Visualizzazione post con etichetta filosofia.. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta filosofia.. Mostra tutti i post

domenica 3 marzo 2013

Caos e cosmos


http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/caos-e-cosmos

Caos e cosmos

Caos e Cosmos hanno forse una parentela etimologica.
Sicuramente nella mitologia greca si accompagnano sempre come una indisgiungibile coppia dialettica. Il cosmos, cioè l' ordine bello, buono e razionale del mondo, nasce sempre da uno sfondo caotico.
Tutti i miti greci sulla creazione cominciano " in principio era il caos...".
Anche i filosofi pensano la creazione del mondo, non come una creazione dal nulla, come ci ha abituati a pensare il pensiero cristiano, ma come la nascita dell' ordine dal caos.
Per Platone in principio esisteva una materia informe, la kora, che un giorno il Demiurgo decide di plasmare a modello delle idee iperuranie. La creazione per Platone era proprio come l' atto di un artista, che prende una materia preesistenti, e gli imprime una forma. Mentre il dio cristiano crea dal nulla, dato che nulla gli preesiste , sia la materia che la forma.
Quindi il dio cristiano, che è verbo, logos, non ha un caos che lo precede.
Il Logos cristiano si presenta assoluto, già fatto, non ha una storia, non nasce da una materia caotica, non si conquista faticosamente come il cosmos greco.

Di fatti nella filosofia e nella mentalità cristiana il caos non ha quel gran posto che ha nella greca. Li il caos è sempre all' origine della creazione, qui ha un ruolo marginale, teoricamente non esisterebbe nemmeno, perché nulla sfugge alla provvidenza. Se abbiano una nozione di caos e di contingenza, è solo perché i nostri intelletti sono limitati e non riescono a trovare le connessioni causali in tutto, ed allora chiamiamo caos, ciò che a noi non sembra ordine.

Secondo il pensiero greco, il caos non fu poi definitivamente superato con la costruzione del cosmos, ma esso continua a esistere come fondo su cui si regge il cosmos stesso.
La costruzione di un mondo ordinato, essendo il frutto di una fatica, di un lavoro "umano", va rinnovata di giorno in giorno altrimenti si ritorna al caos. Questo pericolo secondo il pensiero cristiano non lo corriamo, perché l' ordine non è il frutto di una conquista che si staglia su di uno sfondo oscuro, ma ci è stato dato da sempre; a noi non spetta di costruirlo ma solamente di scoprirlo e di conoscerlo , visto che già c' è, è già scritto nel grande libro della creazione.
Ed è significativo che il creato venga concepito come un grande libro da leggere, mentre i greci lo concepivano come una materia informa da domare e da rendere abitabile.

La coppia nietzschiana di apollineo e dionisiaco, ci conferma che il caos non è mai superato del tutto, ma che va tenuto a freno di giorno in giorno attraverso un lavoro ed un dispendio di energie, e che comunque di tanto in tanto erutta ed esplode. Ed, inoltre, il caos primordiale è il fondo stesso della vita, su cui si costruisce un cosmos, che non può' mai superarlo, perché vi si regge.

Che c' entra tutto questo con la pittura?
Possono queste diverse visioni cosmologiche avere un peso ed un influenza sulle arti figurative?
Una visione del mondo può influenzare il gusto estetico?
Il problema è enorme. Per il momento dico solo che probabilmente l' influenza è circolare.
Ossia non solo la visione del mondo influisce sul gusto, ma anche il gusto, che ha una sua autonomia, ci fa propendere per una visione piuttosto che per un altra.
Del resto, una questione cosmologica cosí ampia come quella del rapporto caos-cosmos, non ha mai ragioni prettamente teoretiche e non può mai essere risolta col solo uso dell' intelletto, come fosse un teorema di geometria. Nelle grandi questioni filosofiche , l' intelletto non è mai solo, non fa mai astrazione dal sentire particolare di ciascun pensatore.
Alla fine si propende per una visione o per un altra, non perché si è ragionato in maniera spassionata su quale sia l' ipotesi migliore e piú ferrata, ma perché ci si sente emotivamente ed esistenzialmente piú coinvolti in una piuttosto che in un' altra.
Quindi, non solo una visione del mondo può influenzare il gusto estetico, ma anche il gusto estetico, che ha a che fare con l' aspetto sensibile, e dunque irriducibile al razionale di ognuno di noi, può influenzare una visione del mondo.

Ora tra il modo di concepire il rapporto caos-cosmos greco e quello cristiano, sento piú vicino alla mia sensibilità, e, suppongo, alla nostra sensibilità contemporanea, quello greco.
Ecco che amo quelle opere dove la forma sembra nascere da un caos informe.
I famosi incompiuti di Michelangelo, sono fantastici proprio perché danno questa sensazione, che una forma voglia faticosamente liberarsi della materia in cui è costretta senza mai riuscirvi compiutamente.
Molto meno coinvolgenti invece trovo quelle forme già perfette e compiute, che non mostrano nulla della fatica e dello sforzo fatto dalla forma per uscire dalla materia. Nell' arte "Classica", infatti, si voleva che lo sforzo dell' esecuzione fosse celato, affinché l' opera non paresse fatta da mano umana, ma divina.
Una bella sintesi tra caos e cosmos la ritrovo nella pittura degli impressionisti, degli espressionisti, dei futuristi. Qui le figure sembrano stagliarsi su di uno sfondo informe.
Da un caos di fondo, da una nube vaporosa, fatta spesso di pennellate vigorose, istintive e volutamente casuali, ecco emergere e venire in primo piano un accenno di forma.
Un rapporto dialettico tra forma e non forma, che ricorda le coeve riflessioni di Nietzsche sull' apollineo ed il dionisiaco. E quindi, poiché Renoir e Monet probabilmente non avevano letto Nietzsche, né il giovane Nietzsche si sarebbe lasciato influenzare dalle loro opere, è probabile che a fondo di entrambe vi sia un sentire comune, che era il nuovo sentire europeo dell' epoca.

