mercoledì 8 aprile 2020

La pittura insegna a vedere il mondo


La pittura, come la parola, ci insegna a vedere il mondo.

Non siamo venuti al mondo soli, ma siamo nati in mezzo ad Altri ed Altri ci hanno insegnato a parlare e mostrato disegni e segni delle cose. E le nostre prime esperienze col mondo non sono esperienze di una tabula rasa con un coacervo crudo di fenomeni, ma sono mediate da questa situazione di insuperabile coabitazione, già addomesticate per noi.

Quando un bimbo piccolo per la prima volta vede un albero, è molto probabile che lo abbia già visto raffigurato e che già conosca la parola albero. Le raffigurazioni elementari dei libri, dei cartoni animati per bambini, strutturano la percezione proprio come le parole.
Quando la giovane mente si affaccerà sul mondo esterno, sarà pronta a riconoscere un albero e a distinguerlo da un arbusto, non solo perché la sua lingua madre ha due parole diverse, ma anche perché dalle illustrazioni viste, si è fatto due disegni mentali distinti per alberi e per arbusti.

Chi di noi ha visto un cavallo o un leone prima nella realtà e poi nelle raffigurazioni? Anche i cavernicoli prima di vedere un mammut o un toro a caccia, lo avevano già visto sulle pareti delle caverne in cui erano cresciuti. La nostra stessa percezione del mondo è mediata dal lavoro degli artisti che ce lo hanno raffigurato.

In questo senso dunque la pittura non ha a che fare solo con l' estetica, col modo di percepire il mondo, ma anche con la filosofia del linguaggio. La percezione del mondo è possibile perché gli artisti, come i poeti, hanno foggiato un mondo di simboli per addomesticare e rendere comprensibile quello che sarebbe solo un caos. Il pittore a cavalletto dipinge un mondo che è già strutturato in immagini, ma queste immagini non sono emanazione dirette del fenomeno, ma sono già costruzioni umane, sono già linguaggio. Quindi in genere noi percepiamo e torniamo a rappresentare immagini che sono già costruzioni e linguaggio umani.

In un certo senso non solo la lingua è la casa dell'essere, ma anche il mondo di immagini che ci circonda ci permette di approcciarci a una realtà fenomenica che altrimenti sarebbe solo un flusso caotico di stimoli sonori e visivi.
Ma come una lingua, apre ma al tempo stesso vela, perché fa perdere proprio quel carattere di alterità essenziale dell'essere rispetto agli enti che ci dicono le parole, così le illustrazioni ci fanno vedere il mondo, ma ce lo tradiscono anche, perché tendono a creare distinzioni dove non ci sono, catalogazioni dove non ci sono, bloccano in schemi qualcosa di fluido e sfuggente.
Come il poeta, sacerdote delle parole, giocando con esse ci può dischiudere un sentore di essere al di là degli enti, facendo filtrare qualche raggio tra una parola e l'altra, giocando sul carattere indefinito e sulla polisemia, cercando con le parole di andare al di là delle parole, così il pittore, custode della raffigurazione, costruendo ma ancor più decostruendo le immagini, delimitando contorni e ancor più scontornando figure, illustrando e andando al di là dell'illustrazione, può dischiudere a quel fluire di impressioni e di stimoli, quella fenomenicità primigenia, che le immagini definite e le illustrazioni pulite nascondono.

Ad un livello elementare dunque la pittura illustra e insegna a vedere il mondo. Ma poiché un mondo al di là delle immagini è qualcosa di reale e imprescindibile, ecco che una pittura matura cerca di andare al di là dei limiti della funzione illustrativa, per cercare un varco verso il magma della vita.

Così i grandi artisti non illustrano semplicemente, ma cercano di andare al di là di quello che illustrano additando ad una realtà più profonda e meno raffigurabile.
Ad esempio Leonardo sfuma le figure nell'atmosfera, le collega al paesaggio come se volesse dirci che ci sta una realtà più profonda che ci attraversa e ci accomuna alla natura. In Michelangelo ritorna il contorno netto, ma le figure sono attraversate da un movimento universale che le trascende. In Caravaggio questa funzione è assolta dalla luce tagliente che collega e al tempo stesso scompone le figure. E cosi via, tutta la storia della pittura occidentale è mossa da questa spinta ad una realtà che eccede la raffigurazione e la "raffigurabilità", anche e soprattutto, negli esiti novecenteschi.



Ciro D'Alessio, Aprile 2020.


Nello scrivere questa nota avevo in mente i seguenti riferimenti:
E. Levinas, in “Totalita e Infinito”, per il concetto che il mondo ci viene insegnato da Altri.
B. Croce, per l'idea che l' estetica è filosofia del linguaggio, idea che penso possa avere una sua valenza anche al di fuori del complesso del suo sistema idealistico.
M.Heidegger per l' idea che l'arte e in particolare la poesia siano la casa dell'Essere e che la parola poetante possa dischiudere un radura nella quale porsi in ascolto dell'essere al di là degli enti.

lunedì 5 novembre 2018

Il mio fantastico apprendistato pittorico: dei dipinti piatti e dell'Assoluto.


Ero smarrito.
Non avevo più riferimenti in pittura, tutto mi sembrava piatto e banale.
Non avevo più interesse per il figurativo, mi sembrava inutile. Nemmeno interesse per il concettuale, dove mi sembrava di dover affrontare temi più grandi di me senza averne la preparazione e troppo complessi per poter essere ridotti e banalizzati in una rappresentazione visiva: un'arte come gioco di trovate cervellotiche, non mi interessava.

Andai a trovare il vecchio maestro e uscimmo a passeggio per le antiche strade del centro storico della città. Gli illustrai i miei dubbi e il mio stato di apatia...

