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venerdì 9 giugno 2023

L'arte si occupa solo del sublime...

 





Vi ricordate la disputa settecentesca sul bello e sul sublime? L'arte sarebbe forma, il sublime lo smisurato al di là della forma, quindi non alla portata dell'arte, che per natura sarebbe forma e porrebbe limiti.

Ebbene credo che l'arte si debba ( es mussen) occupare invece solo di sublime, tralasciando il bello, il finito, la forma.  E credo che di fatto già succeda sempre così nelle grandi opere d'arte. Quindi l' arte si occupa solo del sublime.

Perché nella natura dell'arte è trascendersi e aspirare a fare proprio ciò che le è impossibile. E' desiderio di infinito. Aspirazione al sublime. Chiudere l'infinito in una immagine sensibile, dicevano i filosofi idealisti. Ma l' infinito non si lascia chiudere. Solo se lo si lascia aperto, lo si può suggerire. Apertura, indefinito, incompiuto, schizzo, caos, non sono sintomi di svogliatezza, ma i soli modi che la rappresentazione ha per dire: badate che non stiamo rappresentando qualcosa, ma qualcosa di incompiuto, cioè il qualcosa più ciò che lo supera e trascende. Ma A unito a nonA, è proprio l' infinito: la dialettica del superamento del finito tramite la sua negazione...


sabato 9 ottobre 2021

l'impressionismo è decostruzionismo

L'impressionismo è decostruzionismo.

Il disegno non è semplicemente una riproduzione di quanto sta fuori, ma una forma costruita dalla nostra mente che ci permette di ordinare e dare un senso alle percezioni. Ad esempio, la forma dell'albero che abbiamo imparato a disegnare da piccoli, ci aiuta a vedere gli alberi e a distinguerli dai cespugli. Il disegno e la pittura foggiano le forme con cui poi non solo interpretiamo, ma vediamo la realtà. Il disegno, quindi, assume un ruolo importante quanto il linguaggio verbale: non semplice strumento per comunicare, ma strutturazione della nostra mente,  strutturazione condivisa, che ci permette di entrare in contatto con il mondo e con gli altri. Se così stanno le cose e la pittura ci mostra le forme che "costruiscono" lo spazio e il mondo, allora la pittura impressionista è una pittura decostruttiva, perché ci insegna a riconoscere e a decostruire queste forme apprese fin da piccoli, per aprirsi, nei limiti del possibile, a una percezione destrutturata e primigenia. L'impressionismo tende all'informale proprio perché nella sua essenza sta questa ricerca dell'apertura originaria "preconcettuale" , prima del disegno e prima della parola. L'impressionismo è quella attivita creatrice di forme che cerca di andare al di là delle forme, e in questa tensione a superarsi e negarsi, vi sta un anelito all'assoluto, che è l'essenza dell'arte. 

domenica 3 marzo 2013

la metafisica del nuovo


http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/la-metafisica-del-nuovo-e-la-confusione-tra-arte-e-scienza.

la metafisica del nuovo e la confusione tra arte e scienza.



Ieri mi venne in mentre una scena vissuta all’epoca del liceo.
Il nostro professore stava parlando della musica classica ed uno studente gli disse che era ormai vecchia, al che il prof si giustificò dicendo che ad ogni ascolto gli procurava una nuova emozione.
Questa scena mi è ritornata in mente proprio mentre ascoltavo un pezzo di musica classica e rivivevo con la stessa intensità l’emozione che mi aveva dato altre volte.
Allora pensai tra me e me; perché il prof sentì il bisogno di giustificare il riascolto della musica dicendo che procurava nuove emozioni? Non bastava dire che ogni volta procura emozioni?
Poi che siano nuove o sempre le stesse che importa?
Perché quest’enfasi del nuovo? Quasi che solo il nuovo potesse legittimare in qualche modo l’esperienza estetica?
Beh, che gli ultimi due secoli e mezzo, siano stati i secoli dello storicismo, in cui ha imperato, a tutti i livelli, una metafisica del nuovo, ormai lo sappiamo da un pezzo; “nuovo” nel medioevo era sinonimo di cattivo, in età classica rerum-novarum-cupidus era un’ingiuria gravissima, oggi, invece, una cosa non può essere buona se non è nuova. Anzi, è arrivata a tal punto l’identificazione tra nuovo e buono, che per far passare per buona una cosa basta dire che è nuova.

Però non era questo soltanto ad agire nella frase del mio prof, o meglio, vi era anche un altro aspetto della questione; il mio prof, così come lo studente che sollevò l’obiezione sulla vetustà della musica classica, non riuscivano chiaramente a separare l’esperienza estetica dall’esperienza conoscitiva.
In qualche modo apparentavano arte e scienza. E poiché nella scienza vale il principio che una teoria vecchia è inservibile, nonché il principio della cumulabilità del sapere, che si arricchisce di sempre nuove nozioni, ecco che loro pensavano che questi due principi dovessero valere anche per l’arte.
Che la nuova musica dovesse in qualche modo essere migliore della vecchia e sostituirla!
Che noi non dobbiamo attardarci a riascoltare cose già ascoltate, ma accumulare nuove “cognizioni” musicali, per usare quest’aberrante espressione. Quasi che il fine della musica, della letteratura e dell’ arte, fosse quello di essere conosciuti, e non quello, invece, di procurare un esperienza ( ed uso il termine in senso pregnante, come ciò che precede ed è più profondo del conoscere scientifico) estetica.
Penso sia proprio questa confusione, che era dello studente ma anche del prof, ad aver indotto quest’ ultimo non solamente a dire, attenzione, ma a giustificare l’ intera musica, dicendo che procura ogni volta emozioni nuove.
Perché è vero, l’ emozione che dà la musica, così come quella che dà un quadro, è sempre diversa, proprio perché non è una cognizione oggettiva, ma chiama in causa la nostra soggettività di fruitori, e quindi le situazioni e gli stati d’ animo sempre diversi in cui siamo immersi quando facciamo l’ esperienza estetica.
Ed è questa anche l’ unica giustificazione del nuovo in arte.
Se un opera d’ arte è bella ed autentica, allora essa è anche originale e nuova; perché l’ opera autenticamente bella è quella in cui l’ autore è riuscito ad esprimersi felicemente e compiutamente, e l’ originalità e la novità dipende dall’ originalità e dalla novità dell’ autore, che in quanto individuo, è diverso ed irriducibile, nel suo sentire e nella sua personalità, a qualunque altro.
Quindi il nuovo, o meglio l’originale, è sempre una conseguenza dell’arte, guai se diventa il fine!
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commenti

Monica Lume utente autodisattivato
10 febbraio 2008 18:53
Ciao Ciro.
Vorrei fare una semplice osservazione al tuo interessante intervento.
A me pare che nel tuo discorso emerga una mistificazione del nuovo, quasi considerato come una categoria a sé stente e non come il naturale evolversi della vita e dei costumi.
Per quanto a me sembra, non è il nuovo a imporsi all'uomo, ma è l'uomo stesso che non è mai lo stesso, che è in costante divenire, e quindi sempre nuovo. Il mondo non fa che rispondere alle sollecitazioni e alle esigenze dell'uomo che muta.
Dobbiamo invece chiederci in che direzione spingere questa naturale e irriducibile evoluzione.
Le cose grandi di ogni epoca non hanno età, in quanto manifestano quell'elemento dell'umano che non muta, ossia di cui l'uomo di ogni epoca e generazione non puà fare a meno.
Per dirla banale banale c'è una frase del film Matrix in cui Morpheus dice : "Ci sono cose che cambiano, altre che non cambiano". E ci sono momenti e momenti, per cui quella musica o opera d'arte che in un momento non ti dice nulla, in un altro può ispirarti grandi emozioni e rivelazioni.
Penso che siamo immersi come esseri in divenite in un mondo in divenire.
Che ne pensi?

Antonio D'Antonio
10 febbraio 2008 19:26
Alcune semplici considerazioni.

Musica Classica vetusta per i giovani,forse,si.

Quali tempi,ritmi,melodie,note,7/9 ,12(Dodecafonia),per l'oggi?

I carmine Burani,potrebbero interessare?,si!

Quale Musica:,Chopin?,si,Mozart,Ciajkosvskij,Beethoven,Bach?

La Malinconia,Chopin? ,Si!

Non è un problema di Musica,ma dei tempi dell'ascolto con il nostro io,pensiero silente,dinamico,foce in giovanissima età.