Nel Novecento, che è una grande analisi ed una grande vivisezione dell' arte in tutti i suoi aspetti e componenti, il caos ed il cosmos tendono a scindersi. Da una parte ci sono artisti che dipingono il solo caos, separato ed isolato dal cosmos che sempre lo foggia, dall' altro artisti che dipingono il solo cosmos, ossia la pura forma, anche qui separata e scissa dal caos da quale sempre emerge.
In questa scissione dei poli che prima erano congiunti, va, purtroppo, perso l' energia ed il carattere dialettico dell' opera.

Cosa' è il caos senza il cosmos? Secondo me un astrattezza, e lo stesso è una astrattezza il cosmos senza il caos da cui emerge.
Di fatto il carattere dominate dell' arte contemporanea, cosí come della società e della vita contemporanea, è appunto l' astrattezza.
condividi Facebook twitter   modifica elimina

commenti

Vittorio Losito
18 gennaio 2008 13:59
forse la pittura dovrebbe nascere sul crinale fra caos e cosmos
del resto l'astrattezza , dopo una iniziale curiosità intellettuale , diventa stucchevole ripetizione dello stesso schema mentale , quindi noiosa.
Questo succede sia sul versante enrgetico-gestuale-espressionista che sul versante concettuale-idraulico (leggi :installazioni varie).
Quel crinale io lo chiamo "intensa pittura".

Vittorio Losito
18 gennaio 2008 14:06
C'è poi da considerare tutto un filone di una operatività pseudo-pittorica bamboleggiante, che denuncia un debito (triste...) verso la fotografia e verso una mal digerita e mal conosciuta pittura di genere (XIX sec.), con un dissennato culto per il particolare descrittivo, che evidenzia un deteriore sentimentalismo subculturale ... in questo portale se ne trova una estesa esemplificazione.

Ciro D' Alessio
18 gennaio 2008 14:26
Concordo perfettamente Vittorio.
Il crinale tra caos e cosmos è quel "concreto" vitale, cui l' arte, secondo la mia opinione, dovrebbe ispirarsi per essere vitale.
L' astratto è interessante in quanto analisi di uno dei tanti aspetti dell' arte.
Ma in queste tante analisi si va perdendo proprio il "tutto vivente" ( detto senza ombra di misticismi) che costituisce l' opera d' arte, che le dà vita propria, e che le permette dunque di non stancare mai.

Ciro D' Alessio
18 gennaio 2008 15:14
non concordo invece sul secondo intervento.

Ciro D' Alessio
18 gennaio 2008 15:37
Il fatto è che nella pittura ciascuno di noi esprime il suo particolare rapporto con la realtà, che è vario e diverso in ciascuno.
Oggi ci si rapporta alla realtà in molti modi ed attraverso molti mezzi, l' eperienza diretta è ormai un isola molto limitata circondata da un oceano di esperienze già mediate, foto, cinema, televisione, tg, giornali, radio etc.
Sarebbe veramente strano se il pittore volesse mettere da parte questa parte preponderante della sua esperienza per accontentarsi di quelle poche, spesso banali cose che vede direttamente o che può costruire con la sola forza della sua immaginazione.
Non vedo nulla di strano dunque se anche il pittore, come fanno tutti gli altri artisti ormai da tempo, prende atto dell' esistenza degli altri media e li usa per i suoi fini espressivi.
Riguardo a chi fa pittura che si attarda sulla descrizione del particolare....
Beh personalmente è un tipo di pittura che nemmeno a me piace... però....c' è evidentemente chi l' apprezza.
C' è chi nei quadri cerca una descrizione, spesso una descrizione appagante, rassicurante...
io non condivido ma rispetto.
Ed è giusto che ci siano anche artisti che rispondono a questo bisogno.
Lo stesso vale con l' arte astratta, gestuale, con le istallazioni e tutto quanto si fa sul versante cosidetto più "contemporaneo".
Evidentemente c' è chi ha bisogno di tali opere ed altrettanti artisti che crercano di rispondere a questo bisogno.
Se è vero che ormai non si crede più alla storia come progresso lineare, e non si crede più nemmeno ad un universo con un centro, ma a più storie che si intrecciano ed a più centri ed a più universi, allora veramente non ha senso dire quale è il modo giusto e quale quello sbagliato di fare arte. Se hanno torto gli artisti che pensano che le istallazioni siano il superamento della pittura, altrettanto torto ha chi pensa che le istallazioni vadano in qualche modo al di fuori dell' arte.
Oggi non ha più senso parlare di superamento, di avanguardia ( sono concetti che racchiudono una filosofia della sotoria come progresso) ma nemmeno ha senso escludere ciò che non ci piace dal regno dell' arte, coem se potessimo essere noi a stabilirne i confini.