"Ottimo" il mio scolaro. "Il disgusto per la cattiva pittura che ci circonda, compresa la tua, è un passaggio fondamentale per poter poi accedere alla sublime potenza della pittura "

"Disprezza il piattume, evitalo.
Ricorda cosa è in fin dei conti la pittura, stendere materia colorata su di una superficie piatta, lo si può fare in tanti modi, ma artistico è solo ciò che attinge all'assoluto e assoluto è ciò che supera il proprio limite, cioè che fa sua la propria negazione"

"Negazione della pittura è la superficie piatta, che non dona a chi l'osserva la sensazione del movimento.

"Negazione della pittura sono i colori quando non si rapportano tra di loro come le note in una composizione musicale, che non hanno quell'intima melodia, quella compenetrazione di toni che rende il tutto un unità e non una giustapposizione di macchie estranee l' une alle altre"

"Negazione della pittura è la monotonia che non riesce a dare sensazione di vita alla materia inerte del supporto e dei materiali"
"Negazione della pittura è parimenti l'eccesso di cromatismo che lascia fuori di sé la potenza del negativo e la sublime bellezza che nasce dalla sua rappresentazione e dal suo superamento"

"Negazione della pittura è parimenti la sua riduzione ad illustrazione di contenuti particolari, contenuti che non sono i suoi e a cui essa si piega come ancella, rinunciando alla sua regalità. Ricorda che la pittura ha un unico tema, declinabile in mille rappresentazioni, ma un unico tema, l'Assoluto. Anche in un fiore, dipinto in maniera particolare, può esseri una rappresentazione dell'Assoluto e della sua dialettica di negazione e superamento della particolarità e della negazione...."

Questi ed altri simili discorsi mi fece il vecchio Maestro, e più che aiutarmi a schiarirmi le idee, mi fece sprofondare ancora più nel mio vortice di confusione e scoramento.
 

Ciro D'Alessio

giovedì 22 febbraio 2018

Di cosa si deve occupare un'opera d'arte?

Di cosa si deve occupare un'opera d'arte?
Qual è il tema, il contenuto?
 Ci sono tanti contenuti diversi?
O il tema di tutte le opere d'arte è sempre uno?

Io credo che il tema di  tutte le opere di bella arte sia uno solo:  il venire all'esistenza sensibile
dell'universale. (Lo diceva Platone quando nel Fedro diceva che la bellezza è l'unica idea di lassù
che ha avuto il privilegio di essere visibile coi sensi, quindi l'unico universale sensibile. lo diceva
anche Hegel il quale sosteneva appunto che L'arte è un momento dello spirito in cui si ha una sintesi
sensibile di universale e particolare.) Meglio ancora l'arte è l'esperienza dell'incontro tra il soggetto e
l'universale.
Il soggetto a contatto con l'opera d'arte supera il suo carattere particolare e in qualche modo fa
l'esperienza di universalizzazione.  Si può anche dipingere un mazzo di fiori, un mare in tempesta,
uno sciopero di studenti, un quadro astratto, una cascata di colori, una tela accartocciata, il contenuto
apparente è indifferente perché il vero contenuto è sempre lo stesso: l'incontro tra l'universale e
il particolare nella materia sensibile. Spesso alcune opere dal contenuto pretenziosamente alto,
impegnato, universale, non sono affatto opere d'arte, ma semplici illustrazioni di contenuti generici
e astrattamente universali.  Al contrario invece spesso opere che trattano  temi senza pretese e
oggetti di vita quotidiana assurgono al rango di opere d'arte e quindi di sintesi sensibile tra universale
è particolare.
Questo perché l'arte non è illustrazione dell'universale.  ma il venire ad essere dell'universale
nel mondo sensibile. Un'incarnazione dell'universale.

Il luogo in cui avviene l'opera d'arte non è la rappresentazione del contenuto, la descrizione di un
contenuto, ma il modo in cui si descrive questo contenuto. Infatti arte è anche sinonimo di modo,
maniera. Il modo in cui si rappresenta è propriamente arte, non la rappresentazione in sé astratta.
 Nella tecnica avviene la sintesi di universale è particolare.  Nel modo in cui viene rappresentato
una cosa, questa cosa perde il suo carattere particolare per farsi veicolo dell'esperienza estetica
che è esperienza del superamento della particolarità da parte dell'Opera e da parte del soggetto.

Ciro D'Alessio, 2018.
ciro d'alessio, Apertura primigenia.

martedì 18 ottobre 2016

Ho cominciato a dipingere per caso all'età di 18 anni. Mi fu regalata una scatola di colori ad olio e volli provare. Da allora non più smesso. Per i primi dieci anni ho dipinto come amatore. Era il mio rifugio dallo stress degli studi e della vita. Facevo all'epoca lunghe passeggiate in canoa d' inverno, quando il mare è spopolato di turisti, ma ricco di sensazioni, silenzi, atmosfere. Sulle tele cercavo di ricreare quella sensazione di felicità e benessere, quell'attimo di illusoria fusione con il tutto.  All'epoca il mio motto era un verso di Hoederlin che ora cito a memoria: "essere uno con il tutto: questa la condizione degli dei"
 Poi ho deciso che la pittura non doveva essere il mio hobby, ma la cosa più importante della mia vita, la mia professione. Lasciai casa dei genitori dove ero vissuto comodamente da studente e me ne andai a vivere da solo in periferia: nella terra dei fuochi, in un vecchio casolare isolato nelle campagne: qui avevo tutto lo spazio e tutto il tempo per potermi concentrare solo sulla pittura. Qui piano piano ho maturato il mio particolare percorso.



