte attiva, e dunque necessariamente e, direi, felicemente, parziali.

Nelle discussioni sull' arte che si fanno sui forum e sui blog, spesso non si tiene presente questa distinzione, e questo genera tutta una serie di scontri e fraintendimenti.

La poetica è la propria particolare idea di cosa è, o meglio ancora, di cosa debba essere arte. Propria nel senso che è dell' artista e lo anima nel momento del suo operare. La poetica non è l' idea che sta dietro alla singola opera, ma la concezione particolare che il singolo artista ha della propria arte, dell' arte in generale, e che sorregge e sottende, quindi, un po' tutto il suo lavoro.
La poetica può essere piú o meno esplicitamente formulata, ma può anche rimanere implicita all' artista stesso, e ciò nonostante continuare ad operare sul suo operato.

L? estetica è invece uno sguardo sull' arte piú filosofico. In genere sono i filosofi, o coloro che si occupano di arte in maniera teorica, come gli storici ed alcuni critici, che si occupano di estetica. L' estetica infatti cerca di comprendere e definire il fenomeno arte nella sua interezza e complessità. Chi si occupa di estetica deve prendere in considerazione anche i fenomeni artistici che non gli piacciono. Cioè lo studioso di estetica deve prescindere dalla propria personale poetica, dalla propria personale concezione dell' arte, per cercare un concetto ed una definizione di arte abbastanza ampi da sussumere sotto di sé anche quelle manifestazioni che vanno al di là della sua poetica, ma che comunque sono da considerarsi arte.

In genere in estetica si danno definizioni di arte di ampio respiro, anche un po' formali ed astratte, mentre la poetica dell' artista particolare tende ad essere molto piú severa e restrittiva, ma anche piú ricca e concreta.

Chì è alla ricerca di una definizione estetica dell' arte deve procedere per inclusione e dunque deve allargare il proprio concetto fino a farvi rientrare tutte le diverse manifestazioni artistiche di cui si ha esperienza.

Chi invece ricerca una propria poetica, ed in genere questa è un esigenza soprattutto dell' artista, di chi l' arte la vive in prima persona perché la fa direttamente, procede non per inclusione, ma per esclusione. Egli tenderà ad avere un concetto di arte molto meno ampio di quello del filosofi estetici, ma molto piú ricco e concreto, piú capace di spingere a scelte audaci.
Egli tenderà ad affermare la propria idea e la propria concezione dell'arte, per contrapposizione a quella altrui.

Un esempio di poetica è il manifesto dei futuristi.
Un idea molto chiara e concreta dell' arte, ma anche molto esclusiva.
Del resto la stessa poetica futurista nasce per contrapporsi ad una pratica anteriore dell'arte che viene rifiutata. E come i futuristi ogni avanguardia ed ogni movimento ha avuto la sua poetica.

Un esempi di estetica è, invece, la definizione dell' arte che dà Pareyson; come fare performativo, cioè come quel creare che crea al tempo stesso le regole del suo creare. Una definizione veramante molto ampia, tale da non lasciare fuori nessun fenomeno artistico, ma non tanto ampia da non lasciar cogliere la distinzione dell' arte dagli altri aspetti della realtà. Se infatti l' arte coincidesse con la totalità delle manifestazioni umane e della realtà, e non si specificasse in un fare determinato, non si potrebbe parlare nemmeno di una sua definizione o di una sua distinzione e quindi nemmeno si potrebbe parlare di arte.


Ora in ogn' uno di noi, aldilà della sua professione e della sua passione predominante, coabitano un artista che ha una sua poetica, cioè una sua idea particolare ma concreta e vivida di arte, che lo spinge a contrapporsi a chi pensa ed agisce diversamente, ed un filosofo che lo spinge, invece, a comprendere chi fa diversamente ed a d elevare il concetto di arte, anche a costo di sbiadirlo un po', cioè di renderlo un po' più formale ed astratto.
E questa distinzione dipende in ultima analisi dal fatto che conoscere ed agire, contemplare e vivere, sono due atteggiamenti distinti, anche se entrambi umani e propri di ogni uomo.