Certo ogn' uno di noi ha diritto di fare quello che sente e prender anche posizione contro chi la pensa diversamente.
Ma la complessità del mondo e della realtà in cui viviamo ci invita a essere moderati nei giudizi, nella consapevolezza che nessuno può essere certo di stare lavorando nella direzione giusta e di poter scagliare la prima pietra....

Vittorio Losito
18 gennaio 2008 16:18
caro Ciro non posso che assentire quando dici che bisogna essere moderati nei giudizi.Tuttavia non vorrei che si finisse col mettere tutto sullo stesso piano...eliminando così in qualche modo ,ogni discorso valutativo e critico.E' ben vero che ogni valutazione critica in fondo si possa ridurre al gusto personale o di gruppi di persone: ma io credo che il nostro (per ora tuo e mio )impegno sia quello di cercare di fondare logicamente e filosoficamente l'operare
pittorico e l'arte. Chi non pensa o pensa poco e male (cioè superficialmente e non curandosi di un minimo di rigore nell'uso dei concetti che adopera) inevitabilmente dipinge male.
La pittura non è riducibile a ispirazione e/o slanci emotivo-sentimentali che si <> sul supporto : in troppi sono ancora e inconsapevolmente fermi a concetti estetici che riguardano tempi , cultura e modi di vita lontani e desueti. I conti critici con tutta l'arte del 900 vanno fatti con l'aiuto dei testi ...per me Brandi soprattutto. Dopo di che non si può più pensare di dipingere in certi modi...la pittura è un percorso di autoconoscenza attualizzato e collegato con il reale contemporaneo da mille tentacoli.
Quando vedo certe opere vi leggo evidenti lacune di conoscenza della storia dell'arte e tanto superficiale orecchiamento delle (supposte) tendenze di moda.
Mi spiace molto di non poter discuterne con te con calma e con il necessario tempo.


Vittorio Losito
18 gennaio 2008 16:24
la parola saltata fra virgolette era : ESPRIMONO
(l'ESPRESSIONE è molto in voga!)
non posso escludere in ogni caso che il gusto personale non valga anche in negativo, visto il vero e proprio fastidio che ho alla visione di certe opere...e così tutto il resto non sarebbe che una spiegazione razionale di questo...

Ciro D' Alessio
18 gennaio 2008 18:26
beh certamente la pittura è collegata al presente da mille tentacoli, tuttavia il presente è così complesso che è davvero difficile stabilire cosa è attuale e cosa è superato.
Considera poi che l' artista può scegliere liberamente e consapevolemente di essere inattuale.
Noi non siamo condannati al presente, lo possiamo trascendere col desiderio e con l' immaginazione, presupposti questi, per poi poterlo trasformare attraverso la conoscenza e l' azione.
Non concordo del tutto che l' arte sia una forma di autocoscienza.
Autocoscienza di chi e di cosa? Se puoi chiariscimelo.
Altrimenti penso inevitabilemente alla concezione Hegeliana, che ha avuto ed ha tutt' ora grandi meriti, ma anche, a mio avviso, grandi limiti.
A Hegel preferisco Kant che lega l' arte alla facoltà del gusto, che è autonoma dalla facoltà teoretica e da quella etica.
Del resto concepire l' arte come una forma di conoscenza rende problematico stabilirne l' autonomia. Alla fine un arte così concepita riesce con difficoltà ad emanciparsi da un rapporto di ancillarità rispetto alla conoscenza pura e propriamente detta. E di fatti in hegel finisce coll' essere unan forma di autocoscienza dello spirito assoluto (perché solo ammettendo anche lo spirito assoluto, e tutto il resto della "metafisica" hegeliana, ha seso parlare di arte come autocoscienza di un epoca, altrimenti no)destinata poi ad inverarsi ed ad essere superata dalla filosofia, intesa come piena autocoscienza che lo spirito assoluto ha di se stesso.
Si può poi dipingere bene anche se si hanno idee confuse, proprio perché l' arte non è solo attività teoretica, ma poggia su altre facoltà umane. E di grandi artisti che non necessriamente avevano idee chiare e rigorose ne abbiamo avuti a tantissimi, probabilmente la maggioranza.

Quanto al gusto personale che può valere anche in negativo...sono daccordo con te.
Le nostre riflessioni spesso non sono che delle razionalizzazioni di scelte di gusto fatte a monte ed in maniera non chiaramente razionale.