Perché dipingevo? Cosa cercavo con quei dipinti? Cercavo in qualche modo di sintonizzarmi con la natura.
La mia pittura preferita era quella macchiaiola ed impressionista, la pittura che più si era immersa e concentrata sul tema natura. Rappresentavo così paesaggi e scene all'aperto. Ero essenzialmente autodidatta, ma ho seguito le dritte di alcuni pittori napoletani. Amavo creare paesaggi o scene dove gli elementi non si staccassero in maniera netta ma tendessero a confondersi. In una prima fase facevo ciò esagerando con la sfumatura: una pittura tenue, tutta spolvero, ma con colori non privi di una loro forza. In seguito ho cominciato a creare l' illusione del "tutto in uno" frantumando le figure e gli elementi in un insieme di macchie, che ottenevo con colpi di spatola netti; l' unità complessiva della composizione era poi data dall'attenzione ai passaggi cromatici ed alla coerenza della tonalità complessiva. Sceglievo soggetti che si confacessero a questo desiderio di rappresentare il senso Panico, di fusione ideale tra uomo e natura: giovani che giocano all'aperto, che si scaldano al sole, che si tuffano in acqua...etc.
Era un arte disimpegnata? Forse, io non la ritenevo tale, ma ritenevo fosse un grande impegno in favore del progresso umano, additare una condizione di utopica armonia tra uomo e uomo, tra uomo e ambiente.
C' era però qualcosa che mi lasciava insoddisfatto.
Prendendo dimistichezza con la materia pittorica, avevo imparato che essa ha una sua bellezza. Che non era solo strumento atto a rappresentare una bellezza a lei esterna, rispetto alla quale stava come il segno rispetto al significato, ma era essa stessa bellezza, essa stessa significato.
Dipingendo mi rendevo conto che la pittura non può solo rappresnetare illusoriamente il movimento si un corridore, ma può essere essa stesso movimento, essa stessa energia, essa stessa espressione.
Cominciai per gioco a fare i primi esperimenti di pittura non figurativa, senza scopo di illustrare o descrivere nulla, se non lasciare esprimere la pittura stessa.
Le fasi in cui si matura un cambiamento, sono fasi di grande entusiasmo, ma anche di grande crisi: che fine facevano la natura panica, il gioco in senso schilleriano, l' utopia di un mondo riconciliato, se la pittura diventava per me creazione di giochi di macchie slegato da tutti quei contenuti?
Un giorno mi misi un una tela sulle spalle e andai a dipingere sugli scogli immerso nella natura: feci un quadro non figurativo. Eppure qualcosa della natura che mi aveva accolto era entrato in quel lavoro: mi ero come sintonizzato con le sue armonie, con le sue onde, e avevo cercato di riprodurle sulla tela.  Se guardavo me stesso non più come un soggetto separato che cerca di descrivere un mondo separato, ma vedevo me stesso immerso in questo mondo, parte di questo mondo, una continuazione di questo paesaggio, di questa natura, allora era la natura stessa, nelle sue vibrazioni profonde e non nelle sue forme esterne,  che tramite me, suo strumento, si imprimeva su quella tela. Cominciai a vedere il dipingere non più come un rappresentare la natura, ma come un aprirsi ad essa, un mettersi in ascolto affinché essa imprimesse le sue onde nella pasta colorata.
Quell'esigenza di rompere con le forme statiche del disegno, con i contorni che chiudono e imprigionano i movimenti, trovava ora piena espressione: non rinunciavo a dipingere il senso panico, l' utopia di un mondo riconciliato, semplicemente lo facevo finalmente al di là di schemi e costrutti, abbandonandomi al colore ed al ritmo delle spatolate, distruggevo la forma mentale, ma lasciavo entrare la natura ribollente, "il friggere della materia".


Ciro D'Alessio

domenica 3 aprile 2016

Non è anche la Pittura disvelamento dell'Essere?

Proviamo ad interpretare la pittura come Heidegger interpretava il linguaggio.
Nel linguaggio l’essere si “dis-vela”. La poesia apre l’essere e lo “detta”. In quest’orizzonte aperto, dettato dai poeti vengono alla luce gli enti e, diverso dalla loro somma, l'essere che si invia come destino declinandosi storicamente.
Non è così anche per la pittura?
Giotto non ha “svelato” con le sue pitture che gli uomini vivono in uno spazio, città, campagne, capanne, case etc? Anche prima gli uomini vivevano in questi spazi, ma non vi venivano rappresentati, venivano rappresentati su sfondi stellati. Rappresentandoli, Giotto li dis-vela, li mette in luce come coessenziali all’uomo.
I pittori inventori della prospettiva non hanno svelato che lo spazio è sempre visto da un punto di vista rispetto al quale tutti gli enti si dispongono in un determinato ordine? Anche prima lo spazio veniva visto così, ma non riuscendo a riprodurlo in prospettiva, non ve ne era piena consapevolezza.
Leonardo non ha svelato che questo spazio non è vuoto, ma pieno di atmosfera, che colora le figure? Ovviamente l’aria anche prima colorava, ma solo con Leonardo questa cosa viene osservata e ritenuta importante nella rappresentazione dell’uomo: L’uomo è un essere naturale, che vive immerso in un’atmosfera; è da sempre così, ma questa cosa si svela in pittura, e quindi agli occhi di tutti gli uomini educati dalle sue pitture, solo con Leonardo.
Michelangelo non ha “svelato” letteralmente gli uomini, esibendoli nella loro fisicità, nudità, carnalità? Da sempre l’uomo è nudo, ma Michelangelo ci ha insegnato che la nudità e la carnalità gli sono essenziali, e da allora tutti noi vediamo l’ uomo così.
E così via, ogni grande pittore ha svelato ed insegnato a vedere in maniera diversa, qualcosa che nel mondo già c’era, ma era velato. Proprio come i poeti, con la parola, non creano, ma svelano ed istituiscono le cose, gli enti, staccandoli dall’indistinto scorrere delle sensazioni.

