lunedì 17 ottobre 2011

Gioire del mondo.

 Godersi il mondo, al di là della la pubblicità e dell'industria culturale, è un fatto rivoluzionario.

Prendere il sole in una bianca spiaggia delle Maldive, in un viaggio organizzato da una moderna agenzia, con l’ uso di aerei, navi, aliscafi, jeeps, è piegarsi al sistema dell’ industria culturale, che dispone del nostro tempo, decide per noi cosa è divertente o meno, e illudendoci di divertirci, in effetti si nutre dei nostri risparmi per accrescere il proprio business, e per poi farci tornare al lavoro un po’ più soddisfatti e più ben disposti a sopportare il lavoro quotidiano. Questo tipo di godimento è un alimentare la società che ci inquadra, ci domina, e ci sta portando alla catastrofe.

Ma prendersi lo stesso sole seduti sui gradini dei giardini comunali, sugli scogli del lungomare, dalla finestra di casa, di scuola, dell’ ufficio o dell’ officina, beh questo non è un dire di sì alla società che ci inquadra, ma, più a fondo, un dire di sì al mondo.

Nel “Nuovo mondo Coraggioso” Huxley, immaginando un futuro dove ogni nostra attività e pensiero sarà funzionale all’assetto sociale, prevede che ai neonati venga inculcato l’ odio per ogni forma di gioia o godimento che il mondo ci offre gratis, per la quale non è attivabile un business. Bisogna sempre fare molta attenzione a non confondere il rifiuto di un determinato assetto sociale, col rifiuto del mondo e della vita in toto. Il primo infatti è in genere un fatto che produce progresso, il secondo quasi sempre solo regresso e morte.

L’ arte ha spesso invitato a godere, a gioire del mondo. Essa ci ha insegnato a notare e gioire di aspetti del mondo cui si presta di solito poca attenzione, ed in generale ci ha infuso un atteggiamento positivo nei confronti della vita per cui alla fine ci siamo detti “ beh, dopo tutto, vale la pena di continuare a vivere”.Ora questo atteggiamento è massimamente proficuo di impegno a favore della vita mondana e di un suo miglioramento. Direi che senza quest’ ottimismo di base, questa fiducia nella vita mondana, sarebbe impensabile anche qualsiasi impegno sociale.

Ciro D'Alessio.

venerdì 21 maggio 2010

Mercatino dell' usato


Finalmente fuori dall grande mercato
di diecimila esemplarei tutti uguali,
finalmete furoi dal grande mercato
della pubblicità e delle cose nuove,
cominci a vivere la tua vita terrena,
o libro,

Solo ora sei un vero individuo,
solo ora hai una storia tutta tua,
di sottolineature a matita e note a margine,
spiegazzature, ferite di ore a discutere con te,
macchie di caffè...

E solo ora tu vai sposo a chi ti cerca
perchè ti ama, te elegge solo tra tanti,
oh felice e non sperato incontro,
e non più ti aggiunge al carrello dei cascanti oggetti superflui.

Ciro D'Alessio

Il mercato capitalistico si basa sui nostri bisogni, si nutre di essi, li moltiplica, li crea per poi soddisfarli, crescendo e riproducendosi.
Non è insensato dire che uno dei modi di reagire al condizionamento del potere del mercato su di noi, è imparare a gestire i nostri bisogni.
Chi riesce a controllare i propri bisogni oggi è più libero di chi non vi riesce.
Certamente i bisogni non sono qualcosa di cui si possa fare a meno.
Essi sono la vita stessa e rinunciarvi significherebbe rinunciare alla vita o rinunciare a viverla in pienezza e gioia, costringendosi ad un ascetismo mortificante.
Una cosa però possiamo fare, possiamo cercare di non lascirceli imporre.
Chi dice che si debba andare in viaggio ad agosto in determinati posti?
Chi dice che si debbano vestire determinate marche? Chi dice che è figo girare con l’ auto ultimo modello? Mangiare i cereali a colazione e vedersi l’ ultimo film uscito da Hollywood? Seguire l’ ultimo artista proposto alla Biennale od al Guggenheim?
Sono bisogni nostri questi, o ci sono stati suggeriti da altri in modo del tutto interessato?
“Sapere Aude“, diceva Kant. Si tratterebbe di aggiungere “desiderare aude”. Non lasciare che una altro decida per te cosa è desiderabile per te.
Dopo tutto tu sei il padrone dei tuoi desideri ancor più di quanto non lo sia dei tuoi pensieri. E se eserciti in pienezza ed autonomia questa tua facoltà desiderante, cessi di essere il suddito che serve ed alimenta il mercato, e diventi più libero.