Vittorio Losito
18 gennaio 2008 19:32
Autocoscienza come reificazione , realizzazione di sé: un fare per guardarsi poi dall'esterno come spettatore critico. Non ti capita di guardare a lungo una tua opera finita per scoprire quei nessi e quelle illuminazioni che si sono attraversate durante il lavoro, come si sono tradotte in materia e segni e forme?
Il fatto è che oggi non è più possibile ipotizzare una moderna giottesca ingenuità dell'artista, artista e critico tendono a coincidere ... altrimenti gli "ingenui" artisti
a caccia di successo divengono il gregge di qualche intraprendente "critico" che pensa per loro , fino a dir loro cosa fare e non fare.
La pittura ingenua/incolta dopo il XX secolo è
utopica e forse è solo una ipotesi antica per recuperare un ruolo alla figura del critico.
Non sto sostenendo che per dipingere bisogna avere le idee chiare, ma che bisogna essere coscienti che dipingere riguarda anche le idee, il pensiero , e non è una attività umorale ...in attesa dell'ispirazione. Insomma postulo quell'equilibrio fra apollineo e dionisiaco di cui sopra. I veri limiti della pittura sono nella maggiore o minore consapevolezza della materia e della tecnica che si sceglie di utilizzare. Se avessi la pazienza di dare un'occhiata ad uno dei primi post del mio blog
troveresti esplicitato meglio questo concetto.

Ciro D' Alessio
18 gennaio 2008 20:28
Ok andrò a visitare i primi post.
Cmq condivido questa tua concezione dell' autocoscienza come oggettivazione del soggetto nell' opera, non mi piace però il nome autocoscienza perché mi ricorda la filosofia idealistica.
Quello che scrivi sull' artista ingenuo e sul critico che costruisce la sua fortuna è molto, ma molto interessante.
Io non intendo difendere l' ingenuità dell' artista, ma solo ribadire l' autonomia dell' operare dell' artista da quello del teorico, proprio per garantirgli la stessa autonomia dal critico che auspichi pure tu.
Cmq leggero il tuo blog e poi continueremo questo interessante confronto.

Ciro D' Alessio
18 gennaio 2008 20:38
E' davvero molto interessante il tuo blog, grazie per avermelo segnalato!

Giovanni Ranella utente autodisattivato
19 gennaio 2008 11:49
mi trovi assolutamente daccordo quando affermi: "Se è vero che ormai non si crede più alla storia come progresso lineare, e non si crede più nemmeno ad un universo con un centro, ma a più storie che si intrecciano ed a più centri ed a più universi, allora veramente non ha senso dire quale è il modo giusto e quale quello sbagliato di fare arte. Se hanno torto gli artisti che pensano che le istallazioni siano il superamento della pittura, altrettanto torto ha chi pensa che le istallazioni vadano in qualche modo al di fuori dell' arte.
Oggi non ha più senso parlare di superamento, di avanguardia ( sono concetti che racchiudono una filosofia della storia come progresso) ma nemmeno ha senso escludere ciò che non ci piace dal regno dell' arte, come se potessimo essere noi a stabilirne i confini."

Anche se, ne sono convinto, l'unica e vera facoltà della poesia e l'arte in generale, sia quella di provocare nell'animo un particolare tipo di elevato eccitamento per il quale possiamo intuire la percezione "Numinosa" della nostra propria natura...in sostanza un opera d'arte più che far ragionare...la ragione è appena sfiorata da determinati contenuti che in sostanza sono proprio questi a renderci migliori...insomma la poesia deve commuovere rivolgendosi alla parte più segreta dell'essere e che in nessun altro modo potrebbe essere raggiunta o rivelata.
un saluto e grazie per la preferenza

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 12:39
Giovanni ha appena esplicitato il suo personale criterio di valutazione di un'opera:si può solo dire che è rivolto agli "effetti" che l'opera dovrebbe produrre piuttosto che ad una analisi dell'opera stessa.
Non sono tentato da apprezzamenti ecumenici e credo che si possa "leggere" strutturalmente e criticamente un'opera , giungendo a conclusioni che pur prive di pretese universali fondano una scelta estetica e di poetica rispetto ad altre,
delle quali si vede abbastanza bene il percorso
mentale e l'approdo (non condiviso).
In ogni caso le discussioni critiche ci sono sempre state in ambito per così dire "artistico" proprio perché si sfugge ad ogni oggettività.
Infine io credo che occorra fare un credibile sforzo volto ad un uso il più rigoroso possibile del linguaggio e dei concetti che si adoperano.

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 12:42
Ciao Vittorio, ho letto buona parte del tuo blog ed ti rinnovo i complimenti per la qualità delle riflessioni, delle discussioni e per i preziosi riferimenti alla letteratura sull' arte e l' esteticha.
Su alcune questioni di fondo credo di poter dire di concordare pienamente con le tue posizioni.
Su altre mi permetto di dissentire.
Sostanzialmente condivido la tua esigenza di dare, in qualche modo, fondamento all' autonomia della pittura. La pittura non è riproduzione analogica del reale, non è nemmeno un illustrazione di un pensiero slegato ed imposto ad essa, e nemmeno espressione immediata della soggettività, una specie di sfogo.
Su cosa sia la pittura in positivo, c' è invece una piccola divergenza.

Tu ami molto Cezanne perché è stato un po' il Kant della pittura, cioè colui che ha chiarito in maniera definitiva che le forme della pittura sono costruzioni del soggetto, e non riproduzioni analogiche, quasi meccaniche, della forme esteriori. E tuttavia Cezanne dipingeva la realtà esterna al soggetto, anche se ricostruendola, cogliendone i tratti che riteneva essenziali, e non riproducendola passivamente, e non si metteva a costruire forme in libertà.
Senonché la sua idea che la pittura è costruzione del soggetto ha fatto sì che dopo di lui ci si allontanasse definitivamente dal reale e si facesse una pittura del tutto slegata dalla realtà esterna, cioè una pittura astratta. Proprio come dopo Kant il pensiero idealistico mise voltuumanete da parte la realtà irriducibile al soggetto del mondo reale e cominciò a fantasticare che fosse una sua costruzione.