Non è dunque anche la pittura disvelamento dell’Essere?



Ciro D'Alessio

domenica 17 maggio 2015

Ciro D'Alessio discorre d'arte e di filosofia con Manuela Ragucci

Come e quando è avvenuto l’incontro con la pittura. E’ stata una passione graduale o hai capito subito che poteva essere pare integrante della tua vita?
Ho fatto il mio primo dipinto ad olio, per caso e per curiosità a diciotto anni. Comprai per puro caso un piccolo set di colori, mi cimentai e fu tanto e tale il piacere, l’appagamento, la sfida, intellettuale, ma anche pratica nel realizzare qualcosa di mio, che da allora non ho mai smesso. In breve quell' hobby è diventato una passione dominante e poi quasi un ossessione. Non ho scelto di fare il pittore, ad un certo punto la pittura si è impossessata di me e non ho avuto altra scelta!
Nel primo periodo trai ispirazione da luoghi di impareggiabile bellezza. Napoli resta sempre la tua fonte primaria di ispirazione?
Ho iniziato cercando di dipingere alcuni paesaggi della mia terra. Di fronte ad alcuni scenari, immerso nella natura, provavo un indicibile benessere, una pace dei sensi e dello spirito. Ho cercato, per un certo periodo, di catturare quella sensazione, studiando la pittura, andando a studio da pittori di paesaggio napoletano. Man mano capivo, però, che non erano le forme dei paesaggi a creare quelle sensazioni di pienezza, di armonia, di energia e vita, ma erano la luce ed il colore. La luce solare, se ci pensiamo un attimo, è l’origine stessa della vita sulla nostra terra. La luce del sole ci ha generati, ci mantiene in vita, ed un giorno, molto lontano, ci brucerà inghiottendoci in una supernova. Niente di strano dunque se, infischiandomene di tutte le ricerche particolari intraprese dai miei colleghi artisti contemporanei, che si concentravano su vari aspetti dell’arte, linguaggio, mezzi, materiali, concetti vari, io mi concentravo su la sola cosa che mi è sempre parsa importante e vera, l’origine di tutto, ciò che è al di là degli oggetti e dei concetti particolari e li ha generati tutti, la luce. Man mano la mia ricerca si è dunque naturalmente spostata dallo studio descrittivo del paesaggio e delle scene con figure ambientate in natura, alla pura ricerca sulla luce ed alle sue manifestazioni tramite il colore. Da un impressionismo descrittivo, sono passato ad un impressionismo informale ed espressivo.  L’impressionismo però rimane fondamentale: esso, in senso lato, significa che è comunque la luce esterna, il mondo esterno che mi ispira, anche quando il risultato su tela è un gioco apparentemente libero di colori, in realtà quei colori mi sono stati suggeriti dal mondo esterno, che sempre precede ed è a fondamento di ogni nostra fantasia, secondo me.
Porticciolo di pozzuoli, Ciro D'Alessio 2014
La tua spatolata non trasmette mai fretta o nervosismo, anche nella modernità sembra cercare atmosfere antiche e serene. E’ solo un’impressione?
Mi sono sempre lasciato ispirare dalla luce esterna e del mondo naturale, ho volutamente trascurato tutto ciò che è moda, soprattutto ho trascurato l’ arte concettuale. Niente è più lontano da me dell’ idea che un opera di pittura debba servire per veicolare concetti intellettuali. La pittura non è illustrazione del pensiero, ma ha la capacità, attraverso la rappresentazione della luce, di sintonizzarsi con le onde più profonde e misteriose del nostro essere. Noi stessi di fatto, come dicevo prima, non siamo altro che un “derivato” della luce solare. Tra tutte le arti, la pittura che ha la capacità di “parlare” della luce, è quella che più si avvicina alla natura profonda di cui, credo, siamo fatti. Ecco perché, ispirandomi al mondo naturale, nelle mie opere vi è qualcosa di classico, perché il classico, in ogni tempo, è stata una ricerca ed un tentare di riprodurre, gli equilibri e le vibrazioni della natura.
Quanto ha contato la tua formazione filosofica nel modo di dipingere?
Per me la pittura è una prosecuzione con mezzi più adeguati della mia ricerca filosofica. Come Marx, quando capì che l’essenza del mondo era l’economia, smise di fare il filosofo e si fece economista, così io, una volta capita che l’ essenza del mondo è materia e luce, e noi stessi ed i nostri pensieri più profondi altro non sono che materia e luce, ecco che mi sono dedicato alla pratica umana che più si avvicina alla materia ed alla luce: la pittura. Materia e luce che poi fanno tutt’uno, come cerco di sottolineare in quasi tutti i miei lavori. La luce non è qualcosa di immateriale che avvolge la materia, non è uno spirito, ma è la materia stessa in determinate conformazioni, e lo spirito stesso, non è un al di là immateriale, ma la materia nella sua più consapevole manifestazione.

Nino D'Amore: l'arte come rigurgito e ripensamento porta alla scoperta delle origini sociali del dolore e del nulla.