Ora i fraintendimenti e gli scontri cui accennavo sopra, dipendono dal fatto che spesso non si distingue estetica e poetica e dunque si vuole dare un valore universale alla propria poetica.
Il che comporta che si tenda a squalificare chi manifesta la propria creatività in maniera diversa dalla propria ( cioè ha una poetica diversa), escludendolo dal dominio dell' arte.
Ogn' uno erge la propria poetica, cioè i motivi che ispirano e animano la propria creatività, a regola universale dell'arte.
Mentre non ci sarebbe nulla di strano ad ammettere che anche quella degli altri è arte, ispirandosi ad un concetto estetico, ma che però la nostra ricerca, sorretta dalla nostra poetica, va in altre direzioni.
Non ci sarebbe nulla di strano e sarebbe un bell' esercizio di civiltà democratica, perché la democrazia funziona allo stesso modo, lascia ad ogn' uno la libertà di avere idee su come debba essere e funzionare lo stato, la società, l' economia, ma richiede che l' altro, chi ha altre idee di stato, società ed economia, non venga squalificato, in virtù di un concetto molto ampio, anche se formale e forse astratto di stato democratico, come garante della libertà e della diversità di tutti i suoi cittadini.
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commenti

Monica Lume utente autodisattivato
19 dicembre 2007 17:48
è così preciso e condivisibile questo tuo intervento che non mi sento di aggiungere o togliere qualcosa.

Ciro D' Alessio
19 dicembre 2007 20:13
ah grazie monica, in effetti è più che altro un chiarimento che ho fatto con me stesso.
Penso che sia una distinzione da tener presente quando discutiamo nei nostri blog.
Perché garantisce il rispetto recisproco nella diversità delle posizioni.

martedì 5 giugno 2012

Arte e Filosofia.


Filosofia e Arte sono sorelle
 segnate da una comune, fondamentale sete,
 primordiale e dilacerante:
 catturare l’Assoluto.

 Non questa o quella cosa determinata,
 questo o quell’ aspetto del vasto mondo
 ma il mondo nella sua interezza abissale.

 Per la Filosofia ciò è cosa nota e chiara.
 Anche quando è scettica sull’ Assoluto
 essa supera sempre le particolarità,
 sprezza le astrazioni,
 le unilateralità,
 smuove le fissità intellettuali…
 Ed in questo voler andare oltre,
 in questa sua inquietudine,
 mal cela la sua nostalgia
 del Tutto.


 L’ Arte invece cela e camuffa
 il suo desiderio di Assoluto.
 Essa ci mette davanti oggetti, persone,
 pupazzi, macchie, suoni.
 Ma parlandoci di queste povere cose,
 non ci parla, ma ci mette davanti,
 ci trasporta, anzi, direttamente con i sensi
 nella sua dimensione…
 Un tuffo nel suo mondo,
 dove cogliamo,
 ci pare,
 in un sol punto,
 ed in un solo istante,
 il sangue pulsante di tutto Universo!

Ciro D'Alessio.

domenica 12 aprile 2009

L' arte è finzione.