Ora vedo con piacere che tu citi spesso Heidegger nel tuo blog.
Se l' uomo è dasein, cioè costitutivamente essere nel mondo, e non un soggetto che ha la sua realtà altrove e si trova poi, accidentalmente, in questo mondo, allora capirai come l' arte , ma anche la filosofia, che prescinda dal mondo esterno, sia inevitabilmente astratta.
Ma astratta non nel senso che a questa parola danno i pittori, ma astratta nel senso che a questa parola danno i filosofi.
Un soggetto separato dal mondo è un astrazione e allo stesso mondo un soggetto che si esprime senza esprimere il suo legame al mondo esterno che lo eccede, esprime qualcosa di astratto.
Noi non siamo altro che apertura al mondo,
esprimere noi stessi, la nostra soggettività, non significa altro che esprimere la nostra particolare apertura e relazione sul mondo.
Al fondo del soggetto, dell' interiorità, v' è l' esteriorità, come ci ha insegnato Levìnas, portando avanti, anche criticamente, il cuore della riflessione heideggeriana.

Quindi la pittura non è solo costruzione di forme da parte del soggetto, ma anche tentativo di "esprimere" ( mi spiace dover usare questa parola che ti è tanto antipatica!) il rapporto che il soggetto ha col mondo che lo eccede. Se si dimentica questo secondo aspetto allora non si capisce perché non si debba accettare il progressivo impoverimento della pittura cui si è assistito nel corso del novecento e che ha alla base l' idea che l' arte sia solo pura e libera costruzione di un soggetto.
Ora un artista che voglia esprimere il suo rapporto col reale lo può fare creando forme che colgano e ricostruiscono le sottili armonie del reale, come ha fatto Cezanne e come mi pare sostenga tu, ma anche rompendo volutamente le forme per rendere non solo l' armonia, ma il moto, l' impatto, l' irruzione, che il reale ha su di lui.
Anche la rottura della forma la possiamo considerare una costruzione formale, ed in tal caso saremmo daccordo.
Cioè oltre a Cezanne io considero straordinariamente contemporanei anche quegli artisti, come Monet o Renoir, o come lo stesso Carrà, che volutamente nella loro pittura rompono le forme, quasi a voler attingere ad una sensazione di realtà che preceda la forma e la percezione.

Mi sembra che tu leghi la pittura alla costruzione dell' immagine, quindi in qualche modo alla percezione, che è appunto costruzione di forme.
Ma prima di percepire il mondo, noi siamo esposti ai suoi stimoli, in maniera quasi passiva; e' la sensazione ( la "certezza sensibile" della fenomenologia di Hegel).
Ora nella sensazione la realtà non ha ancora forma definita, non è ancora percepita.
Le forme indefinite, e disintegrate quasi, di Monet e Renoir mi ricordano appunto la sensazione.
E credo che la sensazione, la certezza sensibile, meriti in pittura lo stesso posto che ha la percezione, e non uno inferiore.

Ammesso poi che la pittura è espressione di un rapporto particolare del soggetto col mondo, io ne fonderei l' autonomia non solo sulla costruzione della visione, ma anche su di un particolare ed irriducibile modo di rapportarsi del dasein al mondo che con la pittura, e non con altri mezzi, può essere espresso; l' impatto preteoretico e pre-percettivo che la realtà esterna ha sul soggetto; non si tratta dell' immagine della realtà esterna, ma di quella sensazione di stare immersi nel reale che spesso si ottiene proprio rompendo o dissolvendo le forme.

Quindi, ritornando al caso ed al cosmos, l' arte sta in un punto nevralgico ed oscillante tra i due e può propendere sia in direzione del cosmos, della forma costruita in cui si ogggettiva il soggetto, sia anche in direzione del caos, della rottura delle forme soggettive che l' impatto del reale che non si lascia ridurre a forme produce sul soggetto e che questi cerca, in qualche modo, di esprimere pittoricamente.
Scusa la lunghezza dell' intervento.

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 12:45
Grazie a te giovanni per aver prestato attenzione alle mie riflessioni!
Mi trovo daccordo con te!

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 12:49
Si vittorio, nel leggere l' arte vi sono dei criteri che non sono solamente soggettivi.
Però il loro statuto intersoggettivo è molto problematico.
Dietro ogni sistema di criteri per leggere e giuducare le opere si celano visioni del mondo e dell' arte che possono anche essere non condivise.

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 12:56
diciamo vittorio che in genere quando un pittore non ha un' adeguata cultura pittorica poi si vede nelle sue opere, questo è vero.
Dopo tutto il gusto estetico si esercita e si foggia sull' osservazione delle opere del passato.
Però, a volte, mi imbatto in dei pittori che mostrano un gusto incolto, ma che tuttavia riescono a produrre cose lo stesso cose interessanti.

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 12:59
vittorio purtroppo non ho letto quel libro che citi nel blog relativo alla lettura di un opera ( mi pare Marangoni) ma mi interesserebbe molto, credi che lo posso trovare ancora in commercio o devo farmelo prestare dalla biblioteca?