In una piovosa serata di fine inverno ho avuto il piacere di fare visita per un caffè a Nino D'Amore, a casa sua.
L' intenzione era di fare una videointervista a lui in quanto artista e a Valeria Ferronetti in quanto curatrice della sua mostra dell' anno scorso, Primigenia. Ma arrivati nell'accogliente cucina di Nino, non sono riuscito a trasformarla in un set di riprese, perché, per fortuna, la realtà ha avuto la meglio sul mio desiderio di virtualizzazione. Abbiamo bevuto del buonissimo vino fragolino, mangiato un insuperabile spaghettata di Patrizia e scambiate tante bellissime parole sui lavori di Nino, sull'arte, sul mondo...
 Appena arrivati infatti, Nino è andato di à ed ha preso i suoi ultimi lavori, del tutto inediti. Era proprio per mostrare per la prima volta questi nuovi lavori che aveva organizzato il piccolo ritrovo: me, Valeria, Antonio. L' esperienza estetica è stata così coinvolgente, che è passata in secondo piano ogni progetto di intervista ordinata. Dall' ammirazione dei lavori, naturalmenete Nino ha cominciato a raccontarceli, poi a fare confronti con la produzione precedente, etc.

Subito ci ha raccontato della sua concezione dell'arte come rigurgito. L' arte, quella vera, quella fatta perché rapiti da un bisogno insopprimibile di esprimersi, e non quella fatta in ragione di mode e tendenze di mercato, è come un rigurgito: un gettare fuori le cose nascoste, intime, anche spiacevoli, e non riuscire a contenere e controllare questo flusso liberatorio.

Ed ecco pararci avanti un opera davvero emblematica in tal senso: la foto di Nino da ragazzo, dal bellissimo aspetto, che guarda ottimistico e sorridente verso l'alto. Il centro della figura è però quasi oscurato da una lunga macchia nera, rigurgitata dall'interiorità dell' autore, un fumo oscuro dalle sembianze di un mostro. Anche questo mostro ha il viso rivolto verso l'alto, ma la sua è una posa di dolore profondo e disperazione. E' la natura primigenia, oscura e dolorosa, che è a fondo e prima delle figure.

Seguono una serie di lavori con lo stesso tema, in cui però la figura diventa più astratta, sempre più ricoperta da vari strati di pittura dalle tonalità non più nere ma di un grigio chiaro tendente al violetto, un neutro silenzioso che sembra inghiottire ogni luce ed ogni rumore che tenta di distinguervisi. Ed ecco emergere il secondo tratto distintivo, dopo il rigurgito, della pittura di Nino: il ripensamento. Dopo che ha rigurgitato senza freni ed inibizioni la sua intimità sulla tela, il maestro non si accontenta, e non si dà pace: sente il bisogno di ritornare su quei gesti iniziali e comincia un lungo e tormentato lavoro di affinamento, in più fasi e in più strati. La sua pittura è rigurgito ed istinto, ma bilanciato dal lungo lavorio di scavo, rimeditazione, rifacimento, in cui la ricerca pittorica richiama in causa l' esperienza pittorica e la razionalità.

Il questo lavoro di ricerca e riflessione sui dolori rigurgitati sulla tela, mi è parso di cogliere il tratto distintivo di questa sua nuova produzione rispetto a quella presentata a Primigenia.
In questo lavoro di rimeditazione intorno al dolore ed al nulla primigenio, Nino fa una scoperta: il dolore ed il nulla esistenziale sono sì primigeni, ma non sono un fatto metafisico, imputabile all'ordine eterno del cosmo, bensì una produzione sociale.
L' ultima opera che ci mostra è un epifania dell' origine sociale del dolore e del nulla.
Quella sagoma mostruosa uscita dalla sua interiorità, si moltiplica in maniera seriale fino a coprire ogni spazio della tela, si svuota, da nera diventa bianca, o meglio, il grigio azzurrino, quel colore neutro che tutto avvolge ed inghiotte ogni differenza nella sua uniformità. Queste sagome sembrano uscire da macchie nere che alludono a capannoni industriali. 

Il nulla è una produzione umana.  E' l' organizzazione sociale, disumana ed innaturale che crea  individui mostruosi, massificati e vuoti  Grande coraggio di un artista che è riuscito a scavare più a fondo della sua precedente ricerca, che sembrava già abissale. Grande ricerca che svelando la natura umana del vuoto e del nulla, getta una luce di speranza. La tonalità si rischiara e dal nero si passa al grigio illuminato dai riverberi violetti del cielo!

Ciro D'Alessio



lunedì 2 febbraio 2015

Del mio fantastico apprendistato pittorico.