Il Rock,con tutte le sue varienti è la musica per le giovani generazioni,gli appartiene,e del loro tempo,è un'insieme storico,dagli anni cinquanta ad oggi di ritmo e sonorità.

Perché nella storiA non si ascolta più il flauto di pan o la lira?

Forse perché non è più il tempo delle georgiche virgiliane?,Siiiiiiiiii.

Ma cla complessità è in Agguato!

Il tuo Insegnante di Musica non conosceva tutti i segreti della Medesima!

Cosa Comunica l'arte alle nuove generazioni?

Abbiamo il tempo per studiare i classici,o vogliamo sperimentare le dinamiche del colore,segno,varianti e variabili sonore,ritmi,Buchi Buchi,Jazz,Musica Brasiliana,sensualità e sessualità dell'essere Vita.

Spesso,anche su equilibri si è spaventati dello Sparafleshare di Multimedialità dei Video,presi da YouTube,perché mi chiedo?

Vedevo oggi il video e le miniature che spesso hanno accompagnato la Divina Commedia,nel racconto,Nel 13 e 14 Secolo,Multimedialità 8 secoli Prima?,si!

I giovanissimi vivono cio' che vedono e sentono,i fumetti giapposesi in primis,non quelli colti,ma la spazzatura dell'oggi!

Easistono i tempi della riflessione,si,forse nella periferie,soffoccanti,dove regna il nulla!
Oppure in provincia,dove si mastica la retorica del piccolo,e il silenzio?

Quale luogo è padrone l'arte?

Trasposizione secolare in pittura di un potere religioso?,noioso non credi?

Si vedono i ritmi della vita cittadine,forse in Brughel e in pochi altri!

Perché io giovane dovrei godere di una trasposizione del Divino,meglio Lascaux,no?,si!

Cavalli in corsa,caccia,magia della vità,essenza della nascita e della morte!

Ciro D' Alessio
10 febbraio 2008 20:52
Ciao Monica.
Io ti do perfettamente ragione ( nella seconda parte del mio intervento credo di aver detto più o meno quanto sostieni tu), solo che ad ipostatizzare il nuovo, quasi a trasformarlo da attributo in sostanza non credo di essere io, con la mia magari errata percezione del reale, ma in qualche modo la "cosa stessa"; il nuovo stesso si è ipostatizzato nel corso della storia degli ultimi secoli; dall' idea di progresso degli illuministi, alle metafisiche della storia dell' ottocento, ( non solo Hegel e Marx, ma anche tutto il positivismo)e nel novecento ,proprio quando in filosofia l' idea di progresso va in crisi su tutti i fronti dopo i disastri delle due guerre, essa si diffonde in tutta la società e diventa mentalità corrente sulla quale si basa la pubblicità e la società dei consumi in definitiva. L' arte del novecento, limitatamente a quest' aspetto, sembra far propria in qualche modo la logica del nuovo-è-meglio propria del capitalismo consumistico, e non riflettere criticamente su di essa, come ha fatto invece la filosofia; sarà perché l' arte stessa si è legata come mai prima in maniera indissolubile al mercato, tanto da non riuscire a metterne in discussione le logiche e a lasciarsene penetrare?
La filosofia che sta dietro le avanguardie è una filosofia da diciannovesimo secolo, una filosofia del progresso, non una filosofia da ventesimo secolo, che con la sua critica del progresso non può che portare ad un superamento del concetto stesso di avanguardia, come è successo in qualche modo con la transavanguardia ( ma qui chiedo il tuo aiuto perché sull' argomento non sono molto ferrato).
Io , proprio come te, sono sontrario a questa ipostatizzazione del nuovo, e vorrei che tornasse ad essere un attributo del sempre diverso ed originale agire, pensare e creare degli uomini su questa terra.

Ciro D' Alessio
10 febbraio 2008 21:31
Ciao Antonio
Grazie per l' elaborato intervento.
Devo subito dire, in difesa del mio povero prof, che non era un prof di musica, ma di storia e filosofia, perché, purtroppo, nel liceo italiano la musica non si studia!
Io sono sostanzialmente daccordo con te.
La realtà cambia, offre nuovi stimoli, ed è giusto che gli artisti li colgano e li usino ai loro fini espressivi.
Sono ancora più daccordo quando dici che alcuni autori ed alcuni aspetti della musica classica sono attualissimi.
C' è qualcosa nella nostra condizione umana, che cambia con ritmi più lenti che non il progresso delle tecniche; ad esempio il fatto che respiriamo ossigeno, che abbiamo bisogno di luce per vivere e per vivere bene, che nasciamo e muoriamo,che proviamo compassione per i dolori dei nostri simili ed attrazione sessuale per i loro bei corpi, etc.
Queste condizioni fondamentali dell' uomo non sono mutate dall' età della pietra e gli artisti che hanno fatto opere puntando a quest' "essenza" della condizione umana sono ancora attualissimi. Ed ancora oggi gli artisti che si rivolgono a queste tematiche sono pienamente contemporanei, con qualsiasi mezzo si esprimano, perché non è ancora superata questa condizione umana.
Magari un giorno lo sarà davvero, se davvero l' uomo riuscirà a poter fare a meno del suo corpo biologico ed a sostituirlo con dei corpi artificiali che non soffrono e non muoiono, ma allora le cose saranno così totalmente diverse che non sarà più nemmeno possibile parlare di uomo.
Quanto alle lire ed alle arpe, beh io non ci conterei troppo che l' epoca delle georgiche di virgilio sia così superata, anzi credo che possa ritornare alla grande. Man mano che veniamo perdendo contatto con l' ambiente naturale, o perché lo distruggiamo o solamente perché viviamo lontani da esso, tendiamo sempre più a provarne nostalgia ed ad idealizzarlo proprio come faceva virgilio; quindi chissà che in un prossimo futuro queste esigenze e queste nostalgie non trovino una massiccia espressione anche in arte.
Già quest' anno a Documenta c' era un bel campo di papaveri!
Per quanto riguarda i gusti dei giovani, è giusto che essi si scelgno i propri generi in musica letteratura e pittura; non è giusto, o meglio è un danno per loro stessi, che non arricchiscano la loro educazione estetica, che significa, in definitiva, arricchire la loro esperienza umana, che non si confrontino con realtà che magari non sono di accesso immediato per loro.
Io da piccolo abborrivo, come tutti i miei coetani, la musica classica. Ed i primi ascolti li subii quasi con sofferenza, come se stessi pigliando una medicina amara, ma poi, man mano che il mio orecchio si educava a quei suoni così diversi dagli abituali, mi prendeva sempre di più , finché non riuscii più a farne a meno. E lo stesso vale per la letteratura. Chi di noi ha letto per la prima volta a dodici anni la divina commedia e ne ha provato piacere? NOn era forse un tormento? Ma una volta superata l' asperità iniziale, che delizia, per l' orecchio, per lo spirito , per tutto!
Lo stesso vale anche in pittura!
La pop art magari è molto più immediata e seducente per i giovani che non Caravaggio o Morandi....
Il fatto è che l' educazione estetica, come tutte le educazioni, richiede tempo fatica costanza impegno ed anche un po' di sofferenza, cose che ormai i nostri ragazzi, a cui viene richiesto di essere flessibili per adeguarsi al mutevole mercato, non possono più permettersi, e non è nemmeno più loro richiesto, anzi queste doti sono quasi un danno ed un ostacolo, coem ha notato Sygmut Bauman nelle sue riflessioni sulla società liquida.

Antonella Iurilli Duhamel
10 febbraio 2008 22:47
Il vecchio e il nuovo necesariamente tirano in ballo quelle che sono le due maggiori concezioni del tempo: il tempo lineare e il tempo circolare.

Il pensiero orientale /femminile ha una visione circolare, tutto ritorna niente è vecchio perché dal momento che ritorna diventa automaticamente attuale e questa spirale conduce ad un approfondimento ad una maturazione.

Ne deriva un concetto particolare di salvezza, di una salvezza "misterica" e quindi atemporale, mitica, la quale opererebbe nella coscienza dell'uomo attraverso la celebrazione di un "Mito" che in definitiva non è nient'altro che il fac-simile del mito cosmico dell'eterno ritorno.


