giovedì 17 ottobre 2024
vorrei vivere tranquillo, in pace.
giovedì 3 ottobre 2024
arte e socialmedia
I social media potrebbero essere considerati dagli artisti come un semplice mezzo per diffondere il loro lavoro. Alla stregua della locandina di una mostra: un semplice strumemto, di poco valore, per diffondere la notizia di una mostra, ma l'"arte" e il valore spirituale starebbero esclusivamente nelle opere esposte alla mostra.
In genere si pensa cosi.
E se invece i social media, piuttosto che essere semplice mezzo, subordinato, occupassero lo stesso spazio e la stessa funizone, nell'economia delle cose dello "spirito umano" che aveva l'arte?
Se una delle funzioni dell'arte è portare nel regno delle cose dello spirito, nel regno delle cose "rappresentate" dutature e non semplicemente presenti e transeunti, le sensazioni e gli aspetti dell'esperienza del reale, che ne sono tenuti fuori, questa funzione può essere assolta benissimo dai socialmedia.
Esempio:
Prima dei social, il modo di parlare popolano delle città dell'entroterra napoletano, entrava nel mondo dello spirito, se qualche commediografo, scrittore, cineasta, documentarista faceva luce su quel mondo. Se non ci stava questa luce, data dalle varie forme artistiche, quel mondo, pur reale, rimaneva oscuro e destinato a memoria breve e circoscritta. Oggi questo mondo è presnete continuamente su tik tok, instagram etc, spesso sono gli stessi protagonisti a proporsi coi loro profili sui social. Sono entrati nel.mondo dello spirito oggettivo, cioè nel mondo di quelle cose cbe sopravvivono alle sensazioni immediate e all'esistenza soggettiva, che sopravvivono in qualche modo ai loro attori e si presentano sul proscenio delle cose visibili da tutti.
Ecco che non serve più un commediografo che scriva di una comare di paese per sottrarla alla vita naturale, la comare entra lei stessa da protagonista e autrice al.tempo stesso nel mondo dello spirito, delle cose culturali.
Questo bisogno di dare luce ad aspetti del mondo reale "rappresnetandoli", è un modo per sottrarli alla morte. Tutte le cose fisiche sono soggette a morte, ma possono sopravvivere alla loro morte se si fanno spazio nel mondo delle cose raccontate, dipinte, scolpite. Achille in carne ed ossa è morto, ma rimane l'Achille raccontato da Omere e istoriato sui vasi.
Se una selle ragioni profonde del fare arte, è sottarre alla fugacita' irrecuperabile, al flusso senza freno delle sensazioni presenti, e sottrarre l'artista stesso alla sua morte, allora questa funzione può essere assolta anche dai socialmedia.
Rita De Crescenzo, si è immortalata allo stesso modo della Callas ai suoi tempi, mi si perdoni l'accostamento.
Tutti possono stare sulla scena dello spirito, non più pochi. Si aprono nuovi enormi problemi: uno spirito cosi affollato, assolve ancora alla sua funzione, non diventa una riproduzione senza sintesi della infinita molteplicità del reale, dove si è invisibili allo stesso modo che nel reale?
E l'arte ha solo la funzione di immortalare o e anche altro?
Testi tenuti presenti per questa riflessione:
*Hegel, Fenomenologia dello spirito, per la concezione dello spirito oggettivo come quella dimensione dove la particolarità e la mortalità dei soggetti separati viene superata.
*Croce, Estetica come filosofia dell'espressione e linguistica generale: per l'idea che cioè che non è rappresentato artisticamente rimane fuori dalla luce dello spirito, esperienza meramente soggettiva, e transeunte, quasi un non essere; mentre la vita dello spirito comincia dalle intuizioni, cioè dalle cose rappresentate.
*Hippolyte Genesi e struttura della Fenomenologia dello spirito di Hegel, per la riflessione che lo spirito umano è essenzialmente un tentativo di sfuggire alla mortalità.
martedì 10 settembre 2024
Perché non amo i simboli...
Non li amo perché amo le cose vive, le persone vere, il sole, la carne, il reale...
Il simbolo non è un ponte verso altri mondi più profondi, che non esistono.
L'unico mondo vero è questo nostro, allontanandocene non andiamo verso qualcosa di meglio o più vero, ma solo di più povero e astratto, verso il nulla.
Quando si dipinge qualcosa di concreto, si dipinge qualcosa di più nobile, perché più vero, di quando si dipinge qualche simbolo astratto.
Ecco perché non amo i simboli.
lunedì 1 luglio 2024
Comme se sta cu 'n altro sotto a stu tetto
mercoledì 17 aprile 2024
color
we give color to our rooms,
to our gardens, with balloons,
flowers, and colorful candies.
Colors expres our happiness.