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Della natura primigenia ed il segreto delle macchie azzurre e violette nei primi piani.
Un giorno di sole terso ed aria fresca, andai a dipingere all'aperto col mio maestro ed ebbi occasione di fare nuove e per me fondamentali scoperte sulla natura intima della pittura, della musica, della bellezza e dell' universo intero.
Ovviamente il mio cervello non riuscì a digerire tanta sovrabbondanza di input in una sola volta e, come al solito, andò in tilt e si ritrovò in preda ad una meravigliosa confusione. Solo con gli anni, col duro lavoro, la pratica, la riflessione, tanto studio, e ritornando spesso a rimeditare su quella giornata così intensa, esso poi è riuscito ad afferrare, credo, qualcosa.
Era passato qualche anno da quando eravamo andati a dipingere i cavoli, ed ebbi quella magnifica lezione sul valore delle cose, sui simboli e sul loro rapporto, etc.
Adesso la ricerca del maestro non si concentrava sulle cose, ma su un qualcosa di indefinito, un' energia, una sensazione, non saprei, un qualcosa di indefinito che lui diceva precedere ed essere più primitivo delle cose. Un qualcosa di primigenio.
Perché andasse ancora a dipingere per i campi, quando non dipingeva più cavoli, ne alberi, né colline né mare, non mi era molto chiaro. Perché tanta fatica per fare delle macchie? Perché non farle nel suo comodo e luminoso studio, ascoltando buona musica, sorbendo caffè ogni tanto, sigari, io, non lui, andato un po' sui socialnetwork? :)
"Non si tratta mica di dipingere la cosa astratta dalla natura, come potrebbe essere una natura morta, un fiore o un frutto sottratti al loro stelo ed al loro albero, al loro campo ed alla loro luce, non si tratta neanche di dipingere un simbolo, che segue analoghi, anche se più spinti processi di astrazione.  Quello che cerchiamo- parlava al plurale considerandomi completamente coinvolto nella sua ricerca, come fossimo un team- è la cosa prima della natura, o meglio, la natura prima delle cose: quel qualcosa della natura che va al di là delle cose e le sottende tutte, se mai vi dovesse essere... Non quindi andare in direzione dell' astrazione, che è un movimento post-rem, un impoverimento della cosa, che prima viene sottratta al suo ambiente, poi ridotta a immagine, e spogliata della sua materia, poi a contorno e privata del suo colore, poi a simbolo, quindi a mera funzione mentale, quando non c' è più molto da sottrarre per arrivare al nulla...
Non è il vuoto che cerchiamo, ma il pieno, non il buio della mente, ma la luce albeggiante dell epifania del reale, il mistero della natura generatrice. Per trovare le sue tracce dobbiamo ovviamente non solo stare in mezzo alla natura, ma cercare di viverla, di sintonizzarci con le sue onde profonde.."
Grande perplessità ovviamente sul mio viso.  Annuivo fingendo di comprendere, in realtà le parole le comprendevo. Come si concatenavano tra di loro non mi era del tutto chiaro. sigh. Nel frattempo aprivamo i cavalletti, prendevamo i pigmenti e i tubetti di colore, l'olio di lino col suo profumo grasso ma naturale che giocava a confondersi ed a distinguersi dai profumi della primissima primavera nell'aria frizzante e fresca. Non usavamo diluenti né acque ragie, pennelli ormai non ne usavamo più, almeno non con l'olio, solo spatola, e la ripulivamo con un semplice straccio, a volte anche con un po' di carta da cucina.
Il mio apprendistato funzionava così, io dipingevo per i fatti miei, il maestro per i suoi. Solo alla fine vedevamo i nostri reciproci risultati.
E così mi misi a dipingere questo campicello in parte assolato, in parte ombreggiato, cercando di mettere a punto tutto quel che sapevo della pittura, cercando di far rivivere sulla tela, tramite la pasta colorata, quel caldo dei gialli, quel fresco degli azzurri, la delicatezza delle ombre. Molta attenzione prestavo ormai a mettere i colori in scala cromatica che andava dagli azzurri e violetti più lontani, ai rossi e gialli più vicini. Ritenevo che la bellezza fosse  lì fuori, e mi impegnavo a coglierla, non usavo colori esageratamente forti, perché non mi sembrava che vi fossero fuori. Tutto era così straordinariamente accordato nei colori natura, tutto così in armonia col resto, nulla che volesse «far parte a sé» ed isolarsi e mettersi a dispetto, in dissonanza col tutto. Mi sembrava davvero l'immagine del paradiso. Se solo la stessa armonia si riuscisse a realizzarla anche tra gli uomini! E così feci il mio quadretto. I primi piani li chiusi, più che con gialli e rossi, che non vedevo in natura, con terre di siena ed ocre, colori caldi, ma più tenui, più vicini alla delicatezza della natura.
Per tentare di cogliere la natura primigenia, avevo cercato di dar un po' di movimento alle
cose: movimento e illusione dello scorrere del tempo. Non è il movimento quel fiume inesorabile che trascina con sé tutto,  quel magma dal quale le cose nascono, se ne distaccano per un attimo venendo a galla, per poi ridisciogliersi in esso?
Quindi sfumature, nebbioline, vibrazioni cromatiche.
Soddisfatto mi misi a ripulire le spatole e ad aspettare che il  maestro finisse il suo per confrontarceli. Un po' di curiosità mista ad ansia.
«Ho colto la natura primigenia, maestro?»
«Forse sì, ci hai provato almeno. Guarda come ci ho provato io». E mi mostrò la sua tela.
Nulla che sembrasse un albero, nulla che sembrasse un ombra, né cielo, né fiori o erbe, non tronchi. Solo macchie informi, nessun rametto, ed io che mi ero affaticato a tracciarli e poi sfumarli, nessuna sfumatura, eppure tutto si muoveva in quel dipinto, in secondo piano della macchie azzurre e viola, che corrispondevano al mio cielo, poi qualcosa di scuro, immagino le creste ombrose degli alberi, e poi da lì in giù un rapidissimo crescendo verso i primi piani di rossi e gialli, man mano sempre più forti. Il dipinto era complessivamente più scuro del mio, questo, capii poi, consentiva al maestro di usare i gialli ed i rossi forti in funzione di luce e di poterli calare nella composizione squillando, ma non stonando.
«Le trombe dorate della solarità»  non poteva non venirmi in mente il celebre verso conclusivo della canzone di Montale.
«Maestro è riuscito a cogliere la natura primigenia delle cose in questo dipinto?»
«Non so, ma ci ho provato. E la strada che ho preso per provarci è un po' diversa dalla tua.
Tu hai rappresentato il paesaggio con i suoi rami, le sue nubi, i suoi fiori illuminati e le loro ombre, io ho cercato di cogliere ciò che mi trasmetteva vibrazioni, ciò che mi piaceva di tutto questo, omettendo le forme, come puoi vedere le luci ci sono lo stesso, più forti, perché meno legate al loro ruolo descrittivo, le ombre ci sono, soprattutto ci sono i passaggi intermedi, le mezze tinte, quelle che legano il tutto e danno armonia. Ho pensato che queste onde cromatiche che ci provengono dal paesaggio siano il mistero a fondo della natura primigenia. Natura primigenia comune a noi ed a loro e quindi per noi generatrice di quel piacere che starebbe nel fondo del il mistero della bellezza. Ovviamente potrei sbagliarmi, ma questo ho provato a fare».   «Ho pensato che forse quando la nostra natura profonda incontra la natura profonda di queste cose, le rispettive onde cominciano a mettersi in rapporti armonici tra di loro, non ad accavallarsi in maniera confusa, ma a risuonare insieme, e questa potrebbe essere forse la natura del mistero della bellezza.  Queste onde ci sono date dal paesaggio, ma anche dai colori, e con i colori, anzi, possiamo quasi estrarre la bellezza, il motivo della bellezza del paesaggio e riproporlo. Potrei farti provare la sensazione di pace e di bellezza che proveresti davanti al paesaggio, presentandoti solo alcune macchie, suggeritimi da impulsi che ho preso dal paesaggio ed ho trasformato in colore.»
Sempre più confuso, annuivo, ma non capivo a fondo.
Poi mi misi a osservare alcune macchie azzurre e violette che stavano in primo piano nel suo dipinto, contrariamente alle regole della prospettiva atmosferica che così bene avevo apprese e che cercavo di mettere diligentemente in pratica. Eppure quelle macchie stavano da dio nel dipinto, ma non riuscivo a capire perché.
«Maestro, queste macchie?»
«Posso mettere un paio di spatolate, solo due, sul tuo dipinto?»
« Mah... certo, ne sarei onorato» in realtà ne ero umiliato, era come farsi dire che il mio lavoro andava corretto, ma non avevo il coraggio di dire no!
«Solo due tocchi leggeri, che ti aiuteranno a capire il mistero delle macchie azzurre e violette». Poi se non ti piace, cancelliamo e tutto ritorna come è.
Incredibile la sua capacità di concepire la pittura come un regno dove nulla è irreversibile. Nell'universo della pittura lui era Dio, poteva non solo creare ma anche cancellare ogni errore e ritornare al punto di partenza, andare al di là delle leggi del tempo e dell' entropia. Poteva ritornare dalla frittata all'uovo. Questo mi riempiva sempre di stupore. Per me ogni passo era meditato e sofferto come si medita e si soffre quando ci si accinge a qualcosa di cruciale ed irreversibile, da cui non si può più tornare indietro. Io non sapevo rifare l' uovo dalla frittata, nella pittura non ero Dio, ma solo un uomo, non avevo raggiunto quel grado di libertà e sicurezza estrema, quella giocosità e leggerezza da danzatore del mio maestro.
Afferrò quindi la spatola, andò sulla mia stessa tavolozza non ancora ripulita, e mescolò tra di loro alcuni impasti di colore che vi erano rimasti e ne fece un grigio caldo, anche un po' sporco direi. Poi vi aggiunse un po' di lacca rossastra ed un po' di blu oltremare e quel grigio si rischiarì e ripulì come quando il cielo rasserena dopo il grigiore cupo di un temporale. Raccolse con la spatola e con grande leggerezza diede un colpo legger di quest' azzurrino sul tronco del mio albero. Ritornò rapidamente alla mescola, vi aggiunse ancora un po' di lacca ed un pochino di celeste e diede un a spatolata decisa in primo piano, tra le ombre e le luci del campo fiorito.
«Bene, ecco fatto, dimmi se ti piace»
In effetti mi piaceva molto di più.
« Adesso il tuo paesaggio respira ed è concluso»