Il pensiero occidenale/maschile del tempo ne ha una concezione ha una lineare del tempo di conseguenza tutto ciò che rimane dietro le spalle è perso, il focus è sostanzialmente in avanti verso il progresso.
Una visione del tempo e della storia diametralmente oppostala basata sulla cosmogonia creazionista espressa dal primo versetto del libro del Genesi della Bibbia ebraica: "In principio Dio creò il cielo e la terra".
Visione opposta a quella greca in quanto la creazione del mondo rappresenta il " principio " del tempo. Il tempo ha quindi un inizio perché è creato con il mondo e perciò stesso avrà fine, non essendo altro che la misura delle fasi della successione di ciò che esiste.

Ciò che a mio avviso andrebbe puntualizzato specialmente se ci occupiamo progetti educativi è che la visione occidentale è sostanzialmente mentale e non vitalistica: in natura tutto ciò che è vivo si muove secondo il modello della spirale, basti pensareai fluidi corporei, La Kundalini, il DNA, i venti, le maree,i cicli lunari ecc.

Divenire non necessariamente equivale a crescere e maturare. La nostra società non è improntata su basi vitalistiche la crescita e la maturazione sono optionals molto costosi, tutto vi è contro, persino l'educazione dei giovani.

Il limite del tuo professore è stato quello di non essere riuscito a toccare lo studente con la sua passione la sua spiegazione non ha fatto breccia nel cuore del ragazzo sempre ammettendo che questa passione fosse realmente profonda e non una mera ostentazione di sapere-

Il punto per me è che oggi mancano le persone; coloro che hanno reali capacità di condurre, di formare.
Il tempo lineare, il mito del progresso hanno prodotto un drammatico spostamento verso l'alto verso la testa con un conseguente inaridimento del cuore; i giovani non possono essere toccati dall'intellettualismo ma da un'anima vibrante. Chi di noi non si è sentito rapire dall’energia dell’indimenticabile Robin Williams ne “L’attimo fuggente? ” ,La società dei poeti morti, la capacità di incendiare l'anima dei suoi giovani studenti?
Le vibrazioni non si trasmettono a chiacchier,e quando di fronte a noi c'è il fuoco lo possiamo ancora sentire? io credo di si,anche se la società del progresso produce solo labili fiammelle che hanno la presunzione di incendiare il mondo.


“Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità, succhiando tutto il midollo della vita. Per sbaragliare tutto ciò che non era vita e per non scoprire in punto di morte che non ero vissuto.”

Monica Lume utente autodisattivato
11 febbraio 2008 13:26
Finalmente c'è l'opportunità di approfondire la questione del pensiero, lineare o circolare.
Credo anch'io, con Antonella, che l'umanità viaggi, sospinta da energie cosmiche, su un tracciato a spirale, quindi circolare.
Questo moto circolare non esclude però la possibilità di progresso, di acquisizione di nuovi modi di vivere.
Nuovi della relazione dinamica con il tempo, ma eterni nella loro sostanza extratemporale. Come dire, l'uomo e l'umanità cambia la veste ma non la sostanza strutturale.

Antonella Iurilli Duhamel
11 febbraio 2008 15:09
se è per questo il nostro corpo è ancora uguale a quello dei nostri predecssori quindi sostanzialmente incapace di metabolizzare il crescente inquinamento, le sostanze di sintesi chimia tutto qanto non è organico.
La nostra psiche come Jung ci ha fatto notare è tappezzata dagli stessi miti e complessi dei nostri antenati, ciò che è aumentata a dismisura e la nostra dissociazione dal nostro essere e sentire a vantaggio di una falsa identità e di vite surrogato
ciao Monica è vero è un argomento stimolante

Ciro D' Alessio
14 febbraio 2008 22:55
Scusami Antonella se non ho risposto al tuo stimolante intervento per tempo, ma purtroppo sto collegato ormai solo nei week end ed il giovedì.
La questione del tempo circolare e lineare è veramente di grande interesse.
Sapevo che il primo era proprio dei greci ed il secondo lo abbiamo, invece, ricevuto in eredità dalla tradizione ebraico cristiana, ma non avevo idea che in fondo a questa opposizione si celasse anche quella tra maschile e femminile.
Ancora a difesa del mio poveroi prof: era un prof di filosofia e non di musica, quindi era tenuto a trasmettere la passione per la sua materia e non per la musica, e la passione per la sua materia almeno nel mio caso l' ha trasmessa! ( con quali risultati non so!)
Molto interessante, inoltre, il legame tra tempo lineare e cerebrarizzazione dell' esistenza nell' epoca contemporanea.
Mi piace il modo in cui leghi il sentimento alla nostra natura corporale; io penso che oggi soprattutto di questo si abbia bisogno;
ricordarsi, in un mondo sempre più smaterializzato, burocratizzato, intellettualizzato, che siamo essere naturali e sensibili!
Quanto alla questione sollevata da Monica che la circolarità non esclude necessariamente il progresso, sono perfettamente daccordo.
Del resto l' immagine della spirale indica proprio questo; la spirle ritorna continuamente su se stessa, ma ogni volta ad un gradino più alto.
Io non polemizzo contro il progresso, che riconosco e del quale sono gratissimo, ma contro la sua mitizzazione, e contro la feticizzazione del nuovo, ossia contro l' idea che il nuovo sia necessariamente un progresso.
Contro questo che è stato il pensiero dominante dell' ultimo scorcio di modernità, mi pare più saggio pensare che il progresso sia, invece, la conquista di un faticoso, paziente e assolutamente non garantito e non automatico lavoro dell' uomo. Ed oggi, con alle spalle il secolo dei peggiori disastri umanitari ed ecologici della storia intera, possiamo quasi esserne certi al cento per cento.
Ora vorrei solo che alcuni miei amici artisti, non quelli che partecipano a questo forum, ovviamente, la smettessero di feticcizzare il nuovo in arte, e facessere anche loro propria l' idea che nuovo non significà più ormai necessariamente migliore. Ma bisogna capire che anche in arte il progresso ed il meglio ormai si conquista a fatica e non è affatto garantito dalla semplice novità.

sabato 2 marzo 2013

Arte ed Etica

http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/arte-ed-etica 

Arte ed etica

Le ultime riflessioni sul carattere etico e non violento del disegno e della pittura,
nonché i recenti interrogativi morali sull' opera del cane fatto morire per arte,
mi spingono a riconsiderare il problema etica-arte.
La storia dell' arte moderna dal rinascimento alla seconda guerra mondiale è la storia di un progressivo emanciparsi dell' arte dall' etica.
A fine ottocento i poeti maledetti e gli artisti decadenti reclamano con forza l' autonomia dell' arte dalla morale.
Allo scrittore ed al poeta deve essere consentito scrivere e dipingere anche soggetti che la morale comune ritiene disdicevoli. Perché l' arte non è etica e non è suo compito dare ammaestramenti diretti o esempi morali.
L' affrancamento dell' arte dalla morale è uno degli ultimi aspetti della storia del suo affrancamento dalla religione.

Ora, l' arte può rivendicare l' autonomia dalla morale finché è rappresentazione.
Finché l' artista si limita a scrivere, o a disegnare e dipingere, veramente non possono essere posti limiti di sorta alla sua azione, nemmeno limiti morali, perché l' atto dello scrivere e del dipingere non nuocciono veramente a nessuno ( se si esclude il danno, veramente piccolo rispetto a quello di altre più futili attività, che si fa all' ambiente per l' uso di inchiostri o colori ).

Negli ultimi cinquanta anni la tendenza dell' arte è stata, però, quella di rompere il piano della rappresentazione, cioè di farla finita col dipingere, ma cercare di operare direttamente sulla realtà e con la realtà.
Ma l' azione reale ha dei limiti etici.
L' arte classica era liberi da questi limiti perché non era azione reale ma rappresentazione.

Un discorso simile avviene nel campo delle scienze.
In quanto conoscenza del reale la scienza non deve avere limiti che non siano i suoi stessi.
Deve essere autonoma e libera di indagare e ricercare in ogni campo e senza restrizioni o prescrizioni esterne, impostagli dalla morale, dalla religione etc.

Solo che la scienza moderna non è solo conoscenza, ma anche azione sul reale ed, in quanto tale, sottoposta all' etica.

La scienza moderna è fatta così; per poter conoscere il reale, deve intervenire attivamente su di esso. Deve fare esperimenti.
In questo si distingue nettamente dalla scienza antica, che aveva un carattere prettamente contemplativo ed, in quanto mera contemplazione, non agiva sul reale e non era sottoposta ai limiti dell' etica.