Oggi l’ arte dovrebbe insegnare a desiderare altrimenti da come ci insegna la pubblicità. Non fuggire dal mondo, perché questo è divenuto oggetto di contesa del mercato, ma riprendersi il mondo e spurgarlo del suo carattere di oggetto in vendita.
Non abbiamo intenzione di rinunciare a dipingere uomini che saltano la staccionata, solo perché una ditta di olio si è impossessata di questa immagine a fini pubblicitari. Noi ce la riprendiamo, la spurghiamo da ogni finalità pubblicitaria, e la presentiamo così. Saltare le staccionate è un gesto spontaneo, un bisogno genuino, che esprime la nostra vitalità, che non alimenta nessun commercio, almeno finché non si creerà una organizzazione olimpica di salto alla staccionata, ed è uno di quei bisogni liberi dal mercato che intendiamo contrapporre a quelli del mercato.
E così pigliarsi il sole fuori casa, invece che alle Maldive, godersi le erbaccie selvatiche ( cosa giustamente proibita nel "Brave New World" di Huxley in quanto bisogno che, pericolosamente, non alimenta l’economia) giocare in uno spazio verde qualsiasi, fare i tuffi dagli scogli accidentati invece che dai trampolini dei villaggi tropicali, giocare a semplici carte con gli amici, raccontarsi barzellette, giocherellare tra bambini, salire su di un albero, leggersi un libro vecchio al sole…
Sono tutti bisogni sui quali il grande business ha poca presa, perché ciò che li soddisfa costa poco, è a portata di mano. Ecco che cercano di convincerci che il vero sole lo prendi nei megavillaggi tropicali, che lo skyline di una grande metropoli per visitare la quale si alimenta un grande business è un esperienza da non potersi perdere, che senza telefonino non ci si diverte e non si hanno amici, che è assolutamente da vedere il film con gli ultimi effetti speciali, altro che vecchia letteratura, che insomma, cioè che non è pagato, non vale la pena!

Spesso l’ arte del novecento, volendo fuggire il mercato, ha rifuggito il bisogno, il mondo e la vita stessa, facendosi gioco intelletualistico, esangue.
Ma rinunciando del tutto a proporre essa bisogni e desideri, li ha del tutto lasciati in mano al mercato, ritirandosi nell’ oasi esoterica dell’ intellettualismo, ormai territorio neutrale perché vi si può dire quello che si vuole continuando a consumare, facendo così un grande favore al mercato unico foggiatore di bisogni.
Il grande capitalismo favorisce l’ arte e la cultura elitarie, lontane dai territori del bisogno, del corpo, della materia, perché così è libera di spadroneggiare in essi e con la cosicenza a posto per giunta, perché ci si è ammantati di una cultura che nulla può sull’ aspetto più profondo ed al tempo stesso più economicamente rilevante dell’ uomo.

L’ arte e la cultura devono ricominciare a parlare del mondo, altrimenti rimangono un giochetto indifferente per soli appassionati, come i giochi enigmistici, e per di più ammantano di cultura le grandi aziende che capitalizzano il mondo e guidano e schiacciano le nostre esistenze.
Ormai dobbiamo prendere le distanze dalla mimesi negativa di Adorno. L’ arte che si rifiuta di comunicare, si ritira da sola nell’ impotenza, nel nulla.
Non protesta in realtà contro la società, ma contro la vita stessa.
In Adorno c’ è purtroppo questa confusione, ricorrente in molti marxisti; essi confondono la critica al capitalismo con la critica alla vita in quanto tale; ed è questo rifiuto della vita in quanto tale, rilevato magistralmente da Colletti, che poi condiziona la sua teoria estetica, facendogli rigettare ogni forma d’ arte che non esprima essa stesso questo rifiuto di vivere.

Ricominciare a parlare del mondo, significa ricominciare a trasmettere desideri. Ormai è chiaro che il desiderio è la parte più profonda ed al tempo stesso più concreta, economica, della nostra vita.

Ciro D'Alessio

domenica 12 aprile 2009

L' arte è finzione.