Ed era così, sempre più pieno di stupore ma anche di angoscia per quel tantissimo che ancora non sapevo della pittura.

«Vedi, tu cominci a dipingere partendo dal cielo, dal suo violetto, poi man mano te ne vieni avanti aggiungendo nella mescola iniziale varie quantità di gialli e rossi, così come ti ho insegnato. E fai benissimo, ma ogni tanto, devi ricordare a chi contempla il tuo dipinto, dove è cominciato tutto, e quindi riproporre, in maniera non uguale, ma sempre diversa, la tonalità fondamentale da cui sei partito, ed infine, nel primissimo paiano, insieme ai colori più squillanti, deve ritornare anche questo tono di fondo.»
Solo così farai un opera che davvero darà piacere, no so perché questa ripetizione dia piacere, ma così è nella nostra musica, dove la nota tonale  apre la composizione, ritorna, viene richiamata dalla sua dominante con cui sta in rapporto di armonia e dalla sua sensibile ed infine chiude la composizione. Così è la bellezza in musica e così è nella pittura e forse così è la bellezza dell' universo. Forse questo movimento che ritorna su sé stesso, mai uguale a prima, questa spirale cosmica, è il modo fondamentale di muoversi e funzionare dell' universo. Vi sono studiosi che lo affermano.  Io non so, ma potrebbe essere ed in qualche modo lo sento»
E così da allora anche io cominciai a mettere macchie azzurre e violette, sempre diverse, nei piani intermedi e nei primi piani.
Ciro D'Alessio

giovedì 6 novembre 2014

Il mio fantastico apprendistato pittorico.

ciro d'alessio, sketch, filosofia, arte, apprendistato pittorico
Il significato delle cose.
Un giorno mi recai da un gran maestro di pittura per apprendere quell'arte sublime e carpire tramite essa il significato delle cose.
Abitava su di una mansarda raggiungibile per una tortuosa scala a chioccia. Quella scala separava quello spazio di meditazione e creazione dal caos del mondo. Mentre salivo le sue spire, sentivo di ascendere verso solennità silenziose e profonde, regioni dove tutto si tingeva di azzurre armonie. Quando ne riscendevo i gironi, ripiombavo nel caos della periferia cittadina, rumorosa e polverosa...
Molte cose vi imparai: le atmosfere paradisiache, il legame cromatico tra il cielo e la terra, tra la terra ed il mare, tra la terra ed il fuoco, tra la luce e l' ombra. Sempre quei colori, dati a macchie corpose, si ricomponevano sulla tela come accordi in celestiali composizioni musicali. Tutto era un riposo per l' occhio e per l' anima e la vita su quelle tele scorreva vispa ma serena, appassionata ma in pace con il mondo, proprio come la musica più bella e più toccante.