Spesso si dice che la scienza va lasciata libera di ricercare mentre solo la tecnica, cioè l'applicazione al reale del risultato scientifico, andrebbe sottoposta a limiti etici.

Questo principio è sacrosanto, in quanto garantisce la libertà del pensiero e della ricerca, ma non sempre si attaglia alla scienza moderna che non è solo conoscenza, ma già dal principio, azione sul reale.

Noi tutti vorremmo fare a meno degli esperimenti su animali da laboratorio, ma tutti allo stesso tempo sappiamo che i progressi della medicina moderna si debbono proprio a tali esperimenti.
Quindi una crudeltà che ha però portato dei benefici indubitabili.

Ma che benefici daranno le attuali opere d' arte costruite sullo scempio e sulla morte di animali ?
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commenti

Gianni Iannitto
17 novembre 2007 11:45
interessante, buon lavoro...

Monica Lume utente autodisattivato
17 novembre 2007 12:53
Bravo Ciro!
Bello questo blog sulla interrelazione fra arte e filosofia.
In un certo senso lo aspettavo ;-)

Ciro D' Alessio
17 novembre 2007 13:00
Grzie gianni e grazie monica per l' incoraggiamento.
Cercherò di fare del mio meglio!

Antonio De Rose
17 novembre 2007 14:58
Aspettiamo la prossima puntata! :)

Monica Lume utente autodisattivato
17 novembre 2007 21:38
ma no, già qui ci sarebbe molto da dire

Monica Lume utente autodisattivato
17 novembre 2007 21:42
Sai Ciro, rivedevo i tuoi lavori a olio.
Tu certamente li hai fatti senza pensare a quello che potevano significare. Eppure parlano di tante cose.
E' espresso un senso etico, cosa pensi della vita, come ti poni nei confronti degli altri, il tuo senso delle cose.....

Ciro D' Alessio
17 novembre 2007 22:11
Certo monica, è così. Nel lavoro di un artista ( nel mio caso non di un artista ma di un apprendista pittore) si trasmette sempre tutto il mondo spirituale dell' artista; non potrebbe essere diversamente.
Nell' opera d' arte non c' è solo il sentimento, ma sempre tutta una visione del mondo e della vita, e soprattutto l' atteggiamento che ha l' artista nei confronti del mondo e della vita.

Tendo spesso a sottolineare l' aspetto del sentimento perché vedo che è significativamente assente ( ad eccezzione del sentimento dell' angoscia ) nelle creazioni di certi artisti contemporanei. quindi in queste opere non vi vedo trasmesso un artista con tutta la sua umanità, ma degli intelletti quasi separati dalla loro parte emozionale.

C' è anche un altra ragione per la quale insisto sul sentimento; per me è molto importante stabilire l' autonomia dell' arte dalle altre attività umane, ed in particolare dall' attività teoretica e conoscitiva.
E così, rifacendomi un po' all' estetica Kantiana, cerco di far riposare l' autonomia dell' arte sull' autonomia della facoltà del sentire, la facoltà del giudizio estetico, da quella del conoscere.
Kant diceva che noi abbiamo tre facoltà, che non si lasciano ulteriromente ridurre l' una all' altra; la facoltà di conoscere, quella di desiderare ( che è a fondamnto dell' etica), e la facoltà del piacere e del dispiacere.
Cioè la facoltà del godimento ( che è a fondamento del giudizio estetico).
E' vero che in un opera d' arte si trasemttono anche gli altri due aspetti dell' uomo, perché sempre tutto l' autore vi si trasmette, ma ciò che ne fa un opera d' arte e non un opera di conoscenza o un azione morale è proprio il riposare sulla facoltà del godimento.
In tedesco sapere si dice wissen e godere gewissen. Quindi le due parole sono in stretta relazione, ma sono anche chiaramente distinte.
L' arte non è solo wissen, ma anche gewissen.
Ed è proprio in quanto gewissen che può rivendicare la sua autonomia rispetto al sapere teoretico.

Ciro D' Alessio
17 novembre 2007 22:30
Autonomia dell' arte dall' etica non vuol dire che nell' opera non si trasmetta l' ethos dell' artsta. Così come autonomia dell' arte dall conoscenza non vuol dire che non vi si trasmetta la sua Weltanschaung.
Ma significa essenzialmente che l' artista è libero nel suo creare e non è soggetto al al clero che in epoca medioevale monopolizzava conoscenza etica ed arte.
La scenza moderna, l' etica moderna, e l' arte moderna nascono tutte dal seno e dal dissovimento della teologia medioevale di cui erano tutte ancelle.
Si sono costruite la loro autonomia nel corso dei secoli e con grande fatica. Ed hanno raggiunto il culmine della loro autonomia a fine ottocento inizio nevecento.
Dopodiché mi pare di assistere ad un ritorno dell' arte ad una posizione ancillare o nei confronti dell' una o dell' altra facoltà, o della teoria o dell' ethos, o del filosofo o del politico.

Monica Lume utente autodisattivato
18 novembre 2007 10:50
Allora dici che l'arte oggi è autoreferenziale per necessità?

Se non è cofluenza di energie e sbocco estetico di qualcosa, cos'è allora?

Che significato dai tu, personalmente, all'arte etica?

Ciro D' Alessio
18 novembre 2007 12:56
Cosa intendi per autoreferenziale?
Per me autonomia ed autoreferenzialità non sono sinonimi ma contrari.
Posto, infatti, che concepisco l' arte come un modo di rapportarsi al mondo.
Autonoma è quell' arte che vi si rapporta indipendentemente da altri modi di rapportarvisi quali la conoscenza, l' etica, etc.
Autoreferenziale è invece quall' arte che non riesce proprio a rapportarvisi e che invece di essere apertura sul mondo, su ciò che la eccede, si richiude su stessa, si riferisce solo a se stessa e parla solo di se stessa, oppure del mondo esso stesso autoreferenziale dal quale non riesce a prendere le distanze.

Monica Lume utente autodisattivato
19 novembre 2007 02:38
Per me l'arte è sempre etica, qualsiasi espressione è espressione di qualcosa, di un'idea, di un gusto, di una scelta.
Ogni espressione artistica individua un luogo, fisico o mentale che sia.
Arte autonoma. Non comprendo appieno questa accezione. Autonoma da imposizioni esterne, mi par di capire.
Ma sul concetto di imposizione ci sarebbe da discutere per ore.
Oggi secondo te l'artista è autonomo?
Secondo me no: è talmente ucciso dal mondo in cui vive che è difficile poter dire che oggi l'artista sia più libero di quanto non lo fosse l'artista del medioevo o del rinascimento.
Per me, caro Ciro, l'artista è soggiogato. Vuoi dalla Chiesa nell'antichità, o dalla Scienza ieri, o dal nulla nichilista oggi, comunque è perennemente in guerra col mondo e con se stesso.
E il suo contenuto è quello che riesce a strappare a questa morte del senso.

Ciro D' Alessio
19 novembre 2007 13:02
Autonoma significa che è un attività distinta dalle altre.
Cioè che fare arte non è la stessa cosa che fare scienza e viceversa, hce fare arte non è la stessa cosa che fare etica e viceversa, anche se poi l' arte si può occupare di scienza e di etica e etica e scienza si possono occupare di arte.
Ma si tratta di atteggiamenti cmq irriducibili, che per quanto si possano contaminare, coem è di moda oggi, riposano su facoltà e modi di rapportarsi al reale che sono distinti, anche se compresenti nell' uomo.
Se l' arte non si distinguesse realmente dalle altre sfere ne verrebbe riassorbita e non avrebbe una sua reale consistenza, ma sarebbe ora etica, ora sapere, ora economia, etc.
Si è vero, nell' arte si esprime la temperie etica nonché la weltanschaung dell' autore,
ma questo è vero per ogni azione, per ogni operare di ciascuno di noi.
In tutti gli atti che facciamo ogni giorno esprimiamo il nostro essere.
Solo che l' arte è un operare ed un produrre che si deve pur distinguere da ogni altra operazione o produzione, altrimanti di nuovo si dissolverebbe nel tutto e non sarebbe.
Perché una cosa è intanto che si distingue dal resto, da ciò che non è.
L' esser-passivo e condizionato fa parte della condizione umana ma questo c' entra poco con l' autonomia dell' arte. Per autonomia non deve intendersi infatti qualcosa di decontestualizzato, di fuori della storia e del mondo.