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 14:01
"Anche la rottura della forma la possiamo considerare una costruzione formale, ed in tal caso saremmo daccordo"
Il punto è proprio questo!
-Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu-
Il dipingere è, in qualsiasi modo, costruzione di forme...
Non sono molto curioso di ciò che accade prima
-in interiore homine- : quel che resta è la forma ...e si tratta di verificare se riesce o no ad attingere all'"astanza", alla realtà pura che ,sola, garantisce che trattasi di opera d'arte.
La costruzione della forma anche se è mentale è
inevitabilmente legata alla percezione...dipinge chi pensa per immagini, siano esse anloghe o "astratte": Afro dipingeva
forme e immagini facendo pittura cosiddetta
"informale".
"Ora nella sensazione la realtà non ha ancora forma definita, non è ancora percepita": questo è smentito dalle ricerche neurobiologiche più recenti; vedi
-Arte e cervello- di Semir Zeki (B.Boringhieri)
Vedere è percepire e comprendere
"è possibile distinguere una forma solo attraverso un confronto,e quindi una verifica, con qualche modello preesistente.Ma che altro può essere questo modello se non una registrazione visiva immagazzinata nel cervello in seguito ad una ripetuta esposizione a molte forme?"pag.117
"un artista cerca di rappresentare gli elementi essenziali della forma come sono costituiti nella sua percezione visiva , che io interpreto come il suo cervello" pag.134
poi tutto il capitolo XX -Neurologia dell'arte astratta e dell'arte figurativa-
Peccato che tempo e spazio siano troppo ridotti...

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 14:08
vorrei suggerirti di dare un'occhiata al sito di questo pittore abbastanza giovane :
http://www.fernandodistefano.it/
potremmo poi discuterne...

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 15:25
per quanto riguarda il libro di Marangoni , credo che non sia stato ripubblicato di recente
ti consiglio una ricerca in rete e poi su ebay-libri...spesso vi ho trovato testi introvabili come "Fenomenologia della tecnica artistica" di Dino Formaggio (introvabilissimo!)

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 15:28
a questo indirizzo il libro è disponibile...anche se il prezzo è d'affezione:
www.nopress.it/libribooks/

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 15:30
p.s. il testo di Matteo Marangoni è in due volumi

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 16:22
Ho visitato il sito di fernando di stefano.
Mi piacciono molto i suoi dipinti ed il suo stile.
Ha una bella pennellata grassa e morbida al tempo stesso, e la cosa è abbastanza rara.
Le sue tonalità mi ricordano Morandi, ma anche Carlo Levi: sono delicate ed armoniose.
Conferiscono al dipinto una malinconica poesia.

Vittorio Losito
19 gennaio 2008 16:28
infatti ha colpito anche me...è anche un eccellente incisore, se hai notato
forse il limite sta nella tentazione della "maniera" sempre in agguato
infatti penso che le opere migliori siano quelle più vecchie , rispetto alle ultime presentate

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 16:29
Si è vero, la sensazione è distinguibile dalla percezione solo a livello teorico ed astratto.
La sensazione non ha un immagine e quando l' assume è già percezione.
Tuttavia il compito difficile della pittura è anche, secondo me, di alludere a questa fattore che precede la percezione e che la rende possibile, e che è la nostra apertura, la nostra esposizione al reale.
In effetti anche la lingua ha il compito di dire a parole ciò che va al di là delle parole, e così il pittore può mettere in immagini, delle sensazioni che vanno al di là dell' immagine e della percezione.

Ciro D' Alessio
19 gennaio 2008 16:36
non sono un grande intenditore di incisioni, ma le sue mi piacciono perché le forme si compongono a partire da una miriade di liniette e piccoli segni dati apparentemente a caso, il ché crea una morbidezza ed un energia al tempo stesso.
Quanto alla maniera è il rischio che corre ogni pittore che voglia anche vendere qualcosa.
Purtroppo per raggiungere buoni risultati in pittura si deve dipingere sempre, è difficile farlo solo per hobby ( a meno che non ci si accontenti di risulati modesti come nel mio caso), quindi in qualche modo ci deve badare anche alle esigenze del mercato, e distefano mi pare lo faccia in maniera molto discreta e senza rinunciare al suo stile e nemmeno all' originalità di ogni singolo pezzo.

La dialettica e la pittura.

 http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/la-dialettica-e-la-pittura

 La dialettica e la pittura

L’ arte va concepita in maniera dialettica.
Ma cos’ è dialettica?

Dialettica è pensare le cose nelle loro relazioni con ciò che le eccede, con ciò che sta al di fuori di loro ed in qualche modo le delimita ma ne rompe il limite al tempo stesso.
La definizione dialettica di una cosa è la definizione che si dà della cosa stagliandola dallo sfondo sulla quale emerge.
“Definire” dialetticamente significa proprio mettere in relazione la cosa col suo altro.