«Maestro» chiesi un giorno. «Questi paesaggi dipinti sono magnifici, queste figure che giocano celestiali, sembra che abbiate riprodotto il paradiso in terra! O che una volta siate passato di là ed ora, serbandone il ricordo, lo vogliate illustrare a noi tutti per ridestarci la nostalgia ancestrale. Ma ditemi, vi prego, il significato profondo di tanta bellezza. Ditemi il valore ed significato delle cose»
Mentre facevo questo discorso egli continuava a dipingere mettendo, con passione ma ferma consapevolezza, macchie e macchie sulla tela. La risposta alla mia domanda fu solo, dopo un po'.
«Amico considera che sono pittore e non profeta..sigh»
«Ad ogni modo ti voglio dire la mia su questo punto. Domani se ne parla.»
L' indomani l'alba era luminosa e rugiadosa ed io seguii il maestro per le campagne poco lontane dalla città. Trovammo un orto coltivato a cavoli e lattughe assolate, che si stagliavano luminose su arbusti più scuri in lontananza, e ci fermammo per dipingerle.
Cominciò il maestro a mettere ombre scure e più fredde sullo sfondo. Poi, pian piano, venendo avanti sulla tela, le macchie sempre più si riscaldavano e prendevano luce.  I primi piani, erano un tripudio di ocre e di gialli, di verdi caldi e riverberi rosati. In essi tuttavia ancora si rifletteva qualcosa del cielo e dell'ombra da cui era partito il dipinto, per cui i cavoli non sembravano sospesi nel nulla, ma figli di quella prima ombra. Tra essi e l' atmosfera v'era come un abbraccio amoroso.
«Ti piace, amico?»
«Tantissimo Maestro»
«Bene»
«Secondo te, allievo, quale è il significato profondo di questi cavoli assolati che vediamo davanti a noi? E di questi dipinti a chiazze e sbalzi sulla tela?»
«Immagino siano un simbolo della perfezione del creato, maestro».
«Se fossero simboli, mio caro, ben poca cosa sarebbe la pittura.
Il simbolo è ciò che sta per altro, di più profondo e vero. E' solo un portavoce. Un messaggero. Se la pittura si occupasse di simboli, non si occuperebbe di ciò che vi è di più profondo e vero, ma solo dei loro portavoce»
Allora il maestro si avvicinò ad un cavolo verde e bianco. Foglie ancora umide di rugiada scintillante. «Pensi tu che questa creatura sia simbolo? E che io la dipingo perché simbolo?»
Confuso, non risposi.
«Non è un simbolo. E' un cavolo. E' questo cavolo. Questo cavolo baciato dal sole e bagnato di rugiada che io e tu contempliamo qui e adesso.»
«Ecco il significato degli esseri.» Pausa.
«Se significato è rimandare ad altro di più possente e importante, come il nome rimanda alla cosa, allora gli esseri non hanno significato, perché non vi è essere più possente e più importante di altri. Tutti gli essenti sono egualmente essenti, e tutti in quanto tali degni.»
Queste ultime parole pronunciate con tono solenne e maestoso.
«E dunque tutti degni di essere dipinti. Dal cavolo al principe, non vi è differenza per chi sappia ascoltare in profondità le vibrazioni dell'essere»

Ascoltai col dovuto silenzio e rispetto.
Tornando dalla campagna mi fermai a meditare sulle parole del pittore. Questo ramo, questa foglia, questi passi cominciarono a piacermi per loro stessi e non per i significati che potrebbero avere. Quell'amico, cominciava a piacermi per se stesso e non per le sue idee, per la sua storia, il suo ruolo, nemmeno per il suo essere persona.
«Persona» ricordava il maestro « è una maschera. Vorresti tu essere rispettato e riconosciuto nel tuo valore per la maschera che porti? No? Allora lascia stare la persona. E pretendi per te stesso, e riconosci agli altri, rispetto e dignità per quello che sei semplicemente e senza rimandi a presunte realtà più profonde. Questo è il significato profondo delle cose, che esse valgono per se stesse, nel loro essere sensibile e non per i significato metafisici a cui rimanderebbero. Diffida della metafisica»
Sempre me ne andavo dalle lezioni di questo maestro con la testa in subbuglio, piena di nuovi interrogativi e di ribaltamenti di concetti che davo per scontati.
Ma ero deciso, nei giorni successivi a chiedere chiarimenti e a ridiscutere energicamente col maestro!


mercoledì 3 luglio 2013

Magia di Colori

Colori che fluttuano nell’immenso mare azzurro,
gioiosi volti di ragazzi che giocano sulla spiaggia,
il verde delle piante scintilla fulgente a coronare il paesaggio,
il tuo sorriso illumina ogni cosa di immenso
e l’artista beato si lascia cullare dalle forme dei suoi dipinti
nell’estasi del suo sé interiore.
E’ la vita che manifesta il suo candore
e ci culla nel mondo degli adolescenti
che innocenti afferrano il suo volto d’amore.

di Jayan Walter
poesia dedicata al Maestro Ciro D’Alessio, mio amico e grande artista