Ciro D' Alessio
19 novembre 2007 13:05
Riguardo a cosa significa per me personalmente arte etica, ci sto pensando e cercherò di postare una risposta appena mi sarò schiarito le idee.
A presto

Monica Lume utente autodisattivato
19 novembre 2007 13:57
In un certo senso si, ma io la vedo in modo più ampio. In realtà l'arte è risposta all'insistere degli stimoli della cultura, della conoscenza e dell'esperienza sull'artista.
In questo senso, per me l'artista non è mai autonomo, ma continuamente, coinvolto correlato ai fatti che vive e alle cose che apprende.
E' un momentaneo soggettivizzarsi in percezioni e rimandi, dei fatti della vita che in lui (l'artista) si metabolizzano e si ricreano (o muoiono definitivamente).
Ecco, intendevo che l'arte è sempre atto etico, in quanto luogo di elaborazioni, indagini e catarsi delle forze, delle idee e dei vissuti sia interni che esterni.

Monica Lume utente autodisattivato
19 novembre 2007 14:56
Il tragico oggi è che pare che le azioni artistiche possano essere solo negative. Non si riesce a trovare la strada per dare corpo, visione e forma, sbocco estetico a energie vitali pure.
Prendi in esame, ad esempio, il fatto di quel povero cagnolino lasciato morire, ma anche di qualunque altra azione definita artistica, contro la compassione umana e la difesa della vita, ma a favore di una visione cinica e indifferente alle energie e al senso che sottendono la vita.
Un'azione che provoca la morte di un essere vivente viene fatta assurgere a azione artistica.
Si sta cercando di desacralizzare la vita, e questa azione di dissacrazione, di rimozione dei tabù da sempre irrelati al permanere del suo significato e rispetto, viene fatta passare per arte. Prende il posto (la negazione, la morte) della propositività e dell'apertura alle energie della vita.
Di fatto un ribaltamento. UNA USURPAZIONE.
La morte prende il posto della vita, ne chiede la leggittimazione, il diritto, il posto al sole, ne sbaraglia le giustificazioni, i moventi, cerca di screditarne persino la logicità del suo permanere.

Dove vuole protare tutto questo? Forsea equiparare il valore della vita a quello della morte?
A privare la vita, il suo senso, di connotazione etica?

Monica Lume utente autodisattivato
19 novembre 2007 15:06
E adesso osserva l'eco, la reattività scatenata da questo fatto, nel mondo dell'arte.
Una parte del mondo dell'arte ha ravvisato in quell'azione un alto grado di artisticità (e, ammettendo che fosse un'azione indotta non speculativamente, sperando in un effetto sensazionale e relativa notorietà, ma mirante a fare emergere delle evidenze dal sostrato inconscio dell'umanità) e un popolo di artisti che invece, inorridendo ha promosso iniziative (non artistiche, ma sociali, politiche) affinché quell'artista fosse bannato e l'artisticità dell'azione annullata.
Ma in questo secondo caso si è dovuta produrre un'azione politica contro un'azione artistica.
E' inaudito! Artisti che non hanno mezzi per esprimere un dissenso usando un linguaggio artistico!!
Questa è una resa, un fallimento: come dire, OGGI L'ARTE è CONNESSA ALLA MORTE! Come ammettere: non ci sono sbocchi creativi possibili nell'arte, ma sono distruttivi!
L'arte usa le forze della vita per negare la vita!

Ciro D' Alessio
19 novembre 2007 17:27
Si Monica, quanto scrivi è sconcertate ma purtroppo vero.
Io credo che sia un sintomo della crisi pofonda dell' arte contemporanea e della società di cui è parte.
Però, perdonami, era prevedibile che si arrivasse a questi esiti.
Negli ultimi 50 anni non si è fatto altro che voler rompere il piano illusorio della rappresentazione.
Ma la separazione tra piano della rappresentazione e realtà poneva all' arte dei limiti, ma prprio questi limiti davano all' artista la massima libertà di esprimersi.Perché qualsiasi cosa rappresentasse non v' era pericolo di nuocere a nessuno.
Da quando fontana cominciò a rompere le tele, però, gli artisti d' "avanguardia" non hanno fatto altro che gareggiare a chi era più bravo non a rappresentare il reale, ma a portarlo direttamente in scena, ad operare e lavorare direttamente col reale. A cosa mirano quasi tutte le istallazioni e tutte le performances, se non a coivoolgere direttamente lo spettatore nel loro spazio di rappresentazione, o meglio a fare a meno di questo spazio per entrare esse stesse nella realtà?
Questo sarebbe dovuto essere un avvicinamentoo dell' arte alla vita concreta, una maggiore libertà, perché non più vincolati alla tela etc, ma si è rivelato il suo contrario.
Meno libertà, perché con la realtà non puoi fare tutto quello che puoi fare nella rappresentazioni, ad operare nella realtà vi sono dei limiti etici, che la rappresentazione invece non ha.

Pensa all' opera del campo di papaveri che hanno esposto a Documenta 12. Quì l' artista ha voluto dire chiaramente che ormai egli non crea figure disegni o rappresentazioni, ma direttamente la realtà, con fiori terra ed alberi veri, in carne ed ossa!
Mi chiedo se a questo punto l' arte sia ancora qualcosa o la sua tendenza non sia quella di annullarsi completamente nel fare e disfare continuo della nostra società.
Il problema dell' autonomia è anche il problema dei limiti dell' arte. Cioè ad un certo punto bisogna pure poter dire cosa non è arte! Altrimenti l' arte finisce col coicidere con tutto.
Il problema dei limiti è quindi il problema della definizione di un piano della rappresentazione.
Se gli artisti hanno perso anche la capacità ed i mezzi per reagire a questa tendenza, è perché hanno perso un dominio proprio, hanno perso il loro strumentto d' espressione, è come se l' arte non tendesse a morire ma fosse già morta da mezzo secolo.

Io credo che in giro ci siano artisti talentuoso capaci di esprimere vita e non morte.
Solo che a chi vuoi che interessino?

Io spero che il diffondersi di internet con il suo carattere democratico e reticolare a discapito dei media autoritari e verticistici, quali i gironale e la tv, possa contribuire non solo a rafforzare la democrazia ma anche a fare in modo che ciascuno finalmente si possa andare a cercare gli artisti che gli piacciono, senza lasciarseli imporre da un sistema contro il cui strapotere noi poveri mortali poco possiamo.

Monica Lume utente autodisattivato
19 novembre 2007 17:51
Ma sai, io penso che rompere il piano della rappresentazione non sia il male, se in questa azione vigesse un senso etico. Anzi, Fontana ha realizzato proprio questa possibilità, facendo coincidere il taglio (atto di per sé con una certa connotazione violenta) con un imput ricreativo (la trasformazione del piano e la mutata relazione con la luce assorbita dal piano stesso) e non certo distruttivo.
In Fontana, ma anche in Burri l'etica è rinnovata, non certo negata.
Il guaio inizia con la manipolazione di esseri viventi. Non è forse derivante, questa arte cruenta, per esempio dalla pratica della vivisezione sugli animali?
Non è stata quindi, per prima, la scienza a violare il recinto etico della sacralità della vita? In nome di un principio etico! Torturo una vita per salvarne 100. Etica contro etica.
L'arte non fa che mettere in scena, esprimere una catarsi di queste inconciliabili contraddizioni, fino a portarle alle loro estreme conseguenze.
Una scienza avviata alla clonazione degli essere umani, questa è la realtà di oggi! Non chiamiamo in causa gli artisti, per favore, ma la scienza, che collude con i principi della magia nera (trapianto di cuore, vivisezione, creazione di una vita da sacrificare a beneficio di un'altra, tutti quei casi in cui la scienza si impossessa di una vita (ma come??? abbiamo lottato secoli per togliere il monopolio alla chiesa e ora accettiamo che la scienza compia gli stessi abusi?) e ne decide le sorti, compresa la sua condanna definitiva!
Ma ci rendiamo conto dell'orrore?

Monica Lume utente autodisattivato
19 novembre 2007 17:54
Un orrore fisiologico, oramai!
Assuefatti all'orrore.
Orrore legale, istituzionale.