La dialettica dunque si distingue e si contrappone a quel pensiero che tende ad isolare le cose, ad astrarle ed a concepirle isolatamente.
Questo pensiero che procede per astrazioni, è alla base del procedere scientifico ed analitico.
E’ un pensare dunque di gran valore e non va assolutamente svalutato.
La dialettica non deve pretendere di essere un superamento del pensiero analitico, ma proporsi come modo di pensare, modo di procedere e di passare ad un idea all’ altra, diverso ed egualmente legittimo.
Non deve nemmeno entrare in concorrenza col pensiero scientifico, perché il pensare dialettico si occupa di aspetti del reale diversi da quelli del pensiero analitico.
L’ idea che una forma logica, un modo di pensare, ne esclude il contrario, è un idea che presuppone una unità ed una coerenza del reale. Ma visto che oggi crediamo di non vivere più in un universo, ma in un pluriverso, cioè che il reale si esperisce in maniere irriducibilmente diverse, ecco che è possibile ammettere anche diverse maniere, non solo di pensare, ma anche di procedere nel pensiero.
Se pensare è infatti essenzialmente organizzare l’ esperienza, la molteplicità dell’ esperienza comporta una molteplicità e a volte un intreccio dei modi di organizzarla.

Errore storico della dialettica hegeliana , così come di quella engelsiana, è stato quello di volersi quasi sostituire al pensiero analitico e scientifico, evidenziandone solo i caratteri di astrattezza ( e non anche l’ incredibile potenza sintetica e conoscitiva che deriva proprio da quest’ astrattezza) e proponendosi come un suo superamento.
Errore storico dei nemici della dialettica, è pensare che essa sia un pensiero del tutto sballato e poetico, perché non presenta quei caratteri di rigore logico e di matematizzabilità, che sono propri, invece, della logica formale.

Ma il pregio della dialettica è proprio questo suo carattere non formale, che le permette di stare dietro alle cose nel loro svolgimento concreto, senza ipostatizzarsi in un metodo adatto poi ad ogni cosa.

La dialettica, cioè, è sempre fenomenologia, cioè è sempre attenta al dato concreto, e non è mai metodologica.

Il grave errore di Hegel, il riscopritore moderno del pensiero dialettico, è stato proprio il suo passaggio dalla fenomenologia alla logica.

La dialettica, se ben si pondera, è il procedimento tipico delle scienze storiche.
Queste infatti, per dare una comprensione piena dei fenomeni di cui si occupano, hanno il dovere di non astrarle dal contesto concreto in cui si presentano.

La filosofia è poi l’ esercizio della dialettica per eccellenza, perché essa ha il dovere di non fare astrazione da nulla e di dar conto di tutto, anche del soggetto che pensa nel momento in cui pensa.

E così le scienze della natura e le scienze dello spirito non sono diverse solo per l’ oggetto di cui si occupano, ma anche per il modo di affrontarlo. Le prime richiedono di isolare il fenomeno, e di mettere da parte tutto ciò che non è rilevante per esso, in particolar modo le esperienze soggettive e non matematizzabili del fenomeno, la filosofia invece ha il dovere di non astrarne, pena il lasciare incomprese alcune esperienza ed essere dunque astratta rispetto ad esse.




Torniamo ora un attimo alle relazioni tra dialettica ed arte, ripromettendoci, ovviamente, di ritornare ad approfondire il problema della dialettica da un punto di vista prettamente filosofico-speculativo in seguito.

Pensata dialetticamente la rappresentazione, non è un indicare, o un rispecchiare i fenomeni, ma un reagire ad essi.
Oggi si commette il terribile errore di considerare l’ opera d’ arte come un documento.
Un luogo cioè dove si depositano e sono evidenti i caratteri più lampanti e caratterizzanti di un epoca.
Come una specie di rispecchiamento meccanico.
Dimenticando che nella rappresentazione si depositano anzitutto i sogni ed i bisogni di un epoca.
Cioè quegli aspetti di un epoca che ne rompono l’ unità presente, e la aprono al futuro. Il desiderio di un epoca di andare al di là di sé.
L’ arte tende a rompere con la logica del presente e della rappresentazione, come ci ricorda Ernst Bloch nel suo principio Speranza.


Quindi sono di massimo interesse, non solo quelle opere dove si rispecchia il presente in maniera quasi banale, ma quelle che tendono a staccarsi dal presente. Queste infatti nascondono una spinta dialettica, una spinta cioè ad andare oltre il presente.
condividi Facebook twitter   modifica elimina

commenti

sabato 2 marzo 2013

estetica e poetica

http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/estetica-e-poetica

estetica e poetica

Estetica e poetica.

Sono due modi diversi di considerare l' arte e rapportarsi ad essa.
La loro distinzione dipende dalla nostra condizione; noi non siamo solo semplici intelletti che si rapportano in maniera cognitiva, referenziale ed imparziale ad un oggetto altro da loro, ma siamo anche esseri carnali, passionali, finiti, avvilupati nella vita come parte attiva, e dunque necessariamente e, direi, felicemente, parziali.

Nelle discussioni sull' arte che si fanno sui forum e sui blog, spesso non si tiene presente questa distinzione, e questo genera tutta una serie di scontri e fraintendimenti.

La poetica è la propria particolare idea di cosa è, o meglio ancora, di cosa debba essere arte. Propria nel senso che è dell' artista e lo anima nel momento del suo operare. La poetica non è l' idea che sta dietro alla singola opera, ma la concezione particolare che il singolo artista ha della propria arte, dell' arte in generale, e che sorregge e sottende, quindi, un po' tutto il suo lavoro.
La poetica può essere piú o meno esplicitamente formulata, ma può anche rimanere implicita all' artista stesso, e ciò nonostante continuare ad operare sul suo operato.