The celebration of life itself.
mercoledì 28 febbraio 2024
Irraggiamento
Vieni a me,
porgimi il seno
e lascia che beva la vita,
la gioia, l'entusiasmo folle!
Energia Primigenia,
contagiami nella tua danza
dionisiaca.
Piroettami in alto
con un abbraccio verso
il sole e le stelle infinte.
Portami,
sgambettante come un fanciullo,
a stupirmi delle meraviglie della terra.
Irraggi tutto ciò che ti circonda.
Sei un miracolo
di sogni e di carne viva!
Ciro D'Alessio.
martedì 5 settembre 2023
entelechia vs simbolo
L'Entelechia ha il suo fine in sé, il simbolo in altro che gli sta dietro e di cui è immagine.
Poiché ho un concetto spropositatamente alto dell'arte, non posso che considerarla entelechia: ha il suo fine in sé, nulla di più alto e profondo le puo' donare valore e dignità.
Di contro nell'arte simbolica l'opera vale solo come immagine di qualcosa di più profondo che non è essa stessa. L'opera non vale di per sé.
Esempio: nella religione cristiana il singolo uomo ha valore in quanto persona, cioè immagine di Dio: è il Dio trascendente che dà valore a qualcosa che di per sé, se non fosse immagine, non ne avrebbe. Di contro si può considerare ogni individuo nella sua singolarità come entelechia, come avente il suo fine e il suo valore in se stesso, e non in quanto immagine di altro. Questa seconda concezione da molta più dignità agli esseri e vale anche in contesti senza dio e post metafisici.
In questa seconda concezione il mondo si arricchisce all'infinito di infinite realtà dall'infinito valore. Un'ebbrezza di vita!
Invito a guardare le opere d'arte con la stessa concezione moderna, come entelechie e non come simboli.
Del resto il percorso storico dal medioevo al novecento e tutto un percorso di liberazione dell'arte dalle incrostazioni metaforiche e simboliche che si portava dietro dal medioevo, quando era ancella della teologia. L'arte per l'arte è il leitmotive dell'estetiche e delle poetiche fino al 900, quando poi si ritorna al simbolismo e a una concezione ancillare dell'opera rispetto ai simboli, ai contenuti e ai concetti a cui alluderebbe. Si torna a una specie di medioevo.
venerdì 9 giugno 2023
L'arte si occupa solo del sublime...
Vi ricordate la disputa settecentesca sul bello e sul sublime? L'arte sarebbe forma, il sublime lo smisurato al di là della forma, quindi non alla portata dell'arte, che per natura sarebbe forma e porrebbe limiti.
Ebbene credo che l'arte si debba ( es mussen) occupare invece solo di sublime, tralasciando il bello, il finito, la forma. E credo che di fatto già succeda sempre così nelle grandi opere d'arte. Quindi l' arte si occupa solo del sublime.
Perché nella natura dell'arte è trascendersi e aspirare a fare proprio ciò che le è impossibile. E' desiderio di infinito. Aspirazione al sublime. Chiudere l'infinito in una immagine sensibile, dicevano i filosofi idealisti. Ma l' infinito non si lascia chiudere. Solo se lo si lascia aperto, lo si può suggerire. Apertura, indefinito, incompiuto, schizzo, caos, non sono sintomi di svogliatezza, ma i soli modi che la rappresentazione ha per dire: badate che non stiamo rappresentando qualcosa, ma qualcosa di incompiuto, cioè il qualcosa più ciò che lo supera e trascende. Ma A unito a nonA, è proprio l' infinito: la dialettica del superamento del finito tramite la sua negazione...
domenica 1 gennaio 2023
Il piacere del riconoscimento e il piacere dello smarrimento.
Di fronte ad alcune opere d'arte si prova un piacere del riconoscere cose gia' conosciute. E' una delle prime e forse piu' elementari forme di piacere estetico. Ad esempio: il bimbo che riconosce la forma dell'albero o della casa, prova piacere in cio'. Il pescatore che riconosce i tratti del suo villaggio e critica il pittore se questi si è concesso qualche libertà. Ad un livello piu' raffinato, ci gratifica riconoscere stile, maniera, tecniche, citazioni, correnti, autori... E' il piacere del riconoscere nella rappresentazione cio' che e' noto: un piacere che da conferme e rassicura.
Ci sta anche un altro tipo di piacere estetico: mi pongo di fronte a un' opera e anzicche' riconoscere cose gia' note, mi smarrisco, perdo l'orientamento, brancolo nell'ignoto e nel nuovo. Mi lascio sommergere dalla calca delle sensazione e non so riportarle a nulla di definito. Alcuni rifuggono da questa sensazione. Altri la amano. E' la sensazione dell'ignoto, del nuovo, dell'infinito, del "naufragar mi e' dolce in questo mare.".