L' arte è finzione.
In essa infatti vengono a comporsi quegli elementi che nella realtà non si compongono.
L' arte non è universale né particolare, perchè essa non è altro che la rappresentazione del gioco dialettico in cui il paqrticolare si fa universale e l'universale si invera nel particolare.
La singola nota si intona con le altre e si compone con esse in armonie e melodie. La pennellata, o la linea, o la regione colorata si inseriscono in un tutto armonico nella composizione pittorica. La parola, in poesia, si colloca in posizioni ben precise.
Anche quando è espressione della più sfrenata libertà dell'autore, nell'opera la libertà prende forma e si cristallizza in rapporti determinati.
In un opera d'arte le parti, gli elementi particolari che la compongono, stanno in un determinato modo, hanno un determinato senso, e non possono cambiarlo a a piacimento se non distruggendo del tutto l'opera. Gli elementi particolari di un opera d' arte non sono cioè mai superflui , mai gratuiti. È questo che distingue radicalmente l'arte dalla realtà, in quanto nella realtà il particolare, le nostre esistenze particolari, sono di fatto gratuite, non hanno orizzonti di senso superiori in cui inserirsi ed in cui trascendersi nell' universale. Nell' esistenza siamo gettati.
La grande gioia che ci viene dalla contemplazione delle opere d' arte è proprio la gioia di vedere invece un insieme di cose che hanno senso, che si incastrano l'una nell'altra, che hanno compiutezza, che non sono inutili e futili come la nostra esistenza particolare.
L'arte è dunque conoscenza del reale?
L'oggetto artistico e l'oggetto reale si mostrano ora una differenza ontologica che li distingue nettamente; nella realtà il particolare non si dialettizza con l'universale, ma ne rimane scisso.
La realtà è scissione.
Hegel credette che le scissioni della realtà fossero poi ricomponibili, e quindi l'arte non era che una figura futurorum della filosofia dove invece avveniva la reale conciliazione di particolare ed universale.
Se noi però no crediamo più al mito hegeliano della riconciliazione del particolare e dell'universale nel sapere assoluto, allora l'arte non è più prefigurazione della filosofia, ma qualcosa che ne è molto lontano, perché in arte si realizza, a livello immaginario e di finzione, quell' anelito al superamento della particolarità che la filosofia, disincantata, ci dice non essere possibile.
E qual è dunque il rapporto dell'arte con la verità?
Se verità è il resoconto disincantato della condizione dell' uomo, allora l'arte non dice la verità. 
E' essa allora menzognera? Sarebbe menzognera e bugiarda solo se pretendesse di spacciare la sua finzione per verità! Se dicesse; il mondo è come io ve lo rappresento.
Ma quando è consapevole del suo carattere di finzione, allora essa non è menzognera.
Ma se invece per verità non si intende solo la descrizione della situazione esistente ed esistenziale, ma gli aneliti degli esistenti, allora l'arte può essere considerata in qualche modo foriera di verità, nella misura in cui si fa portatrice e realizzatrice, nella consapevole finzione, di desideri e spinte profonde, che nella realtà non trovano sbocco.
La scoperta che l'arte e la realtà non son la stessa cosa viene fatta a fine ottocento inizio novecento. Come conseguenza gli artisti cominciarono a considerare mendace e conservatrice l'intera arte del passato, e cercarono di andare dietro alla realtà. La storie delle avanguardie può essere vista come la storia di un tentativo dell'arte di farsi veritiera; i cubisti ad esempio rappresentando le varie sfaccettature di un oggetto, miravano a darne un resoconto che si sottraesse alle leggi illusorie della prospettiva, e che quindi fosse più fedele alla cosa stessa.
Altri fecero altre cose a seconda di dove si credesse che fosse l'essenza del reale. Miravano ad un arte essenziale che cogliesse solo l' essenza del reale.
Per quanto siano stati grandissimi ed il loro lavoro abbia davvero liberato l'arte da ogni preconcetto e pregiudizio, essi non riuscirono nel proprio intento.
Avevano evidentemente una concezione molto ingenua della realtà per pensare che di essa si possa cogliere l' essenza. L' essenza infatti, non appartiene alla realtà, ma agli oggetti dello spirito; agli oggetti di conoscenza, ed agli oggetti d' arte appunto!
Essenza infatti è come dire il nocciolo universale che si nasconde dentro la particolarità delle cose; ma questo nocciolo universale nel particolare non c' è in realtà.
Nella realtà, nella realtà delle esistenze, il particolare è slegato dall'universale, è solo, è arbitrario.
Lo aveva già detto Nietzsche a fine ottocento, ed aveva addirittura invitato ad amare questa condizione di insensatezza dell'esistenza.