Ciro D' Alessio
19 novembre 2007 23:02
Sono daccordo con te Monica.
Io stesso sono un ammiratore di Fontana e Burri, ed anch' io considero le più moderne e cruente manifestazioni artistiche un espressione del sangue di cui si sporca ogni giorno la nostra società fin anche nelle sue più nobili attività quale può essere la ricerca scientifica.
Sempllicemente riflettevo sul fatto che finché l' arte si limitava a produree e manipolare immagini, non aveva problemi etici. E riconducevo poi l' opera del cane lasciato morire all' interno della tradizione inaugurata da fontana e burri, la tendenza cioè a fare arte con la realtà e non con le immagini. Però è ovvio che tra i due estremei di questa tradizione c' è un comunque un grande differenza.

Riguardo al problema della scienza e dell' etica andrebbe aperto un altro blog intitolato: scienza ed etica. Il problema è immane; ti assicuro che nelle facoltà di filosofia di tutto il mondo ormai non si parla d' altro, e che l' unica materia filosofica che suscita un po' di interesse al di fuori della cerchia dei filosofi è proprio la bioetica.

La scienza manipola la vita, questo è innegabile. Questo manipolare è una violenza:
E' una violenza tanto più ingiustificata perché rivolta contro esseri assolutamente indifesi come gli animali da laboratorio.
E verso gli indifesi il nostro senso di responsabilità dovrebbe avere il sopravvento su di ogni altra cosa.
E tuttavia la nostra società è cosi pregna dei risultati di questo lavoro di ricerca, che noi non riusciremmo nemmeno a pensare come potremmo essere oggi se non si fossero fatti questi esperimenti e queste manipolazioni.
Io stesso probabilmente non sarei quà, perché da bambino ero abbastanza gracile e malaticcio, ed in passato, prima dell' avvento della modicina moderna che si è sviluppata con gli esperimenti su cavie, quelli come me erano destinati a morire da piccoli.
Ma per fortuan sono cresciuto, poi sono divenuto sano e forte, ed ora non me la sento proprio di puntare l' indice contro quella ricerca scientifica cui devo in qualche modo la vita.
Questo ovviamente non vuol dire che per me non resti vivo l' orrore per la manipolazione della vita che denunci.
Ti assicuro che se anche non me la sentirei di fermare gli esperimenti, qualora ne avessi il potere, non per questo mi ritengo assuefatto all' orrore di cui parli.
E credo che non lo siano nemmeno i ricercatori che operano in quel settore, che, da quelli che conosco, sono persone con un alto grado di umanità, ed hanno una tragica consapevolezza di quello che purtroppo fanno.
Spero che sappiano escogitare il modo di testare i loro prodotti senza ricorrere a cavie viventi.Questo sarebbe il mio augurio.

Per ora non possono fare altrimenti.
Ma gli artisti, non hanno nessuna necessità di seguirli. Loro sono liberi per eccellenza, hanno mille maniere per esprimersi.
Se lo fanno in maniera cruenta per loro davvero non v' è giustificazione.
Dove c' è libertà di fare altrimenti, o di non fare un azione cruenta , non c' è giustificazione che regga per chi la commette.
E l' arte è, per definizione, libera e svincolata dalle necessità.

Monica Lume utente autodisattivato
20 novembre 2007 05:23
Bè, penso tu non sia stato il solo a beneficiare delle conoscenze e dei progressi della scienza.
Siamo tutti coinvolti in questo discorso, chi in un modo, chi in un altro (anche solo prendendo un'aspirina)
Quello che si pensa è: ci saremmo arrivati lo stesso, in un altro modo, mettendoci più tempo?
E questa consapevolezza potrà aiutarci nelle scelte future a prendere una direzione magari non così facile, non così veloce,non così cinica e irresponsabile, non così priva di etica ma indubbiamente più sana e più giusta?
Leggevo che si sta sollevando un'onda tsunamica contro la genetica: si sta decidendo adesso, in questo tempo, l'orientamento futuro della scienza, se far passare la clonazione umana oppure fermarla. Bè, non c'è persona o scienziato che sia favorevole a questa ipotesi. C'è un rigetto assoluto e motivato verso questa possibilità. E menomale....
Mi pare quindi possibile che l'opinione pubblica possa avere voce in capitolo nella determinazione persino della direzione della ricerca scientifica. Questo ci salva, almeno in parte.
Riguardo all'artista, io non la penso come te.
L'artista è dentro la vita, dentro i fatti, dentro la storia più di chiunque altro. E in virtù di questo essere coinvolto a livelli profondi, riesce a operare catarticamente e creativamente, sintetizzando e portando in luce i retroscena e le energie di fondamento delle cose.
E l'arte, in questo senso, non è affatto libera e svincolata dalla necessità esistenziale. Anzi, è appunto il veicolo di ogni liberazione, ogni emancipazione, ogni consapevolezza e conoscenza.

Ciro D' Alessio
23 novembre 2007 14:55
Monica.
Necessità ha molti significati.
Almeno tre: un significato metafisico, uno morale, uno esistenziale.
Della necessità metafisica non è il caso di parlare, perché non coinvolge l' arte, a meno che l' artista non si senta come chiamato da Dio o predestinato a fare una determinata opera ed incapace di fare altrimenti; ma ci vuole una bella dose di narcisismo e presunzione, accompagnato da un concetto veramente piccino di Dio e del destino, per potersi credere destinati a compiere una qualche del genere.

Quindi parliamo della necessità morale e di quella esistenziale.
Necessità morale; anche solo su questa ci sarebbe molto da distinguere e da discutere, però per grosse linee diciamo che è quella necessità che nasce dall' essere noi responsabili verso l' altro uomo. Questa responsabilità ci spinge a voler ed agire in un modo piuttosto che in un altro. La necessità morale presuppone la libertà di scelta, la decisione libera, ma anche l' impossibilità morale ( e ribadisco solo morale, non metafisica) di agire diversamente da come ci dice la nostra responsabilità per altri.

La necessità esistenziale è quella necessità legata alla nostre concrete condizioni esistenziali; al fatto che siamo esseri carnali, naturali, e storici e che non possiamo trascendere da questa nostra natura condizionata.
Così io sono necessitato a mangiare, a bere, a dormire, ma anche ad usare il telefonino, il computer, etc.

Sia la necessità morale che quella esistenziali non sono cogenti da un punto di vista metafisico; cioè io potrei anche non seguirle; ma nel primo caso farei un azione immorale, contro l' altro uomo di cui mi sento responsabile, nel secondo andrei contro quelle che sono le mie condizioni d' esistenza materiale, e storico culturale, il che lo posso anche fare ma col rischio di rinunciare alla mia vita, o a vivere sintonizzato col presente, diciamo così.

La necessità metafisica avrebbe invece un potere costrittivo assoluto e di tipo non morale , ma fisico e metafisico, contro il quale non si può fare altrimenti perché al di fuori della presa della nostra volontà e della nostra azione ( come ad esempio la necessità del moto dei pianeti o del destino, per chi vi crede).

Ora la necessità cui io facevo riferimento dicendo che l' artista è libero era la necessità morale, perché si stava parlando appunto di morale, più precisamente se l' artista avesse lo stesso obbligo morale che in qualche modo ha lo scienzito di portare avanti il suo lavoro anche a scapito della sofferenza e della morte di animali.

La necessità cui invece ti riferisci tu quando dici che l' artista non è libero, se ho ben capito, è una necessità di tipo esistenziale; cioè l' artista vive in una situazione storica-individuale, alla quale reagisce in un modo e non potrebbe in un altro.

Io sono daccordissimo su questo punto. L' artista è sempre condizionato dal proprio tempo, dal mondo in cui vive, dalla propria personalità, etc. Quindi in qualche modo non è libero, perché non può atrarsi dal proprio contesto.

Ma è libero moralmente di non fare cioè che nuoce al suo prossimo, sia esso uomo o animale.

Ciro D' Alessio
26 novembre 2007 12:11
Riguardo alla questione rimasta in sospeso, di cosa significhi per me l' arte etica.
Penso che l' arte sia al servizio dell' emancipazione umana, e dunque svolga un ruolo critico , anche se non immediato ( altrimenti l' arte sarebbe pura propaganda politica), nei confronti della società alienata e sofferente in cui viviamo non tanto quando è direttamente arte di denuncia, ma quando è arte utopica.

Contro la mimesi negativa di Adorno, faccio valere il principio speranza di Ernst Bloch.

Penso che un arte che si metta a rappresentare il disagio di vivere e le sofferenze dell' uomo alienato di oggi, non necessariamente sia eticamente impegnata contro i mali che rappresenta. Rischia di andare a confondersi con l' immensa massa di informazioni mass mediatiche che ogni giorno vediamo sui mali del pianeta e della società, che più che produrre un moto di sdegno contro di essi, suscitano spesso un senso di assueffazione e di accettazione del dolore di vivere.