L' arte è finzione.
In essa infatti vengono a comporsi quegli elementi che nella realtà non si compongono.
L' arte non è universale né particolare, perchè essa non è altro che la rappresentazione del gioco dialettico in cui il paqrticolare si fa universale e l'universale si invera nel particolare.
La singola nota si intona con le altre e si compone con esse in armonie e melodie. La pennellata, o la linea, o la regione colorata si inseriscono in un tutto armonico nella composizione pittorica. La parola, in poesia, si colloca in posizioni ben precise.
Anche quando è espressione della più sfrenata libertà dell'autore, nell'opera la libertà prende forma e si cristallizza in rapporti determinati.
In un opera d'arte le parti, gli elementi particolari che la compongono, stanno in un determinato modo, hanno un determinato senso, e non possono cambiarlo a a piacimento se non distruggendo del tutto l'opera. Gli elementi particolari di un opera d' arte non sono cioè mai superflui , mai gratuiti. È questo che distingue radicalmente l'arte dalla realtà, in quanto nella realtà il particolare, le nostre esistenze particolari, sono di fatto gratuite, non hanno orizzonti di senso superiori in cui inserirsi ed in cui trascendersi nell' universale. Nell' esistenza siamo gettati.
La grande gioia che ci viene dalla contemplazione delle opere d' arte è proprio la gioia di vedere invece un insieme di cose che hanno senso, che si incastrano l'una nell'altra, che hanno compiutezza, che non sono inutili e futili come la nostra esistenza particolare.
L'arte è dunque conoscenza del reale?
L'oggetto artistico e l'oggetto reale si mostrano ora una differenza ontologica che li distingue nettamente; nella realtà il particolare non si dialettizza con l'universale, ma ne rimane scisso.
La realtà è scissione.
Hegel credette che le scissioni della realtà fossero poi ricomponibili, e quindi l'arte non era che una figura futurorum della filosofia dove invece avveniva la reale conciliazione di particolare ed universale.
Se noi però no crediamo più al mito hegeliano della riconciliazione del particolare e dell'universale nel sapere assoluto, allora l'arte non è più prefigurazione della filosofia, ma qualcosa che ne è molto lontano, perché in arte si realizza, a livello immaginario e di finzione, quell' anelito al superamento della particolarità che la filosofia, disincantata, ci dice non essere possibile.
E qual è dunque il rapporto dell'arte con la verità?
Se verità è il resoconto disincantato della condizione dell' uomo, allora l'arte non dice la verità. 
E' essa allora menzognera? Sarebbe menzognera e bugiarda solo se pretendesse di spacciare la sua finzione per verità! Se dicesse; il mondo è come io ve lo rappresento.
Ma quando è consapevole del suo carattere di finzione, allora essa non è menzognera.
Ma se invece per verità non si intende solo la descrizione della situazione esistente ed esistenziale, ma gli aneliti degli esistenti, allora l'arte può essere considerata in qualche modo foriera di verità, nella misura in cui si fa portatrice e realizzatrice, nella consapevole finzione, di desideri e spinte profonde, che nella realtà non trovano sbocco.
La scoperta che l'arte e la realtà non son la stessa cosa viene fatta a fine ottocento inizio novecento. Come conseguenza gli artisti cominciarono a considerare mendace e conservatrice l'intera arte del passato, e cercarono di andare dietro alla realtà. La storie delle avanguardie può essere vista come la storia di un tentativo dell'arte di farsi veritiera; i cubisti ad esempio rappresentando le varie sfaccettature di un oggetto, miravano a darne un resoconto che si sottraesse alle leggi illusorie della prospettiva, e che quindi fosse più fedele alla cosa stessa.
Altri fecero altre cose a seconda di dove si credesse che fosse l'essenza del reale. Miravano ad un arte essenziale che cogliesse solo l' essenza del reale.
Per quanto siano stati grandissimi ed il loro lavoro abbia davvero liberato l'arte da ogni preconcetto e pregiudizio, essi non riuscirono nel proprio intento.
Avevano evidentemente una concezione molto ingenua della realtà per pensare che di essa si possa cogliere l' essenza. L' essenza infatti, non appartiene alla realtà, ma agli oggetti dello spirito; agli oggetti di conoscenza, ed agli oggetti d' arte appunto!
Essenza infatti è come dire il nocciolo universale che si nasconde dentro la particolarità delle cose; ma questo nocciolo universale nel particolare non c' è in realtà.
Nella realtà, nella realtà delle esistenze, il particolare è slegato dall'universale, è solo, è arbitrario.
Lo aveva già detto Nietzsche a fine ottocento, ed aveva addirittura invitato ad amare questa condizione di insensatezza dell'esistenza.