L? estetica è invece uno sguardo sull' arte piú filosofico. In genere sono i filosofi, o coloro che si occupano di arte in maniera teorica, come gli storici ed alcuni critici, che si occupano di estetica. L' estetica infatti cerca di comprendere e definire il fenomeno arte nella sua interezza e complessità. Chi si occupa di estetica deve prendere in considerazione anche i fenomeni artistici che non gli piacciono. Cioè lo studioso di estetica deve prescindere dalla propria personale poetica, dalla propria personale concezione dell' arte, per cercare un concetto ed una definizione di arte abbastanza ampi da sussumere sotto di sé anche quelle manifestazioni che vanno al di là della sua poetica, ma che comunque sono da considerarsi arte.

In genere in estetica si danno definizioni di arte di ampio respiro, anche un po' formali ed astratte, mentre la poetica dell' artista particolare tende ad essere molto piú severa e restrittiva, ma anche piú ricca e concreta.

Chì è alla ricerca di una definizione estetica dell' arte deve procedere per inclusione e dunque deve allargare il proprio concetto fino a farvi rientrare tutte le diverse manifestazioni artistiche di cui si ha esperienza.

Chi invece ricerca una propria poetica, ed in genere questa è un esigenza soprattutto dell' artista, di chi l' arte la vive in prima persona perché la fa direttamente, procede non per inclusione, ma per esclusione. Egli tenderà ad avere un concetto di arte molto meno ampio di quello del filosofi estetici, ma molto piú ricco e concreto, piú capace di spingere a scelte audaci.
Egli tenderà ad affermare la propria idea e la propria concezione dell'arte, per contrapposizione a quella altrui.

Un esempio di poetica è il manifesto dei futuristi.
Un idea molto chiara e concreta dell' arte, ma anche molto esclusiva.
Del resto la stessa poetica futurista nasce per contrapporsi ad una pratica anteriore dell'arte che viene rifiutata. E come i futuristi ogni avanguardia ed ogni movimento ha avuto la sua poetica.

Un esempi di estetica è, invece, la definizione dell' arte che dà Pareyson; come fare performativo, cioè come quel creare che crea al tempo stesso le regole del suo creare. Una definizione veramante molto ampia, tale da non lasciare fuori nessun fenomeno artistico, ma non tanto ampia da non lasciar cogliere la distinzione dell' arte dagli altri aspetti della realtà. Se infatti l' arte coincidesse con la totalità delle manifestazioni umane e della realtà, e non si specificasse in un fare determinato, non si potrebbe parlare nemmeno di una sua definizione o di una sua distinzione e quindi nemmeno si potrebbe parlare di arte.


Ora in ogn' uno di noi, aldilà della sua professione e della sua passione predominante, coabitano un artista che ha una sua poetica, cioè una sua idea particolare ma concreta e vivida di arte, che lo spinge a contrapporsi a chi pensa ed agisce diversamente, ed un filosofo che lo spinge, invece, a comprendere chi fa diversamente ed a d elevare il concetto di arte, anche a costo di sbiadirlo un po', cioè di renderlo un po' più formale ed astratto.
E questa distinzione dipende in ultima analisi dal fatto che conoscere ed agire, contemplare e vivere, sono due atteggiamenti distinti, anche se entrambi umani e propri di ogni uomo.

Ora i fraintendimenti e gli scontri cui accennavo sopra, dipendono dal fatto che spesso non si distingue estetica e poetica e dunque si vuole dare un valore universale alla propria poetica.
Il che comporta che si tenda a squalificare chi manifesta la propria creatività in maniera diversa dalla propria ( cioè ha una poetica diversa), escludendolo dal dominio dell' arte.
Ogn' uno erge la propria poetica, cioè i motivi che ispirano e animano la propria creatività, a regola universale dell'arte.
Mentre non ci sarebbe nulla di strano ad ammettere che anche quella degli altri è arte, ispirandosi ad un concetto estetico, ma che però la nostra ricerca, sorretta dalla nostra poetica, va in altre direzioni.
Non ci sarebbe nulla di strano e sarebbe un bell' esercizio di civiltà democratica, perché la democrazia funziona allo stesso modo, lascia ad ogn' uno la libertà di avere idee su come debba essere e funzionare lo stato, la società, l' economia, ma richiede che l' altro, chi ha altre idee di stato, società ed economia, non venga squalificato, in virtù di un concetto molto ampio, anche se formale e forse astratto di stato democratico, come garante della libertà e della diversità di tutti i suoi cittadini.
condividi Facebook twitter   modifica elimina

commenti

Monica Lume utente autodisattivato
19 dicembre 2007 17:48
è così preciso e condivisibile questo tuo intervento che non mi sento di aggiungere o togliere qualcosa.

Ciro D' Alessio
19 dicembre 2007 20:13
ah grazie monica, in effetti è più che altro un chiarimento che ho fatto con me stesso.
Penso che sia una distinzione da tener presente quando discutiamo nei nostri blog.
Perché garantisce il rispetto recisproco nella diversità delle posizioni.