Ma l' accettzione del dolore della vita è sempre un arma nelle mani della reazione.
Il progresso, l' emancipazione, devono lottare contro il dolore ed il disagio, non accettarli.
Ma perché questa lotta sia possibile vi deve essere una qualche speranza di riuscirvi.
Vi deve essere un ottimismo di fondo, una fiducia nelle possibilità umane di costruire un mondo felice su questa terra!

Ecco che l' arte può contribuire a mantenere viva ed a stimolare questa speranza.

La grande arte borghese, quella del settecento e dell' ottocento, ha avuto un grande ruolo progressista e non era affatto oscurantista e conservatrice.
Il desiderio di felicità, si badi felicità terrena, che suscitava era una spinta a lottare per l' emancipazione più forte di molte dottrine socialiste, e di molte opere che se ne facevano direttamente la propaganda.

Ed inoltre, data l' autonomia di tale arte rispetto a qualsivoglia dottrina, esse sono ancora oggi attuali, mentre le opere progressiste, al servizio di idee politiche ormai superarte, sono inevitabilmente cadute insieme alle idee di cui erano ne più ne meno illustrazione.


In fatto è che spesso lo spirito rivoluzionario non si accompagna con l' amore per la vita, ma con una specie di istinto di distruzione.
Molto filosofi ed artisti, purtroppo, erano rivoluzionari non perché amavano la vita e dunque volevano vederla finalmente espandersi in tutte le sue potenzialità ed in tutto il suo splendore, ma perché la odiavano, o meglio confondevano il malessere dovuto agli assetti sociali, col malessere esistenziale, e dunque loro bersaglio non era più l' attuale, contingente, situazione sociopolitica, ma la vita e l' esistenza in quanto tali.

Monica Lume utente autodisattivato
28 novembre 2007 21:43
Intendevo proprio questo.
Intendevo che l'artista non ha la libertà di agire contro l'etica, non ha la licenza, l'arbitrio di commettere atti contrari alla morale, alla vita da quando fa traslare l'azione artistica dal piano della rappresentazione a quello della realtà (performance, installazioni, riprese cinematografiche, spettacoli teatrali, ecc). Se là (sulla tela, sul supporto) vige la libertà di pensare e esprimere qualsiasi cosa, qua, sul piano del reale, vige un'etica, con regole e divieti rigorosissimi, che non è dato trasgredire senza incorrere in conseguenze giuridiche e karmiche.

Monica Lume utente autodisattivato
28 novembre 2007 21:47
sono d'accordo con le considerazioni di questo tuo intervento precedente.

Ciro D' Alessio
29 novembre 2007 18:06
Allora si;
anch' io penso che non solo l' artista ma ogni uomo non può sottrarsi all' etica, cioè non può sottrarsi al fatto che sulla terra esistono altri uomini oltre lui, e che in qualche modo ne deve fare i conti.
In questo senso Emmanuel Levinas diceva, rovesciando quello che sembrerebbe l' ordine più logico, che la responsabilità precede la libertà.
Mi fa piacere abbia gradito le osservazioni fatte nel secondo intervento.
Secondo me infatti nell' opera l' artista non esprime solo il suo presente ( come farebbe credere la parola rap-presentazione) ma tutto il suo essere che è fatto dunque anche di passato e di futuro.
Ed il futuro noi lo esperiamo nella modalità del desiderio, della speranza, del sogno utopico, o anche della paura ( come in alcune opere di utopia negativa).

Monica Lume utente autodisattivato
6 dicembre 2007 11:33
Concordo.
Per questa ragione penso che Nitsch sia un volgare impostore, manipolatore, usurpatore, criminale mentre Beuys sia stato un artista puro, la cui opera ha incarnato la tensione immaginativa e fattiva dell'uomo contemporaneo verso un'emancipazione che non fosse in contrasto con la propria umanità e eticità.

La pittura e la differenza.

Sempre dal mio blog di Equilibri, la discussione che seguì a questo post andò persa a seguito di problemi tecnici del portale.
 http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/la-pittura-e-la-differenza

la pittura e la differenza

L' opera famosa di Derridà, la scrittura e la differenza, ci ispira questa riflessione.
Nella scrittura lo scrittore non è presente direttamente al lettore, ma tra i due v' è un vuoto, uno spazio, una differenza, che garantisce la libertà del lettore, e quindi il carattere non violento, non invasivo della scrittura.
La presenza, infatti, ha un che di violento, di autoritario, un carattere di pienezza ontologica che non lascia spazio all' altro.
Condizione per l' etica è che l' essere non sia pieno, totalitario, ma che sia in qualche modo discreto, che presenti delle fratture, delle differenze; cioè presuppone che ci sia il medesimo, ma anche, irriducibile al medesimo, l' altro.

Ora negli stessi anni in cui Derridà proponeva le sue riflessioni sulla scrittura, si andava affermando in arte una tendenza contraria. L' arte che rinunciava, cioè , sempre più al suo carattere di scrittura, di linguaggio, di rappresentazione, per avvicinarsi invece sempre più al reale, per farsi sempre più presente.
Ma sempre più presente significa più invadente, meno rispettosa dello spettatore, perché mirante proprio a scuoterlo, cioè a non rispettare la differenza del fruitore.

Ricordo che una volta all' università venne la figlia di Levinas, che è una musicista, e ci raccontò che il padre non amava Beethoven, perché riteneva che la sua musica troppo coinvolgente fosse una specie di violenza all' ascoltatore.
E ricordo anche le riflessioni che Kant faceva sulla musica e sulla pittura, ritenendo quest' ultima più rispettosa della prima perché lasciava lo spettatore libero di guardare o non guardare, mentre la musica ha una presenza più invasiva e non lascia liberi di sottrarvicisi.

Ora il rapporto che pone Derridà tra scrittura e presenza, o quello kantiano tra arte figurativa e musica, è simile al rapporto che c' è tra pittura e quell' arte che ne pretenderebbe di essere il superamento, e cioè le istallazioni, le performances, etc.
Queste mirano proprio a rompere la differenza e ad invadere, con il loro confondersi col reale, lo spettatore. lo circondano, non lo lasciano libero di sottrarsi alla loro presenza.

Sono forme d' arte violente, secondo questo punto di vista.
Ciro D'Alessio.

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11 novembre 2007 15:50

Da Equilibri, il cane fatto morire per arte.

Dal mio Blog su Equilibriarte incollo una discussione del 2007.
http://www.equilibriarte.net/cirodalessio/blog/sul-cane-fatto-morire-per-arte

sul cane fatto morire per arte

Il cane fatto morire nel museo è un opera orribile.
Tuttavia mi sembra l’ esito coerente e conseguente di tutto un filone dell’ arte contemporanea degli ultimi 50 anni; la tendenza a voler rompere i vari piani della rappresentazione per portare in scena la realtà direttamente.
Fontana cominciò a rompere la tela. Rauschemberg ad incollarvi oggetti reali, quindi tutti gli artisti più o meno abbandonarono i piani illusori della rappresentazione per portare la realtà direttamente in scena.
E chi meglio di quest’ ultimo artista, di cui non voglio ricordare il nome , ci è riuscito? Qui c’ è la realtà in carne ed ossa e con tutti i suoi caratteri essenziali, dolore, fame, morte. Dovrebbe far tripudiare di gioia gli artisti di tutto il mondo che fin’ ora si sono messi ad incollare oggettucci inessenziali o a portare in scena solamente attori; finalmente la vera vita, in tutta la sua tragicità in scena!!!
E' un esito orribile che bisognava però aspettarsi; quando un linguaggio rinuncia al suo ambito ed ai suoi limiti, per ambire a fondersi con la realtà stessa, allora questo linguaggio tende ad assolutizzarsi, a farsi totalitario, a non riconoscere più nulla di esterno, visto che la realtà l’ ha inglobata, che possa porgli un freno.
Esiti simili aveva avuto la filosofia nell’ ottocento; non contenta di essere solamente rappresentazione, ed anche limitata e lacunosa della realtà, ambì a fondersi con la stessa, facendosi così assoluta, acritica, e totalitaria.
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commenti

Monica Lume utente autodisattivato
13 dicembre 2007 08:30
Ciro D' Alessio
13 dicembre 2007 15:44
Grazie del link, monica. Ho cominciato a leggere con vivo interesse.
Il direttore, che non conosco se non da questo link, mi sembra una persona di un anitipatia e di una presunzione rara!
Non capisco come gli altri possano soppostare di discutere con lui!
Cmq mi pare che anche noi avessimo centrato, con la nostra discussione, la posta in gioco, ossia il rapporto e la distinzione tra arte e realtà e tutto qunato ne consegue.
Solo che al direttore piace questo mischiarsi di arte e realtà, mi pare intenda come opera d' arte anche l' 11 settembre ( è possibile?).
A me, invece, non piace.
Tutto ciò che non si distingue e si confonde con la realtà, si annulla di fatto. Questo vale tanto per l' arte che per la filosofia, che per qualsiasi altra attività o cosa, credo.

Monica Lume utente autodisattivato
13 dicembre 2007 17:51
hahahaah è vero, non si può dire che sia un campione di simpatia.
Incarna quel cinismo tipico delle persone che non sanno cosa sia l'impatto col male nella realtà; che non comprendono il dolore degli altri. Sono persone teoriche, cervello, ego smisurato, poca vita vera. Sono degni rappresentanti di questo tempo malato di insensiibilità e cattiveria.
Ad ogni modo ho provato un gran sollievo alla notizia! :-))

Monica Lume utente autodisattivato
13 dicembre 2007 17:59
pensavo a cosa potrebbe redimere un tipo siffatto: una scarica di legnate vere, dolore vero, sangue, ematomi, lividi e acciacchi. Avrebbero su quella psiche così crudelmente contorta, un effetto di immediato ritorno alla realtà, e di giusta e sacrosanta ritrovata umiltà e comprensione del dolore per le perdite degli altri.
Ma questo trattamento lo riserverei, una tantum, a molte delle perosne che oggi occupano la scena del mondo.
Aggiungo che non vorrei essere io a infliggere le bastonate (dovrebbero infliggersele da soli, al primo balugigare di un lampo di autocoscienza).
E non dire che sono fascista

Ciro D' Alessio
13 dicembre 2007 23:30
ehehehe, vero Monica.
Alla fine è il dolore che ci riporta alla realtà!

Monica Lume utente autodisattivato
14 dicembre 2007 12:31
è la realtà che ci riporta alla realtà.
Quella che tu, tempo fa, in un forum, definisti "sangue, terra, peso".
La realtà per me significa che ogni azione ha conseguenze, avvia un karma. Chi vive la realtà, vive anche la responsabilità derivante dalle azioni e dalle parole. Solo i cretini si permettono di sentenziare cinicamente sulle tragedie occorse agli altri, senza avvedersi della precarietà del proprio vivere.

Enigrusso
14 dicembre 2007 12:34
Giusto Condivido.

Ciro D' Alessio
15 dicembre 2007 22:16
Condivido anch' io Monica.
In questi giorni sono un po' indaffarato.
Spero al più presto di poter iniziare una nuova bella serie di discussioni e approfondimenti.

Elena Zanella
8 giugno 2008 10:39
rompere una tela...... nn è come togliere la vita anche se un essere animale indifeso

ma dove arriveremo??

Ciro D' Alessio
8 giugno 2008 10:44
certamente rompere la tela non è la stessa cosa che far morire un cane innocente.
Però con la rottura della tela si è aperta una strada; la strada a fare arte non con immagini, ma con le cose stesse.
E' una strada pericolosa, soprattutto quando si vogliono toccare certi temi importnati quali la vita e la morte.
Se non ci fossero state le tele tagliate, probabilmente oggi quell' artista avrebbe fatto un bel quadro, o una bella foto, o una bella scultura di un cane che muore; avrebbe fatto meno rumore, ma non avrebbe fatto del male a nessuno.

domenica 12 aprile 2009

L' arte è finzione.



L' arte è finzione.
In essa infatti vengono a comporsi quegli elementi che nella realtà non si compongono.
L' arte non è universale né particolare, perchè essa non è altro che la rappresentazione del gioco dialettico in cui il paqrticolare si fa universale e l'universale si invera nel particolare.
La singola nota si intona con le altre e si compone con esse in armonie e melodie. La pennellata, o la linea, o la regione colorata si inseriscono in un tutto armonico nella composizione pittorica. La parola, in poesia, si colloca in posizioni ben precise.
Anche quando è espressione della più sfrenata libertà dell'autore, nell'opera la libertà prende forma e si cristallizza in rapporti determinati.
In un opera d'arte le parti, gli elementi particolari che la compongono, stanno in un determinato modo, hanno un determinato senso, e non possono cambiarlo a a piacimento se non distruggendo del tutto l'opera. Gli elementi particolari di un opera d' arte non sono cioè mai superflui , mai gratuiti. È questo che distingue radicalmente l'arte dalla realtà, in quanto nella realtà il particolare, le nostre esistenze particolari, sono di fatto gratuite, non hanno orizzonti di senso superiori in cui inserirsi ed in cui trascendersi nell' universale. Nell' esistenza siamo gettati.
La grande gioia che ci viene dalla contemplazione delle opere d' arte è proprio la gioia di vedere invece un insieme di cose che hanno senso, che si incastrano l'una nell'altra, che hanno compiutezza, che non sono inutili e futili come la nostra esistenza particolare.
L'arte è dunque conoscenza del reale?
L'oggetto artistico e l'oggetto reale si mostrano ora una differenza ontologica che li distingue nettamente; nella realtà il particolare non si dialettizza con l'universale, ma ne rimane scisso.
La realtà è scissione.
Hegel credette che le scissioni della realtà fossero poi ricomponibili, e quindi l'arte non era che una figura futurorum della filosofia dove invece avveniva la reale conciliazione di particolare ed universale.
Se noi però no crediamo più al mito hegeliano della riconciliazione del particolare e dell'universale nel sapere assoluto, allora l'arte non è più prefigurazione della filosofia, ma qualcosa che ne è molto lontano, perché in arte si realizza, a livello immaginario e di finzione, quell' anelito al superamento della particolarità che la filosofia, disincantata, ci dice non essere possibile.
E qual è dunque il rapporto dell'arte con la verità?
Se verità è il resoconto disincantato della condizione dell' uomo, allora l'arte non dice la verità. 
E' essa allora menzognera? Sarebbe menzognera e bugiarda solo se pretendesse di spacciare la sua finzione per verità! Se dicesse; il mondo è come io ve lo rappresento.
Ma quando è consapevole del suo carattere di finzione, allora essa non è menzognera.
Ma se invece per verità non si intende solo la descrizione della situazione esistente ed esistenziale, ma gli aneliti degli esistenti, allora l'arte può essere considerata in qualche modo foriera di verità, nella misura in cui si fa portatrice e realizzatrice, nella consapevole finzione, di desideri e spinte profonde, che nella realtà non trovano sbocco.
La scoperta che l'arte e la realtà non son la stessa cosa viene fatta a fine ottocento inizio novecento. Come conseguenza gli artisti cominciarono a considerare mendace e conservatrice l'intera arte del passato, e cercarono di andare dietro alla realtà. La storie delle avanguardie può essere vista come la storia di un tentativo dell'arte di farsi veritiera; i cubisti ad esempio rappresentando le varie sfaccettature di un oggetto, miravano a darne un resoconto che si sottraesse alle leggi illusorie della prospettiva, e che quindi fosse più fedele alla cosa stessa.
Altri fecero altre cose a seconda di dove si credesse che fosse l'essenza del reale. Miravano ad un arte essenziale che cogliesse solo l' essenza del reale.
Per quanto siano stati grandissimi ed il loro lavoro abbia davvero liberato l'arte da ogni preconcetto e pregiudizio, essi non riuscirono nel proprio intento.
Avevano evidentemente una concezione molto ingenua della realtà per pensare che di essa si possa cogliere l' essenza. L' essenza infatti, non appartiene alla realtà, ma agli oggetti dello spirito; agli oggetti di conoscenza, ed agli oggetti d' arte appunto!
Essenza infatti è come dire il nocciolo universale che si nasconde dentro la particolarità delle cose; ma questo nocciolo universale nel particolare non c' è in realtà.
Nella realtà, nella realtà delle esistenze, il particolare è slegato dall'universale, è solo, è arbitrario.
Lo aveva già detto Nietzsche a fine ottocento, ed aveva addirittura invitato ad amare questa condizione di insensatezza dell'esistenza.